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Camminar pensando | 11 novembre 2022, 10:30

ALBORI

TERZA PARTE - Il germe della passione per i monti me lo seminò mio padre quando ero piccolino. Non che mio padre fosse un alpinista o uno scalatore. E nemmeno un’escursionista. Neanche per idea! Mio padre aveva con la montagna un rapporto di amore e odio per via delle sue origini contadine che fin da ragazzo, appartenente ad una numerosa famiglia patriarcale dei primi del ‘900, non gli avevano consentito scelte diverse se non quella di condurre le vacche della malga tra i magri pascoli del vasto e martoriato massiccio del Monte Grappa

Mio padre al Sacrario di Cima Grappa - foto di Francesca Dissegna

Mio padre al Sacrario di Cima Grappa - foto di Francesca Dissegna

Dopo il matrimonio però riuscì anche lui, come tanti in quel periodo, a salire sul treno del boom economico riuscendo ad affrancarsi dal mestiere di bovaro di un veneto depresso per diventare operaio nell’opulenta Lombardia: un salto di categoria che non gli consentì di emanciparsi dalla fatica ma gli permise quantomeno di migliorare lo status economico famigliare di quel poco che gli consentiva di trascorrere le ferie d'agosto nelle casa colonica della sua terra d'origine ai piedi del Grappa.

E fu proprio in quelle scorribande agostane che seduto a fianco di mio padre sulla Fiat 600 color panna prima e sulla FIAT 127 di un osceno color aragosta dopo, risalivo i tornanti della Strada Cadorna coi finestrini abbassati con la manovella, cantando in coro con lui La montanara o, con maggiore e più giustificabile enfasi Sul ponte di Bassano. Si saliva con piacere in quei caldi pomeriggi estivi tra un traffico automobilistico pressoché inesistente per fermarci una volta in un luogo un'altra volta in un altro ad osservare i pascoli, le rocce, i boschi, le gallerie e le trincee della grande guerra. E riservando anche tempo e preghiere tra i bianchi marmi del Sacrario di Cima Grappa.

Così un giorno dopo l'altro di quegli indimenticati mesi di agosto il seme dell'andar per montagne ha cominciato a germogliare fino a liberarsi dall'ultimo tegumento alla fine dell'adolescenza in una spericolata gita in compagnia della fidanzata sulla Paganella in maglietta, braghette corte e scarpe da tennis rosse!

Da quel giorno epico, di gite, escursioni, scalate e cammini tra i monti ne ho compiuti in continuazione col caldo e col freddo, col sole e con la pioggia fino a quando tanti anni dopo, ancora in scarpe da tennis ma dal colore più consono all'età ed anche, e soprattutto meno spericolatamente, mi sono ritrovato a rileggere L’azzurra lontananza di Hermann Hesse seduto su una delle deliziose panchine che adornano il culmine del Sass del Pizz sotto un sole tiepido di inizio autunno e sopra il luccichio del grande Lago.

Le panchine del Sass del Pizz -Lago Maggiore- (foto di Mauro Carlesso)

Le panchine del Sass del Pizz, mi sia concesso di chiarire che non rientrano nel novero di quelle sciagurate panchine giganti (chiamate soprattutto Big Bench) che oggigiorno infestano gli occhi dei camminatori e dei meditanti in ogni luogo suscitando una sorta di sentimento contrastato di orrore nelle persone sensibili ed adorazione in quelle fragili.

Le panchine del Sass del Pizz rientrano a pieno titolo in quelle gentili strutture che adornano garbatamente luoghi pensosi, rifugi del cuore, ricetti dell'anima senza stordire con colori sgargianti, senza invadere grossolanamente e con arroganza luoghi per natura immoti che chiedono di essere lasciati lì in attesa di uomini e donne di buona volontà desiderosi solo di contemplare il Creato mediante un’adorazione del bello che prende le distanze da quella consumistica illusione di tornare indietro nel tempo. Un’adorazione che nulla ha a che fare con quel "tornare bambini" recitato dallo slogan della Community Big Bench Project a cui fanno capo tutte quelle orrende installazioni. Perché alle panchine del Sass Pizz ci si arriva solo camminando. Senza una strada asfaltata ed un comodo parcheggio come vorrebbe il protocollo delle Big Bench. Perché sul culmine di questa montagna che di fatto della montagna ne è solo una bella e quieta imitazione con la sua conformazione a poggiolo, ci si arriva con quello stesso spirito dell'andar per montagne che ti vuole partecipe del pensiero, dell'introspezione, della filosofia del camminare come quando ti addentri nei valloni infiniti o percorri creste a strapiombo sui dirupi o quando calchi vette immacolate.

Non c’è infatti differenza alcuna tra l'atto del camminare meditando su alte vette o su poggioli affacciati sul Lago. Come non differisce poi tanto neppure quel ricercare camminando in luoghi perigliosi da quel camminare meditando ciondoloni per le strade trafficate delle città, o lungo le solitarie alzaie di pianure avvolte nella nebbia.

Ed ancora mi torna alla mente mio padre con quel suo garbato ma deciso modo di condurmi a camminare sui prati tra le mucche al pascolo o lungo le aie delle case coloniche, senza distinzione alcuna. Perché è intenso e sapiente anche passeggiare in qualsiasi posto fosse anche solo per cercare un bar di periferia nel quale appoggiare sul tavolino, insieme alla tazzina di caffè, anche i propri pensieri. Per un attimo solo, magari.

Ma per un attimo estatico che si chiama pensare. (Segue 3)


Mauro Carlesso Scrittore e camminatore vegano

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