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CULTURA | 08 luglio 2021, 10:30

L’AUTONOMIA VALDOSTANA E’ UN DIRITTO O UNA CONCESSIONE AI SUDDITI “INTRA MONTES ?”

Appuntamento settimanale del giovedì con Gianfranco Fisanotti sui temi dell'autonomia valdostana, sulla sua evoluzione, sulla sua involuzione, sui personaggi che hanno creato le premesse e su chi non ha saputo valorizzarla

L’AUTONOMIA VALDOSTANA E’ UN DIRITTO O UNA CONCESSIONE  AI SUDDITI “INTRA MONTES ?”

UN VUOTO NELLA DIOCESI VALDOSTANA

La morte improvvisa di Mons. Calabrese (1932), persona bonaria capace di stemperare i dissensi di un deciso nazionalismo, oltre a creare un vuoto nella diocesi pone il problema della successione sia al Vaticano che ai capi del Governo. Il mondo cattolico appare confuso e diviso: da un lato, i cosiddetti “clerico- fascisti” come Anselme Réan ed in posizione irriducibile i “cattolici democratici” della Collegiata  di Sant Orso guidati da Mons. Stevenin. La cultura si adegua, anzi si prostra. Sentite questa chicca di Giulio Brocherel nella prima edizione di due volumi intitolati “La Valle d’Aosta” editi dall’Istituto geografico De Agostini di Novara nel 1932 e nel 1933: “Oggi, cittadella avanzata di italianità ai confini della Patria, Aosta è tutta pervasa di virili propositi per essere degna, con le opere del civile progresso e del suo passato di gloria, e del suo futuro di elevazione, al quale l’hanno avviata le romane insegne del Littorio”. Ed ancora: “Fu solo col fremente risveglio della romanità, coll’avvento dell’era nuova, che alla Valle d’Aosta si riconobbe una indiscussa primogenitura, quella di essere stata il nido dove l’aquilotto sabaudo mise le penne e allargò le ali, per spiccare il volo sul cielo di Roma”. E giù con un altro capitolo (il 3°): “Il segno di Roma” dove , parlando di monumenti aostani Brocherel scrive: “Ispirano un senso di forza, di saldezza e ci dicono che tali opere furono erette per l’eternità, ad affermare nei secoli il fulgore della civiltà romana”. Così, la storia più significativa della Valle d’Aosta viene valorizzata solo nella sua impronta fondativa romana quasi a validare il carattere di una provincia “colonia” dell’impero a scapito di otto secoli trascorsi sotto l’egida del Ducato e dello stesso potere temporale della Chiesa. Il Canonico Stevenin rifiuta la nomina a Vescovo pur di non allontanarsi dalla Diocesi e lo racconta Lui stesso: “J’avais vécu en intimité avec Mgr. Calabrese. Il me souvenait que l’an 1922, alors qui m’invitait de la part Concistoriale d’accepter un évéché, je lui dis: “Mgr., Vous me voulez loin du Diocèse”, a quoi il avait répondu: “Je perdrais un machoire””.

“AD AOSTA C’E’ SOMMO BISOGNO DI UN VESCOVO DI ALTRA REGIONE,  DI IDEE LARGHE E DI MOLTA CULTURA”…..

