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FEDE E RELIGIONI | 28 gennaio 2026, 08:00

Leone XIV: la Chiesa contro ogni forma di antisemitismo

In occasione del Giorno della Memoria, Papa Leone XIV ribadisce, in un post pubblicato su X, la fedeltà della Chiesa alla posizione espressa nella dichiarazione Nostra Aetate e la ferma condanna di ogni forma di discriminazione o molestia per motivi etnici, linguistici, nazionali o religiosi. Una presa di posizione che si inserisce nel solco tracciato dai Pontefici del passato, a partire da Pio XII che, nel radiomessaggio natalizio del 1942, denunciò il destino di «centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte»

Leone XIV: la Chiesa contro ogni forma di antisemitismo

La memoria non è un semplice esercizio cognitivo. Può diventare una lezione capace di salvare l’umanità da tragedie già vissute nella storia. Il Giorno della Memoria, celebrato ogni anno il 27 gennaio per commemorare le vittime dell’Olocausto, non è una ricorrenza scolastica utile a “ripassare” nozioni in vista di un’interrogazione sulla Seconda guerra mondiale. È, prima di tutto, un richiamo alla coscienza di ogni uomo e di ogni donna, affinché si rafforzi il sistema immunitario della famiglia umana contro nuovi orrori.

Gli abissi della storia si riaprono quando prevalgono il nazionalismo estremo, la diffidenza e i linguaggi dell’odio a discapito della fraternità. In questa direzione vanno le parole dei Papi sull’Olocausto: un monito perché l’orrore non venga dimenticato e l’antisemitismo non trovi più terreno fertile.

Tra queste, le parole di Leone XIV, che ha affidato a un post sul suo account X @Pontifex il pensiero per la ricorrenza: «Oggi, Giornata della Memoria, vorrei ricordare che la Chiesa rimane fedele alla posizione ferma della Dichiarazione Nostra Aetate contro tutte le forme di antisemitismo e respinge qualsiasi discriminazione o molestia per motivi etnici, di lingua, nazionalità o religione».

L’appello di Papa Leone XIV si unisce a quello dei suoi predecessori, che nel corso della storia hanno spesso alzato la voce per denunciare catastrofi umane consumate nel silenzio. Un grido talvolta solitario, lanciato quando gran parte del mondo non era ancora consapevole della portata degli orrori in atto. È il caso del radiomessaggio natalizio di Pio XII del 24 dicembre 1942, in cui il Pontefice parlò apertamente di persone destinate alla morte «solo per ragione di stirpe».

Parole che, come chiarì Benedetto XVI nel 2008, rappresentano un riferimento inequivocabile allo sterminio degli ebrei. Durante la Messa per il cinquantesimo anniversario della morte di Papa Pacelli, Benedetto XVI ricordò come Pio XII avesse denunciato la deportazione e la persecuzione, scegliendo spesso la via del silenzio operativo per salvare il maggior numero possibile di vite. Un impegno riconosciuto, al termine della guerra, da numerose autorità del mondo ebraico, tra cui il ministro degli Esteri israeliano Golda Meir.

A queste riflessioni si intrecciano i “terribili e dolorosi ricordi” evocati da Giovanni Paolo II. Nell’udienza generale del 26 giugno 1996, il Pontefice polacco ricordò Berlino come simbolo delle decisioni che portarono alla Seconda guerra mondiale e alla Shoah, sottolineando come le ferite di quella stagione non siano ancora del tutto rimarginate.

Anche Paolo VI, durante l’Angelus del 17 ottobre 1971, richiamò l’orrore dei campi di sterminio, soffermandosi sulla testimonianza di san Massimiliano Maria Kolbe, che ad Auschwitz offrì la propria vita al posto di un padre di famiglia condannato a morire di fame. Un gesto estremo di carità, capace di aprire uno spiraglio di luce nella barbarie.

Anche quando il male sembra prevalere, ricorda Leone XIV, l’amore può vincere. Durante la Messa del 5 ottobre 2025 per il Giubileo del mondo missionario e dei migranti, il Papa ha dato voce al grido che attraversa tutta la Scrittura: «Perché, Signore, sembri assente?». Un interrogativo che Benedetto XVI definì lacerante, ma al quale la fede risponde con la speranza: il male ha un termine, la salvezza non tarda.

Infine, resta la lezione della Shoah, ricordata con forza da Papa Francesco durante la visita alla sinagoga di Roma nel gennaio 2016. Sei milioni di ebrei sterminati in nome di un’ideologia che pretendeva di sostituire Dio con l’uomo. Una tragedia che impone vigilanza costante, perché nuovi orrori possono annidarsi nelle crepe della coscienza.

Questo insegna la Shoah: tenere gli occhi e il cuore sempre aperti. Perché la memoria non è passato. È responsabilità presente.

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