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Camminar pensando | 17 ottobre 2022, 08:00

ANDAR PER MONTAGNE

PRIMA PARTE - Riflessione sul rapporto uomo montagna ma che si può assai bene allargare a tutti i temi della vita personale e sociale di ciascuno di noi

In cammino all'Alpe Veglia - Alpi Lepontine (foto di Mauro Carlesso)

In cammino all'Alpe Veglia - Alpi Lepontine (foto di Mauro Carlesso)

Andar per montagne è cosa che, si sa, chiede fatica. Si sa anche che chiede impegno e determinazione. E si sa anche che, forse questo un po' meno, chiede un po' di spavalderia.

In riferimento a questo ultimo sostantivo tengo subito a precisare che lo stesso non andrebbe inteso nell’intera gamma delle sue accezioni poco apprezzabili ma limitato ai suoi concetti di temerarietà e di audacia; meglio ancora sarebbe sostituire quello spavaldo sostantivo con un altro più qualificante sebbene anch’esso alle volte bistrattato o ritenuto, in determinati ambiti come quello dell’andar per montagne, poco ragionevole o addirittura pericolosamente condivisibile. Intendo dire che quella spavalderia necessaria per andar per montagne altro non sarebbe che l'istinto.

Ebbene sì. Senza questa dote, concessa in dono all’essere umano al momento del suo concepimento, è destino che su per i monti si faccia ben poca strada.

È l'istinto l'elemento centrale ed ancestrale che spinge l'uomo a salire sulle montagne, a vivere dentro scomodi ma robusti ripari, a raggiungere le vette, a coltivare campi verticali e ad allevare animali mansueti su pascoli alti, lontani e faticosi.

Ed è sempre l'istinto che spinge l'uomo che sale in montagna qualunque ne sia la motivazione, dalla necessità al diletto, a cercare quell'emozione che lo accompagna nei primi anni di vita e che col diventare adulti diventa sempre più rarefatto come l’aria sottile delle alte quote, a cercare quell’estatica emozione che va sotto il nome di stupore.

Ecco, per come la vedo io salire in montagna è una necessità istintiva che regala ogni volta l'infantile dono dello stupore. Istinto e stupore: ecco la preziosa, onirica e catalizzante miscela del camminatore.

Da sempre vado in montagna alla "vecchia maniera". Un paio di pantaloni robusti, delle buone scarpe ed uno zaino con quel poco che serve: giacca a vento, qualcosa da mangiare, una cartina dettagliata, un altimetro a pressione, istinto e determinazione. Niente di più. Così sento di affrontare la montagna alla pari. Che poi alla pari non è mai. Perché davanti a lei percepisco sempre di essere ben poca cosa. Come quando, nel bel mezzo di un conoide di infinito pietrame avverto nettamente di non essere altro che una di quelle stesse pietre, indistinto tra di esse. E di non essere per niente alla pari con lei, la montagna...

Sono luoghi questi ammassi di pietre rotolate e depositate sui fianchi delle montagne, nei quali rischi di sentirti sperduto ed affranto se non fosse che là in mezzo a quei rottami di granito, di gneiss, di calcare ti muovi, arranchi e arrampichi, fatichi e sudi, hai paura, ti fermi e osservi. Osservi dove sei, osservi il colle verso il quale sei diretto, osservi la cima della montagna ancora lontana ed immota sotto il sole. Ti volti. Guardi in basso ed osservi la strada che hai fatto (dove "strada" è un termine metaforico per il luogo nel quale ti trovi che di "strade" non ne ha per nulla). Ti riposi sedendoti su una pietra (non hai che l’imbarazzo della scelta) e, quasi ad esorcizzare la tensione, cerchi di individuare il percorso che ti ha portato lassù, in mezzo a quel pietrame sterminato. Indirizzi lo sguardo a ritroso ripercorrendo idealmente la “strada” che hai fatto fin verso la minuscola piana verde nella quale spiccano alcuni puntini che altro non sono che le baite dalle quali sei partito stamane che era ancora buio. La pausa ti ha consentito di riposarti fisicamente ma non riesce a rinfrancarti emotivamente: istintivamente dirigi lo sguardo in alto. Verso dove devi andare. Il colle, che anticipa la cresta finale che adduce alla vetta, è ancora lontano e la direzione da seguire è problematica e confusa da individuare: è sfinente. Ma si sa che la montagna è così.  Ti invita a salirla, ti ammalia e poi, quando pensi di essere prossimo alla meta, dietro un masso, dietro un dosso scopri che di strada da fare c’è n’è ancora tanta. E allora, senza alcun indugio ricarichi lo zaino sulle spalle, scruti con attenzione il possibile percorso, ti alzi dalla pietra che ti ha concesso qualche attimo di riposo ristoratore e ti incammini con determinazione. Inseguendo quel colle, quella vetta. Seguendo il tuo istinto.