E’ il classico promoveatur ut amoveatur, ma il Canonico non ci sta, non si accomoda alle esigenze del regime. Il clima è teso: in un promemoria di Chiavolini al Ministro Rocco del 7 maggio 1932, recepito nella missiva inviata l’8 giugno  dal Ministro Rocco al Nunzio Apostolico leggiamo: “Ad Aosta c’è sommo bisogno di un Vescovo di altra Regione, di idee larghe e di molta cultura. Essenzialmente di un Vescovo che sappia dominare i 24 Canonici ed i molti Parroci che si occupano di troppe cose estranee al loro vero ufficio ed hanno molta influenza, tutt’altro che religiosa,  in città e nelle campagne”.  Con la nomina di Imberti “….che anche a Torino ha sempre goduto di ottima fama e di grande italianità….” (ndr. Rapporto del fascio locale in data 13-12-1932), viene favorito in pieno il Concordato della conciliazione, al punto che la Revue Diocésane chiedeva già nel marzo del 1929, quindi tre anni prima della nomina d’Imberti, un plebiscito di consensi al regime in vista delle elezioni: “Un acte d’adhésion au Gouvernement que la Providence  nous a donné”. Persino l’Abbé Henry, aderente alla Jeune Vallée d’Aoste nella sua opera “Histoire populaire religieuse et civile de la Vallée d’Aoste” (1929) scrive che la Provvidenza divina ci ha inviato “un homme de génie et de poigne, qui, d’un coup magique fit tout rentrer dans l’ordre: Mussolini” ed aggiunge che il Duce attua il programma tracciato da Dio a Geremia. La mistica fascista fa il resto. Il Vescovo Imberti lungi dal provare anche il minimo stimolo regionalista, ignora le aspettative valdostane per essere sempre più gradito al regime: suo fratello Giovan Battista Imberti è deputato fascista a Cuneo ed è tra i fondatori del Centro nazionale piemontese, come scrive nel 1971 A. A. Mola in Storia dell’Amministrazione provinciale di Cuneo dall’Unità al Fascismo. Muta il contesto della società valdostana, mentre una rapida industrializzazione iniziata con la Brambilla a Verrès (1914) per la filatura del cotone, con la Soie a Châtillon (1920) per la creazione della seta artificiale e con le Acciaierie Ansaldo ad Aosta nel 1916 ed oltre fino al 1929, favorisce l’ingresso di manodopera immigrata e promuove l’estrazione dei minerali in Valle di Cogne ed a La Thuile : nel 1929, dopo soli 2 anni, viene ultimata la ferrovia da Aosta a Pré Saint – Didier che ha fornito lavoro ad oltre 3800 immigrati. Viene, così, promosso un processo di nazionalizzazione in chiave nazionalista - anche se nessuno aveva mai messo in dubbio l’appartenenza dell’isola linguistica valdostana alla madre Patria - senza contemperare le esigenze dell’industrializzazione con quelle dell’economia secolare della Vallée basata sull’agricoltura di montagna, sulle rimesse dell’emigrazione e sulle pur scarse risorse di un territorio privato del suo antico legame con la Savoia: con la Savoia, non con la Francia. In un drammatico primo incontro tra il Vescovo Imberti e Stevenin, di cui lo stesso Canonico scrive, leggiamo: ”Il m’assaille en me disant: “Lo sa ? Il Prefetto mi ha domandato l’autorizzazione di mandarla al confine. L’ho negata, ma lei deve andarsene, sparire ”. La risposta ?: “Non si preoccupi Eccellenza, io sono tranquillo”. “Mon calme l’exaspère ”.

LA SVOLTA DELLA PROVINCIA:

UNA NETTA SALDATURA TRA CATTOLICITA’ ED ITALIANITA’

Per ben tre volte il Canonico Stevenin rischia il confino: come abbiamo visto, la prima volta riguardava l’incontro con Mons. Imberti, le altre due sia nelle fasi del processo per il fallimento del Crédit Valdôtain (poi Banco Valdostano ed infine MPS) dove fu salvato dall’intervento del Cardinale Gasparri sia ancora quando - per proteggerLo – l’avvocato Gerbore nascose un telegramma di proposta di confino del Prefetto di Aosta a Mussolini dopo l’assoluzione del  Canonico da ogni responsabilità circa il fallimento. Il nuovo Vescovo Imberti si mostra fautore à tout prix di una netta saldatura tra cattolicità ed italianità della Provincia: il suo è uno zelo che impatta su tutta la grande comunità religiosa della Vallée. La linea dura di una italianità, sempre più professata dalla Curia, era già iniziata con il R.d.l. 22/1  n. 2191 che aboliva l’insegnamento della seconda lingua in zone aventi una popolazione alloglotta; nel 1938 verrà soppressa la “Revue diocésane” sostituita dal settimanale della Curia “Augusta Praetoria”; e ciò malgrado che la Revue pubblicasse nella versione integrale i discorsi del Duce: a far data dal 1 gennaio 1935 il catechismo viene insegnato in italiano.  A proposito del Vescovo Imberti va anche detto che nei momenti drammatici della caduta  del fascismo, mentre erano in corso arresti e vendette nei confronti degli oppositori tutti ben conosciuti e schedati, l’alto prelato si impegnò anche a rischio personale per salvare uomini della Resistenza aiutandoli a mettersi in salvo. Il contesto nazionale nel quale opera la Chiesa e quindi il Vescovo Imberti è molto chiaro: il 1 giugno 1938 il Ministro dell’Interno Benito Mussolini istituisce la Commissione per la preparazione di provvedimenti legislativi riguardanti sia la difesa della “razza” italiana (sic) sia l’ordinamento degli ebrei stranieri residenti in Italia: è un atto amministrativo che serve a fissare le indennità dei componenti la Commissione stessa. Tre mesi più tardi vengono emanate le prime leggi antiebraiche.

 

Gian Franco Fisanotti/ascova

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