C’è un dato che dovrebbe mettere tutti d’accordo: il lavoro povero non è una categoria teorica, è una realtà che attraversa famiglie, giovani, lavoratrici e lavoratori anche in territori considerati “ricchi”. È da qui che occorre partire per affrontare il tema del salario minimo, evitando slogan e tatticismi.
In vista della discussione iscritta all’Ordine del Giorno del Consiglio regionale, le forze politiche Uniti a Sinistra, ADGA, M5S, PRC e RS intervengono con una nota congiunta che chiede “massimo approfondimento” e un confronto non ideologico. “Riteniamo positivo che il tema del salario minimo approdi finalmente in aula”, scrivono, sottolineando come si tratti di “una questione centrale per migliaia di lavoratrici e lavoratori che vivono condizioni di precarietà, bassi salari e perdita costante di potere d’acquisto”.
Il primo richiamo è al percorso di iniziativa popolare promosso da Unione Popolare con il contributo di Potere al Popolo e Rifondazione Comunista, che ha raccolto oltre 70.000 firme ed è stato depositato al Senato il 28 novembre 2023. Un passaggio che le forze firmatarie definiscono “un percorso democratico dal basso che ha coinvolto migliaia di cittadine e cittadini”, a dimostrazione di “una domanda reale di giustizia salariale e di contrasto al lavoro povero”. La proposta prevedeva una soglia di 10 euro l’ora, con indicizzazione legata all’inflazione.
Lo sguardo si allarga poi al contesto europeo. “Nella maggior parte dei Paesi il salario minimo è già fissato per legge oltre i 10 euro l’ora, in diversi casi oltre i 12 euro, ed è indicizzato al costo della vita”, ricordano Uniti a Sinistra, ADGA, M5S, PRC e RS. L’Italia, sostengono, non può restare “fanalino di coda rispetto agli standard sociali europei”.
Un esempio citato è quello del governo guidato da Pedro Sánchez in Spagna, dove l’aumento progressivo del salario minimo non avrebbe frenato la crescita economica. “L’economia cresce anche alzando ulteriormente il salario minimo”, si legge nella nota, che invita ad aprire una riflessione non solo sulla paga oraria ma sulla retribuzione mensile effettivamente necessaria per vivere dignitosamente. Perché, avvertono, “a nulla serve una paga oraria formalmente elevata se le ore lavorate sono poche e insufficienti a costruire un reddito mensile adeguato”. Il tema del part-time viene affrontato in modo esplicito: orario ridotto e part-time devono essere “scelte libere del lavoratore e della lavoratrice, non imposizioni derivanti da precarietà o rapporti di forza squilibrati”.
C’è poi la questione della specificità valdostana. Le forze firmatarie ricordano che la Valle d’Aosta presenta un reddito medio tra i più alti d’Europa, ma anche un costo della vita particolarmente elevato, complice la forte incidenza dell’attività turistica e l’inflazione. “Parlare di salario minimo in Valle d’Aosta significa confrontarsi con affitti, servizi e beni di consumo che hanno prezzi superiori alla media nazionale”. Un passaggio che sposta il dibattito dal piano astratto a quello concreto delle famiglie.
Non manca il riferimento ad altre esperienze regionali. In Sardegna, Campania e Puglia – viene evidenziato – si registrano iniziative per introdurre soglie minime di retribuzione, spesso fissate a 9 euro lordi l’ora, soprattutto negli appalti pubblici, per contrastare dumping contrattuale e lavoro povero. Tuttavia, si tratta di contesti socioeconomici differenti rispetto alla realtà valdostana.
Il messaggio politico-sindacale è chiaro: “Il salario minimo non è una bandiera ideologica, ma uno strumento di civiltà”. Secondo Uniti a Sinistra, ADGA, M5S, PRC e RS, serve a contrastare dumping contrattuale, sfruttamento e precarizzazione, rafforzando al contempo la contrattazione collettiva e la dignità del lavoro.
Da qui l’appello finale alla Regione: assumere “un ruolo politico chiaro, sostenendo ogni iniziativa utile a garantire salari dignitosi negli appalti pubblici, nei servizi e nelle politiche di sviluppo territoriale”. E la richiesta che il confronto in aula non si trasformi in “una polemica di corto respiro”, ma diventi “un confronto serio su come restituire valore al lavoro e futuro alle nuove generazioni”.
Il nodo, in fondo, è tutto qui: il salario minimo non è solo una cifra oraria. È una scelta di modello economico. È la risposta alla domanda se la competitività debba poggiare sulla compressione dei salari o sulla qualità del lavoro. E in un territorio autonomo, la politica non può limitarsi a osservare: deve decidere da che parte stare.













