Quando una società sportiva è costretta a lasciare la propria città per poter giocare a calcio in condizioni adeguate, il problema non riguarda più soltanto un campo malmesso o una concessione da rinnovare. Riguarda il rapporto tra un’amministrazione comunale e il patrimonio sportivo che dovrebbe tutelare. È da questa considerazione che prende forma la vicenda del C.G.C. Aosta, costretto a trasferire a Montjovet le gare interne della Prima Squadra, rinunciando alla fascia domenicale dello stadio comunale Dal Monte, impianto di cui è concessionario. Una decisione sofferta, che la società presenta come necessaria per garantire continuità alla propria attività, ma che solleva interrogativi pesanti sulle scelte e sulle priorità del Comune di Aosta.
Nella nota diffusa per annunciare il trasferimento, il C.G.C. non nasconde «rammarico e profonda amarezza». Parole che raccontano una rottura maturata nel tempo, dopo mesi di incertezza gestionale, concessioni provvisorie e difficoltà nella programmazione dell’attività sportiva. A pagare il prezzo di questa situazione è una squadra che rappresenta anche il risultato del lavoro svolto sul territorio: la Prima Squadra è composta prevalentemente da ragazzi cresciuti nel settore giovanile della società e ha conquistato la promozione nella categoria superiore. Un percorso sportivo che avrebbe meritato condizioni adeguate per proseguire ad Aosta, davanti ai propri sostenitori, anziché cercare ospitalità fuori città.
Il punto più delicato della denuncia riguarda il terreno di gioco del Dal Monte. Secondo quanto riferisce la società, da cinque anni vengono richiesti interventi importanti per rendere il manto erboso adatto alle partite di calcio, soprattutto a quelle agonistiche. Una questione tutt’altro che secondaria per una formazione impegnata in Promozione, dove la qualità e la sicurezza del campo incidono sulla regolarità degli allenamenti, sullo svolgimento delle gare e sulla tutela degli atleti. Il C.G.C. sostiene di avere persino manifestato, lo scorso anno, la disponibilità a contribuire concretamente ai lavori necessari. Un’apertura che, stando alla ricostruzione della società, non si è tradotta in una soluzione soddisfacente.
Gli interventi eseguiti dopo le segnalazioni non avrebbero infatti risolto le criticità. La società contesta che la semplice distribuzione di terra in alcune porzioni del campo e una risemina limitata ad aree circoscritte possano essere considerate sufficienti per una vera riqualificazione. La valutazione del club è netta: i risultati riscontrati avrebbero confermato l’inadeguatezza delle opere, sia per estensione sia per efficacia. La presenza di «erbe infestanti, buche e avvallamenti», evidenzia la nota, comprometterebbe la qualità del terreno e la sicurezza di chi lo utilizza.
È qui che la vicenda assume un significato politico e amministrativo. Perché la manutenzione di un impianto pubblico non è un favore concesso a una società, ma una responsabilità da esercitare con attenzione, programmazione e criteri trasparenti. Se le criticità vengono segnalate per anni e gli interventi realizzati non risolvono il problema, è legittimo chiedersi se le risorse e le priorità siano state individuate nel modo più efficace. Il C.G.C. denuncia una situazione che, a suo giudizio, avrebbe potuto essere affrontata diversamente, evitando che una realtà sportiva radicata ad Aosta fosse costretta a spostare altrove le proprie partite.
A rendere ancora più difficile da comprendere la situazione, secondo la società, è la gestione degli spazi del Dal Monte. Il club richiama quella che considera una contraddizione: se in passato la tutela del terreno di gioco veniva indicata come un principio imprescindibile, oggi l’impianto sarebbe utilizzato in maniera intensiva anche da un’altra società sportiva, già concessionaria di altri campi sul territorio comunale. Una scelta che, secondo il C.G.C., rischia di aggravare ulteriormente le condizioni del manto erboso. La società sottolinea inoltre la coincidenza con il ritorno, dopo molti anni di assenza, di una squadra militare nel campionato di Promozione, un elemento che avrebbe potuto rappresentare un’occasione per valorizzare il calcio cittadino.
