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ATTUALITÀ | 05 gennaio 2026, 12:00

Il patriottismo à la carte: quando i confini sacri diventano optional

C’è qualcosa di profondamente straniante nel vedere una parte della destra italiana, quella che ha fatto della difesa dei confini nazionali il proprio mantra quotidiano, improvvisamente afflosciata in un silenzio imbarazzato di fronte all’invasione americana del Venezuela

Il patriottismo à la carte: quando i confini sacri diventano optional

Quel silenzio è assordante quanto erano state rumorose le invocazioni alla sovranità nazionale quando si trattava di bloccare navi cariche di disperati nel Mediterraneo. Ricordiamo bene la stagione del sovranismo muscolare, quando la chiusura dei porti veniva rivendicata come atto di difesa della patria e dei suoi confini, pronunciata con tono solenne e granitico.

I confini sacri, inviolabili, intoccabili. Il suolo patrio da proteggere con ogni mezzo. Per anni una certa propaganda politica ha martellato su questo concetto: prima gli italiani, l’Italia agli italiani, difendiamo la nostra casa.

Una retorica che non ha riguardato un solo partito o un solo leader, ma un intero campo politico. La narrazione della nazione assediata, dei confini da blindare, della sovranità da difendere “con i denti” è diventata il pane quotidiano di comizi, talk show e prime pagine. Anche figure istituzionali di primo piano non hanno mai perso occasione per richiamare il principio dell’autodeterminazione dei popoli e il rispetto dei confini nazionali.

La legittima difesa domiciliare è stata elevata a simbolo di questa visione del mondo: se qualcuno entra in casa tua, hai il diritto di difenderti, anche sparando. La casa è sacra, il territorio è sacro, la sovranità è sacra.

Poi arriva Donald Trump che, ignorando bellamente ogni norma del diritto internazionale, ogni trattato, ogni convenzione che regola i rapporti tra Stati sovrani, decide di invadere il Venezuela. Nessuna autorizzazione ONU, nessuna minaccia diretta agli Stati Uniti, solo la volontà imperiale di un presidente che considera il cortile di casa latinoamericano come una naturale estensione dei propri interessi.

La giustificazione ufficiale è talmente fragile da sembrare una parodia: la lotta al narcotraffico. Curioso, se si pensa che l’America Latina è costellata di Paesi produttori o snodi fondamentali del traffico di droga, senza che questo abbia mai giustificato interventi militari analoghi. Ma il Venezuela, guarda caso, è anche una delle nazioni con le maggiori riserve di petrolio al mondo.

Ed è qui che avviene il piccolo miracolo della metamorfosi ideologica. I paladini dei confini sacri scoprono improvvisamente che la sovranità, in fondo, non è un valore assoluto. Dipende. Dal contesto, dall’alleato, dalla bandiera che sventola sopra i carri armati.

Una parte del commentariato politico-mediatico, che per anni ha ripetuto come un rosario la formula “c’è un aggredito e un aggressore”, e che ha dedicato paginate e trasmissioni alla difesa dei confini nazionali, trova ora mille distinguo, attenuanti, giustificazioni. Quando l’aggressore è l’alleato giusto, la grammatica morale cambia improvvisamente.

Editorialisti notoriamente inflessibili quando si parla di patria e tradimento riscoprono la categoria delle “buone ragioni”. Volti televisivi che hanno costruito carriere intere sull’ossessione dei confini diventano improvvisamente comprensivi verso chi quei confini li viola con la forza.

Cosa ci insegna tutto questo? Che il patriottismo di una parte della destra italiana è a geometria variabile. I confini sono sacri quando si tratta di respingere chi fugge dalla guerra o dalla fame. Diventano optional quando a violarli è un leader autoritario apprezzato da una parte dell’elettorato.

La sovranità nazionale è intoccabile quando serve a giustificare politiche migratorie sempre più restrittive. Diventa un dettaglio trascurabile quando una grande potenza decide unilateralmente di rovesciare un governo straniero sgradito.

Il diritto alla legittima difesa vale quando un cittadino spara a un ladro entrato in casa propria. Scompare quando un intero Paese sudamericano viene invaso con la forza.

Questo cortocircuito ideologico non è un dettaglio marginale: è la dimostrazione plastica di come la retorica sovranista sia, in realtà, uno strumento politico da usare a convenienza. Non è difesa di principi, è opportunismo travestito da patriottismo.

Come si concilia il “prima gli italiani” con l’appoggio a chi calpesta la sovranità di un altro popolo? Come si giustifica la sacralità dei confini quando si applaude chi li oltrepassa con i carri armati?

La risposta è semplice e deprimente: non si concilia. Non c’è coerenza, non c’è logica, non ci sono principi. C’è solo l’adesione strumentale a ciò che, di volta in volta, sembra politicamente conveniente.

Una parte della destra italiana si ritrova così avvitata su se stessa, intrappolata nelle proprie contraddizioni. Da una parte continua a invocare sovranità e confini quando parla di immigrazione. Dall’altra applaude chi quella sovranità la calpesta, purché lo faccia sotto una bandiera amica.

È il patriottismo usa e getta: utile quando serve a giustificare le proprie politiche, da dimenticare quando entra in conflitto con le simpatie geopolitiche del momento.

Qualcuno, prima o poi, dovrebbe spiegare come si fa a difendere i sacri confini al mattino e a giustificare un’invasione militare nel pomeriggio.

Ma difficilmente accadrà. Perché ammettere la contraddizione significherebbe ammettere che quel sovranismo non è mai stato un principio, ma solo uno slogan.

E gli slogan, si sa, non hanno bisogno di essere coerenti. Devono solo fare presa.

Vittore Lume-Rezoli

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