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FEDE E RELIGIONI | 21 agosto 2026, 08:00

Papa Leone XIV: «È nel cuore dell’uomo che si combatte la guerra». La pace comincia dalla cura del Creato

Nel messaggio per l’XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, che sarà celebrata martedì 1° settembre 2026, Papa Leone XIV intreccia la denuncia della guerra con quella del degrado ambientale. La distruzione della natura, avverte il Pontefice, alimenta povertà, disuguaglianze e nuovi conflitti. Ma la vera battaglia, prima ancora che sui campi di guerra, si combatte nel cuore dell’uomo

Papa Leone XIV: «È nel cuore dell’uomo che si combatte la guerra». La pace comincia dalla cura del Creato

Ci sono momenti in cui parlare della cura del Creato rischia di sembrare quasi un esercizio di buona coscienza, una questione affidata alle abitudini quotidiane, alla raccolta differenziata, alla tutela dei boschi e delle acque. Ma il messaggio di Papa Leone XIV per l’XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, che si celebrerà il 1° settembre 2026, restituisce a questo appuntamento una dimensione molto più profonda. Il tema scelto, “Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci”, tratto dal profeta Isaia, mette infatti davanti agli occhi una verità che il nostro tempo sembra aver dimenticato: non può esserci autentica cura della terra se l’uomo continua a distruggere l’uomo.

È un messaggio che arriva mentre il mondo continua a essere attraversato da guerre, tensioni, violenze e divisioni. E proprio per questo assume un significato che va ben oltre la dimensione religiosa. Leone XIV parte dall’insegnamento del Concilio Vaticano II per denunciare la guerra non soltanto come tragedia umana, ma anche come forza capace di devastare l'ambiente e di compromettere le condizioni stesse della vita.

Il Papa lo spiega con parole che non lasciano spazio all'equivoco: «L’interazione tra conflitti armati e degrado ambientale, inoltre, crea spesso un circolo vizioso che distrugge gli ecosistemi, contamina risorse essenziali come l’aria e l’acqua e mina la sicurezza alimentare». La guerra, dunque, non finisce quando tacciono le armi. Le sue conseguenze rimangono nel terreno, nell'acqua, nell'aria, nei raccolti distrutti, nelle comunità costrette a fuggire e nelle economie impoverite.

Ed è proprio qui che il messaggio assume una forte dimensione politica e sociale. La distruzione dell'ambiente non è mai neutrale. Colpisce soprattutto chi dispone di meno risorse, chi vive già in condizioni di fragilità, chi dipende direttamente dalla terra e dall'acqua per sopravvivere. Il degrado ambientale può così diventare una miccia capace di alimentare ulteriormente povertà e disuguaglianze. Leone XIV avverte infatti che questa spirale «alimenta povertà, disuguaglianza e nuove tensioni sociali», contribuendo a sua volta all'insorgere di ulteriori conflitti.

È una riflessione che obbliga a guardare alla pace con occhi diversi. La pace non è soltanto assenza di combattimenti. È anche giustizia, possibilità di vivere dignitosamente, accesso alle risorse, tutela della casa comune, capacità di costruire relazioni nelle quali la forza non prevalga sul diritto. La guerra distrugge ponti e costruisce confini; la cura del Creato, al contrario, può diventare un terreno concreto di cooperazione tra uomini, popoli e istituzioni.

Ma Leone XIV non si ferma alla denuncia delle conseguenze esteriori. Il cuore del suo messaggio è forse ancora più radicale: la guerra, prima di esplodere nelle città e sui territori, nasce dentro l'uomo. È lì che bisogna intervenire.

Il Papa individua infatti nel cuore umano il luogo delle battaglie più decisive, perché «è il cuore umano il luogo in cui si svolgono le lotte più profonde e in cui si rivela la nostra condizione decaduta». Il cuore, nella visione proposta dal Pontefice, non è semplicemente la sede dei sentimenti, ma il centro della persona, dove si incontrano ragione, desiderio, volontà e coscienza. È lì che convivono e si scontrano amore e indifferenza, verità e illusione, giustizia e ingiustizia.

È una considerazione che interpella ciascuno di noi. Perché è facile parlare della guerra come di qualcosa che appartiene ai governi, agli eserciti, alle diplomazie. Molto più difficile è riconoscere che ogni cultura della violenza si alimenta anche di piccole indifferenze, di rancori coltivati, dell'incapacità di riconoscere nell'altro una persona. Le grandi tragedie della storia hanno spesso bisogno, prima di diventare sistemi, di uomini disposti a smettere di vedere nell'altro un fratello.