Il club precisa di non pretendere privilegi né di rivendicare un diritto esclusivo sull’impianto. Chiede, piuttosto, che venga riservata «la dovuta attenzione» a uno sport che continua a essere tra i più seguiti e praticati in Italia. Una richiesta che sposta la discussione oltre il caso specifico: come vengono distribuiti gli spazi sportivi pubblici? Quali criteri guidano le decisioni sulle concessioni e sull’utilizzo degli impianti? E quale peso viene attribuito alle esigenze delle società che investono nel settore giovanile e accompagnano gli atleti dalla formazione alle competizioni agonistiche?
Il problema, infatti, non si esaurisce nelle condizioni dell’erba. Nella nota il C.G.C. punta il dito anche contro il continuo ricorso a «soluzioni transitorie» e ad autorizzazioni e concessioni provvisorie, che avrebbero alimentato l’incertezza sulla disponibilità degli spazi e degli orari. Una precarietà che rende difficile organizzare allenamenti, programmare la stagione e offrire ai giocatori un contesto stabile. Per una società sportiva, la certezza delle condizioni operative non è un dettaglio burocratico: è un requisito essenziale per costruire un progetto credibile, coinvolgere le famiglie, fidelizzare i sostenitori e valorizzare il lavoro di tecnici e dirigenti.

Il mitico stadio Puchoz trasformato in parco cittadino
A questo si aggiunge la dimensione economica e sociale. Trasferire le gare a Montjovet significa portare fuori Aosta un pezzo dell’attività sportiva cittadina, con possibili ricadute sull’organizzazione della squadra, sugli spostamenti di giocatori e tifosi e sul rapporto tra il club e la propria comunità. Il calcio dilettantistico vive anche di prossimità: il campo sotto casa, i ragazzi che arrivano dal vivaio, le famiglie sugli spalti, i volontari che tengono in piedi una società. Quando le partite casalinghe si spostano altrove, non cambia soltanto l’indirizzo dello stadio. Si indebolisce il legame quotidiano tra una squadra e la città che l’ha vista crescere.
Il C.G.C. chiarisce che Montjovet non rappresenta un addio definitivo al Dal Monte. La società continuerà a svolgere nel campo aostano la propria attività, mentre la Prima Squadra disputerà altrove le gare interne per assicurarsi maggiore stabilità, programmazione e continuità nel corso della stagione. Resta però l’amarezza per una decisione che, nella ricostruzione del club, non nasce da una scelta sportiva libera, ma dalla necessità di trovare una soluzione a difficoltà rimaste irrisolte.
La società ringrazia quanti hanno reso possibile il trasferimento, ma conclude con una considerazione che pesa come un atto d’accusa: «Non crediamo che in questa vicenda abbia vinto qualcuno. Crediamo, piuttosto, che ad aver perso sia la città di Aosta e il suo patrimonio sportivo». È il passaggio che riassume meglio la posta in gioco. Perché un’amministrazione può legittimamente dover conciliare esigenze diverse, distribuire spazi limitati e fare i conti con risorse da impiegare con attenzione. Ma proprio per questo è chiamata a spiegare le proprie scelte, ascoltare chi utilizza gli impianti e intervenire quando le criticità si trascinano senza una soluzione convincente.
Sarà importante conoscere anche le valutazioni del Comune sulle contestazioni sollevate dalla società, sulle condizioni effettive del terreno di gioco e sui criteri adottati per l’utilizzo del Dal Monte. Il confronto è necessario, ma non cancella il dato che emerge dalla vicenda: una squadra aostana deve andare a giocare a Montjovet perché, secondo il suo club, non ci sono più le condizioni per disputare in città le partite casalinghe. Quando un campo pubblico smette di essere un luogo in cui far crescere lo sport e diventa il simbolo di promesse manutentive insufficienti e decisioni contestate, il danno supera i confini del rettangolo verde. E il Comune rischia di trasformarsi nel custode di una porta chiusa: quella che, invece di aprirsi ai giovani e allo sport cittadino, finisce per spingerli lontano da casa.











