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Block Notes | 29 maggio 2022, 11:07

VITA DI ADRIANO OLIVETTI: INCOMPIUTA E PERFETTA

Block Notes è una rubrica settimanale promossa dall’associazione Comunque Valdostani con l’obiettivo di avvicinare i Cittadini al Palazzo e aprire il Palazzo ai Cittadini. L’Associazione Comunque Valdostani ringrazia il Sindaco di Aosta, Gianni Nuti, che con entusiasmo ha aderito alla proposta

VITA DI ADRIANO OLIVETTI: INCOMPIUTA E PERFETTA

Di Adriano Olivetti si è detto e si dice oggi con insistenza, ma soprattutto si agisce nel suo nome, non sempre a proposito.

La fondazione che porta il suo verbo nel mondo da molti lustri promuove riflessioni sulla sua lettura visionaria dell’impresa, della fabbrica, dell’ambiente intorno e, soprattutto, dell’uomo; i principi della responsabilità sociale d’impresa sono diventati di dominio pubblico, trovano oggi applicazione in molti luoghi di lavoro con articolazioni e sfaccettature diverse: dalle misure di sostegno economico alla genitorialità e alla non autosufficienza alla creazione di servizi sanitari complementari a quelli pubblici, dai nidi aziendali a iniziative di salvaguardia dell’ambiente e d’incremento del benessere personale e collettivo dei lavoratori.

Lui aveva già non solo immaginato, ma realizzato tutto.

Di certo non ho l’ambizione di scrivere cose originali su un personaggio così studiato, ma mi preme chiarire, in primo luogo a me stesso, cosa provo quando leggo o guardo della sua storia e del suo pensiero affinché qualcuno, magari, si ritrovi.

Nei reportage d’epoca, fin dalle foto più antiche, incrocio lo sguardo di un uomo proiettato nell’altrove: scruta la lontananza incorniciando i suoi occhi con un sorriso appena abbozzato, ma mai aperto. La corporatura negli anni si ispessisce, il volto si fa pieno e il capo largo e calvo, se non per due ciuffi di capelli sopra le orecchie; il mento, segnato ai lati, sembra quello dei pupazzi da ventriloquo. Si muove con lentezza e, nella gestualità coverbale – ovvero quella che manifesta e dettaglia il senso delle parole, tanto cara al popolo italico – parte dalle mani chiuse raccolte in mezzo al ventre e le apre, a turno, sollevando contestualmente il braccio: lo stesso gesto del seminatore…

Non a caso il corpo di Olivetti appare monolitico, poco mobile e quando parla dal pulpito come leader dice parole solide, ma con una voce flebile, dalle intonazioni gentili: è un uomo che ama così tanto il mondo da essere irrimediabilmente disadattato al mondo, come Montale usava dire dei poeti.

Infatti i suoi pensieri erano troppi, arditi, ecumenici e non partigiani, distanti dalle squadrate forme del vivere che sembravano allora le uniche possibili: il profitto da una parte, lo sfruttamento dall’altra, la vita contadina o quella operaia, il lavoro in opposizione alla vita.

Mentre le idee di riorganizzazione aziendale trovano radici nel suo percorso di apprendistato negli Stati Uniti, la sua visione politica matura durante l’esilio in Svizzera, tra l’armistizio e la fine della guerra. In quel tempo teorizza una relazione ecologica tra la vita fuori e quella dentro la fabbrica, tra la dimensione dello sviluppo e quella della conservazione delle radici, tra la natura e il manufatto ma, soprattutto, tra il bene e la bellezza.

Per ciò l’efficienza e la portabilità nella sua “Lettera 22” si coniugano con il suo design essenziale, i colori eccentrici, una pubblicità rivoluzionaria e un prezzo accessibile; per questo abbatte i muri della vecchia fabbrica costruita dal padre, Camillo, e riempie la nuova di vetrate, permeabili ai raggi del sole da mattina a sera, capaci di mostrare agli operai il mutare dei colori dei monti circostanti d’ora in ora.

Ma la sua larghezza di visione non si contenta di predire i desideri dei consumatori di domani e quelli di chi assembla i prodotti di consumo: pensa all’uomo migliore possibile, cittadino partecipe e lavoratore cooperante, portatore di cultura come unica strada per contrastare il suo istinto all’autodistruzione, all’asfissia del muro contro muro, dell’uomo contro l’uomo.

E per poter costruire la persona migliore ne scruta gli esemplari che incontra uno ad uno leggendo i loro caratteri dietro ogni movenza, ogni differente prosodia, nei comportamenti silenziosi eppure eloquenti.

In particolare, i suoi collaboratori più stretti ricordano con quali mezzi poco ortodossi selezioni il personale da assumere in Olivetti: prima effettua una perizia grafologica sulla firma dei candidati, li fa sfilare verso la porta d’ingresso con una scusa, conversa con loro come fossero insieme al bar per analizzare i loro gesti espressivi, per scovare umori e intenzioni oltre la forma lisa delle parole più convenzionali.

Non cerca i tracotanti Adriano Olivetti ma i fragili, perché ne intravede l’autenticità e la spinta intensa verso un avvenire pieno e appagante, non seleziona i rassegnati ma gli ottimisti, non i servi ma i ribelli liberi di ardire immaginare ciò che non c’è ancora, ma si sta inconsapevolmente cercando, per insoddisfazione profonda rispetto al tempo presente e ai suoi contorni.

Forse, seleziona i disadattati come lui, per unirne le forze e raggiungere un altro mondo insieme…

Questo leggo di Olivetti, tra i ritmi delle sue testimonianze, degli appunti, dei fotogrammi, della sua città perduta: il peso della vita più temeraria e generosa possibile, il pneuma profondo della sua infinita solitudine.

E in una tale, nobile incompiutezza, con nostalgia e ammirazione, m’abbandono come in una musica malinconica e perfetta.

Gianni Nuti

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