Per questo il Pontefice insiste sulla conversione. Non basta cambiare ciò che appare all'esterno se non cambia ciò che accade dentro. «Quando il cuore è traviato, le relazioni ne soffrono e le strutture che costruiamo cominciano a riflettere tale disordine», scrive Leone XIV. È un passaggio di grande forza anche politica: le istituzioni, le economie, le società non sono realtà astratte, ma il risultato delle scelte degli uomini. Se prevalgono egoismo, sopraffazione e avidità, anche le strutture collettive finiranno per rifletterli.

Il Papa riprende in questo senso una delle intuizioni più drammatiche di Benedetto XVI, ricordando che «i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi». È forse questa l'immagine che più di ogni altra restituisce il senso dell'intero messaggio: il deserto che avanza sulla terra può essere anche lo specchio di un deserto che cresce dentro l'uomo.

E allora la cura del Creato diventa molto più di una questione ambientale. Diventa una questione antropologica. Significa domandarsi quale rapporto vogliamo avere con ciò che ci circonda e, prima ancora, quale rapporto vogliamo avere con gli altri. Significa scegliere se considerare la natura una riserva infinita da sfruttare oppure una casa da custodire. E significa decidere se il prossimo sia un ostacolo ai nostri interessi oppure una persona con la quale condividere un destino.

La risposta cristiana indicata da Leone XIV non è però una risposta rassegnata. Il Papa ricorda che Dio non lascia l'uomo privo degli strumenti necessari alla guarigione. Al posto della logica delle armi propone quella della riconciliazione, della costruzione e dell'amore: «Al posto delle armi da guerra, il Dio della pace ci dona la forza di guarire, riconciliare e costruire una civiltà dell’amore».

Sono parole che acquistano un peso particolare in un'epoca nella quale la spesa militare cresce, le paure tornano a occupare il dibattito pubblico e la guerra sembra essere tornata, anche nel cuore dell'Europa, una possibilità meno lontana di quanto le generazioni precedenti avessero sperato. Ma proprio per questo non bisogna considerare il messaggio del Papa come un semplice appello spirituale. È una provocazione rivolta alla politica, all'economia e alla società: quale futuro vogliamo costruire se continuiamo a consumare risorse per prepararci alla distruzione invece di investirle nella vita?

La domanda riguarda anche le nostre comunità. Riguarda il modo in cui amministriamo il territorio, proteggiamo l'acqua, custodiamo le montagne, sosteniamo chi vive nelle aree più fragili. Riguarda il modello economico che scegliamo e la capacità di non confondere il progresso con il semplice consumo. Riguarda, infine, la qualità delle nostre relazioni quotidiane, perché una società realmente pacifica non si costruisce soltanto nei grandi vertici internazionali, ma anche nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nelle comunità.

Il 1° settembre 2026, la Giornata della Cura del Creato ci chiederà dunque qualcosa di più impegnativo di un gesto simbolico. Ci chiederà di guardare contemporaneamente alla terra ferita e al cuore dell'uomo. Perché le due ferite sono legate. Possiamo bonificare un fiume, riforestare una montagna, ridurre una forma di inquinamento; ma se non impariamo a bonificare anche il nostro modo di vivere insieme, la radice del problema resterà intatta.

Forse è proprio questo il significato più profondo delle parole di Papa Leone XIV. Le spade possono davvero diventare vomeri soltanto quando cambia il cuore che le impugna. E le lance possono trasformarsi in falci soltanto quando l'uomo decide che la propria forza non serve più a distruggere, ma a far crescere.

In un mondo che sembra spesso correre nella direzione opposta, questa non è una promessa ingenua. È una responsabilità. La pace non è qualcosa che possiamo continuare a chiedere agli altri senza domandarci quale parte abbiamo noi nella sua costruzione. E la cura della terra non può essere separata dalla cura dell'uomo.

Alla fine, il messaggio di Leone XIV ci riconduce a una verità semplice e scomoda: la guerra comincia nel cuore, ma anche la pace comincia nel cuore. È lì che si decide se l'altro sarà un nemico o un fratello, se la terra sarà una preda o una casa, se il futuro sarà costruito con gli strumenti della paura oppure con quelli della responsabilità. E forse proprio da questa scelta, apparentemente piccola ma decisiva, dipende la possibilità che le parole di Isaia non restino soltanto una profezia ascoltata in una giornata di preghiera, ma diventino finalmente un progetto umano: trasformare gli strumenti della morte in strumenti di vita.

je.fe.

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