Pietraie e solitudine sopra il Col de l’Iseran (foto di Mauro Carlesso)

Quante volte mi sono sentito sperduto, preda dello sconforto ed attanagliato dalla fatica. Quante volte mi sono ritrovato a chiedermi perché mai mi trovassi lì. Ma ogni volta che l’umore e le forze sembravano venir meno, mi giungevano in soccorso le emozioni, con i loro bagliori estatici e romantici a supportare sempre quel mio modo di andare e di pensare alla montagna.

E sarà anche per questa mia antica, e forse serotina, modalità di avvicinamento alle montagne che continuo a tenermi lontano dalle comodità tecnologiche offerte agli attuali camminatori. Io, che ho sempre rinunciato alla grande comodità offerta dagli impianti a fune, resisto ancora alla tentazione delle piccole comodità proposte oggi dalla tecnologia.

L'unica apparecchiatura che mi sono concesso in tutti questi anni di cammino è stato, come detto, l'altimetro.

Un vecchio altimetro e delle vecchie guide: ecco i miei strumenti. Circa le “vecchie guide” mi corre l’obbligo di specificare che trattasi non già dei professionisti in carne ed ossa che ti accompagnano sulle vette. Le vecchie guide a cui faccio riferimento sono invece quegli splendidi volumetti di finissima carta che fino ad alcuni anni fa erano gli unici strumenti che fungevano, con le loro relazioni, da sacri punti di riferimento per raggiungere le mete alpine. A onor del vero va anche detto che le relazioni di quei testi erano piuttosto scarse, sintetiche e spesso approssimative. Tutti “difetti” benedetti in quanto possedevano il grande pregio di lasciare spazio alla determinazione ed all'istinto regalando al camminatore tutto lo stupore possibile.

Negli ultimi anni con l’avvento del web la pubblicazione di queste guide si è un po’ rarefatta trasformando quegli agili volumetti in oggetti da collezione ben ordinati su scaffali di librerie impolverate.

Ed è proprio con l’avvento del web che, a mio parere, anche l’orografia delle montagne ha risentito di un significativo appiattimento: tutto in Internet è descritto in maniera minuziosa, didattica, pedante e ridondante con foto e video di tutto e di tutti in un film infinito che rischia di distogliere il lettore, il camminatore, da quell’inossidabile scopo dell’andar per montagne: scoprire i luoghi e cercare lo stupore.

Nel web quelle che dovrebbero essere delle “relazioni di montagna” appaiono spesso come banali e non sempre accattivanti diari personali con note sull’abbigliamento indossato, sul tempo di quel giorno e sulle pietanze degustate nel rifugio: uno spot pubblicitario piuttosto che una personale ed intima immersione nella natura. E non mancano “relazioni” di blogger indaffarati a soddisfare il loro bisogno di visibilità relegando la montagna ad un oggetto casuale, ad un luogo qualsiasi, ad un luogo virtuale: ad un non luogo.

Una montagna, quella del web, che appare così ridimensionata, quasi irrispettosa e sfacciata, che non lascia nulla alla curiosità del camminante. Ed anche qui ne consegue che il termine “curiosità” debba nella fattispecie di cui si tratta leggersi nella sua accezione più ampia, pacificante, ancestrale ovvero leggere ancora una volta, in luogo di curiosità, il sostantivo stupore.

La montagna immota sotto il sole – Monte Toraggio – IM (foto di Mauro Carlesso)

Tutto questo mi rendo conto possa sembrare retorico. Ma magari non lo è. Potrebbe addirittura sembrare retrò. Ma anche questo, magari non lo è. Potrebbe, magari questo si, sembrare romantico o crepuscolare poiché scaturito dalla penna di un vecchio nostalgico. Forse. Ma importa poco tentare di classificare cosa sia questo “andar per montagne” qui narrato. Conta invece, a mio avviso, farsi carico di un’esperienza di cammino che è sempre esistita e che anche oggi, seppur accompagnata da nuovi e più funzionali approcci tecnologici, può essere utile tenere a mente e portare con sé nello zaino per affrontare al meglio una transizione tra vecchio ed attuale, tra passato e futuro, tra antico e moderno che vale sempre la pena di sperimentare con cura, rispetto ed entusiasmo.

In montagna, come anche nella quotidianità della vita.  (1 Segue) 

Mauro Carlesso Scrittore e camminatore vegano

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