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Block Notes | 23 gennaio 2022, 12:57

ZACCAGNINI: LA POLITICA BELLISSIMA

Blok Notes è una rubrica settimanale promossa dall’associazione Comunque Valdostani con l’obiettivo di avvicinare i Cittadini al Palazzo e aprire il Palazzo ai Cittadini. L’Associazione Comunque Valdostani ringrazia il Sindaco di Aosta, Gianni Nuti, che con entusiasmo ha aderito alla proposta

ZACCAGNINI: LA POLITICA BELLISSIMA

Come Nilde Iotti, anche Benigno Zaccagnini detto Zac era figlio di un ferroviere, licenziato a causa della sua fede antifascista, abituato fin da piccolo a scontare il sacrificio delle idee.

Fa parte anche lui di quel gruppo di sorridenti malinconici che emanano benevolenza, apertura al mondo e insieme un desiderio inespresso di abitare altrove: Nilde con il suo amore perduto, Zac con il suo Dio.

Amava le marionette Benigno, spartiva questa passione con l’amico inseparabile Giordano Mazzavillani, medico di Ravenna con il quale reinventava storie di eroi e d’avventure in romagnolo stretto. E un po’ somigliava loro: con quel mento adunco, la bocca ripiegata verso il basso, gli occhi fini, pronti tuttavia a dilatarsi per commozione un incisivo spezzato dai capitomboli d’infanzia. Parlava anche come una marionetta da commedia dell’arte, con quel timbro nasale, la tendenza a mangiare le parole fino a trasformare la lingua in un colorito gramelot. Sembrava poi che il puparo si fosse distratto quando, da giovane vitale romagnolo, non si curava di farsi intervistare con un lato del colletto dentro il gilet e l’altro fuori e rivolgeva il capo indietro pendendo di lato quasi dovesse accasciarsi, per scherzo, da un momento all’altro.

Begnino Zaccagnini con Aldo Moro

Ma nelle sue orazioni dava carne a sentimenti veri, schietti come passatelli in brodo e la gente ne percepiva il gusto, sapeva che non c’era né trucco né inganno, ma solo genuinità profonda e uno spirito puro. Avevano finito per comprenderlo anche i suoi compagni di partito – molti dei quali occupati in pratiche spartitorie, annebbiati dal benessere e dal profitto facile, imbolsiti da un potere conservato troppo a lungo – quando gli affidarono la segreteria del partito, la DC del 1975, in piena crisi d’identità.

Certo, lo avevano valorizzato fin degli anni ‘50 il partigiano dott. Tommaso Moro, medico pediatra capitato in politica per caso e per caso rimasto fino alla fine dei suoi giorni: prima sottosegretario poi ministro del lavoro e della previdenza sociale, quando estese la copertura pensionistica anche agli artigiani e a i commercianti e, soprattutto, diede dignità di legge ai contratti collettivi nazionali di lavoro rafforzando lo stato di diritto, e ancora ministro dei lavori pubblici.

Begnino Zaccagnini

Ma lui nei fine settimana tornava nella sua Ravenna, tra la sua gente, per non perdere mai le sue radici identitarie, il contatto con la sua comunità di appartenenza, senza lasciarsi avvinghiare nella morsa assassina della Roma affarista e trafficona, conservando il suo fare silenzioso, la gestualità schietta, naturalmente raffinata, le sue parole autentiche.

Fu profeta quando predisse che la forza delle idee avrebbe infranto muri d’odio:

“Vi è un mondo nuovo che vuole e deve nascere. Noi vogliamo dare il contributo di tutte le nostre forze e di tutti i nostri ideali; noi vogliamo contribuire a far sì che ogni ostacolo, ogni barriera che limiti l'espansione di ogni popolo e di ogni creatura umana siano abbattuti. Vi è una barriera che per noi tutte le simboleggia: il muro di Berlino, un muro che per la prima volta nella storia serve non per impedire che altri dall’esterno penetri ma per impedire che chi soffre dentro la città di Berlino-est possa uscirne ed evaderne. Noi sappiamo, onorevoli colleghi, che anche questo muro verrà abbattuto; e non verrà abbattuto dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzano nel mondo.”

Fu agnello sacrificale quando la sua mente fu chiamata a spezzarsi in due corpi opposti, inconciliabili: il primo intriso di affetto, venerazione e stima per il suo fratello di fede, Aldo Moro, proteso verso l’umana salvezza, desideroso di garantire la tutela collettiva d’ogni individuo fragile; il secondo fermo nel rifiutare di conferire dignità politica al terrorismo scendendo a patti, riconoscendone la presenza in un tavolo al pari dello Stato, lasciando le porte aperte alla morte. La sua pena fu grande: condannato ad agire con fermezza compiendo una scelta, spesso lasciata a Dio, sulla vita o la morte di un sodale con la certezza che non si sarebbe mai liberato dal dubbio di avere agito nel nome del bene comune, dei valori della resistenza per i quali aveva combattuto, nel nome del Dio che ha amato, fino alla fine, di un amore totale.

Di una cosa noi siamo certi: non avrebbe esitato a scambiare la sua vita con quella di Moro sacrificandosi al suo posto, e questo lo assolve da ogni colpa e ci assicura che, come lui auspicava, nell’altro mondo il suo amico – quel presidente della FUCI l’Azione Cattolica ai tempi in cui lo conobbe negli anni ’30 insieme a Montini, il futuro Papa Paolo VI – gli è venuto incontro col suo dolce sorriso.

Zaccagnini, uomo santo, credeva che la politica avesse un solo compito: coltivare una ragionevole speranza. Lui si caricò il fardello di una scelta così dolorosa perché nessuno di noi perdesse la possibilità di conquistare una Terra di uomini liberi.

A noi il compito di recuperare quella tensione acuta e profonda, in un mondo depredato e smarrito.

Gianni Nuti

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