(Adnkronos) -
La guerra lascia il segno in Russia. Nel paese, dopo 4 anni e mezzo di conflitto con l'Ucraina, è in atto un importante cambiamento interno: le élite hanno cominciato a pensare che i vertici politici abbiano perso contatto con la realtà, che la fissa di Vladimir Putin per la sottomissione di Kiev abbia reso significativamente più difficile una governance efficace del Paese.
Voci come quella del tycoon Andrei Melnichenko sull'Economist, prive di toni rivoluzionari e confezionate nel linguaggio della lealtà, fanno emergere la crescente preoccupazione delle élite dell'incapacità del sistema di affrontare i problemi crescenti", ha scritto l'analista russa, ora all'estero, Tatiana Stanovaya, in un articolo per Carnegie Politika in cui precisa che "le presisoni interne non cambieranno la posizione di Putin. Ma aumenteranno la possibilità di spaccature nell'intero sistema".
Parere simile lo ha espresso la politologa Ekaterina Schulmann, 'agente straniero' condannata in contumacia a Mosca lo scorso marzo a un anno di carcere per aver violato le norme sugli agenti stranieri, fino al 2022 analista all'Istituto presidenziale russo di amministrazione pubblica e politiche pubbliche (Ranepa), ora a Berlino, nell'ultima puntata del suo programma su Youtube 'Status': non è solo l'articolo di Melnichenko, ma anche altri casi simili, anche se molto meno importanti, l'influencer Viktoria Bonya, il soldato Aleksander Lunin, e anche il blogger Ilya Remeslo, che indicano come si siano "estesi i confini del lecito". Il primo tabù che è stato rotto, sottolinea, è quello della discussione del futuro, che implicitamente significa una discussione del dopo Putin. "Il sistema dei garanti si è disintegrato" e gli imprenditori che tengono in piedi il sistema, che hanno il loro denaro e il loro asset in Russia, che non sono più benvenuti all'estero, ne chiedono il conto, sottolinea Schulmann. "Il processo ha iniziato a dispiegarsi". E' la prima volta che analisti accreditati, come lo sono Stanovaya e Schulmann, anticipano una scossa all'interno del sistema.
E' sempre più evidente, evidenzia Stanovaya, la biforcazione fra la certezza del presidente nel patriottismo della classe dirigente e nella pazienza dei russi, certezza che lo porta a governare il Paese come se fosse completamente mobilitato alla guerra (e la prova di questo atteggiamento si vedrà a ottobre, quando si prevede una mobilitazione, ndr.) e la modalità di pace con cui invece continuano a operare le istituzioni e la burocrazia. Da un lato c'è la visione di Putin della guerra e l'escalation che genera altra escalation, dall'altra una crescente richiesta di cambiamento, "per una valutazione più realistica delle capacità geopolitiche della Russia, per decisioni competenti in politica interna e obiettivi della guerra più raggiungibili". Questa richiesta è condivisa "perfino da attori filo Cremlino".
"E' una posizione pericolosa per il regime, proprio perché non è né anti guerra, né anti Putin", a priori. Queste due dinamiche sono destinate ad accelerarsi fino a scontrarsi. "Per il momento, il regime non corre il rischio di implosioni significative. Si sta solo avvicinando a un incrocio: seguirà l'escalation e la radicalizzazione o un percorso che porti a un processo di ristrutturazione interna e a un mondo post putiniano?", si chiede Stanovaya, fondatrice della società di analisi R-Politik.













