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Block Notes | 30 agosto 2021, 08:00

L’Isola delle Rose e l’autonomia

Block Notes è una rubrica settimanale promossa dall’associazione Comunque Valdostani con l’obiettivo di avvicinare i Cittadini al Palazzo e aprire il Palazzo ai Cittadini. L’Associazione Comunque Valdostani ringrazia il Sindaco di Aosta, Gianni Nuti, che con entusiasmo ha aderito alla proposta

L’Isola delle Rose e l’autonomia

È tornata di recente in auge una vicenda che fece scalpore nel 1968 non solo a Rimini, ma nel mondo intero: un ingegnere insieme ad alcuni professionisti riminesi ha costruito una piattaforma di acciaio e cemento in mezzo al mare, in acque internazionali, decretandone l’indipendenza.

Non si trattava di un sessantottino idealista, ma di un ex combattente della Repubblica di Salò esasperato da lacci e lacciuoli della burocrazia e corroborato da un intuito temerario per il business estremo. Nel libro di Veltroni e ancor più nel film del 2020 di Sydney Sibilia, protagonisti principali Elio Germano e Matilda De Angelis,  si reinterpreta il fatto secondo uno sguardo più onirico, nel quale ragioni d’amore sono mescolate con un radicale desiderio di libertà e insieme di coesione tra compagni di viaggio, mentre gli affari sfumano tra le foschie dell’Adriatico più lattiginoso.

Certo la questione è d’indubbio interesse, poiché richiama quell’irriducibile voglia di farsi un’isola che ciascuno di noi modella a proprio piacimento: fondando una impresa, costruendosi un’abitazione indipendente confinata tra cancellate e alte siepi, personalizzando l’auto con accessori unici e un’originale combinazione di optional tra quelli disponibili a catalogo.

Ma c’è qui una implicazione politica che spicca: la volontà di autodeterminazione da parte di un un gruppo di cittadini guidati da un leader visionario e la spinta verso la ricerca di una nuova identità e di comuni interessi, senza implicazioni religiose o fanatismi come avvenuto in altre circostanze e più volte nella storia recente.

Pur consapevole della differenza tra il concetto di indipendenza e di autonomia, la visione del film mi ha ricordato come già durante la campagna elettorale vissuta e patita proprio un anno fa mi fossi scervellato su quale significato attribuire al concetto – tanto masticato dalle nostre parti, fino a farne poco più che un bolo – di autonomia, facendomi un’insignificante idea, che però ho piacere di esprimere.

Nella regione in cui vivo l’autonomia è un dettato di legge marchiato a fuoco sulla pelle di persone che hanno amato la libertà fino al sacrificio; esso delinea delle facoltà poste in capo a un organo istituzionale e a una serie di enti collegati, affinché traducano un principio in atti concreti, per conservare una memoria nobile. Ma oggi deve esserci un sentimento, ovvero un sistema di percezioni, di dati sensoriali corredati da ragionamenti che ne esprimono il senso.

Per essere più chiari, l’autonomia di un popolo deve fondarsi su una serie di immagini, odori, gusti e contatti così prolungati, esclusivi e profondi da diventare incarnati.

Io sono valdostano nella misura in cui desidero conoscere di questa terra ogni sasso, tutte le radici degli alberi come le loro fronde, tutti i colori del cielo, ogni animale dal più piccolo al più grande. Compreso l’uomo: quello che la abita nella contemporaneità, ma anche nella Storia. Con una precisazione d’obbligo: conoscere non significa solo ed esclusivamente avere studiato, elaborato concetti, seguito dei processi logici, ma semplicemente essersi abbandonati con il proprio corpo dentro a quel frammento di natura avendone succhiato ogni linfa vitale per nutrirsene, e riconoscerne, in questo modo, l’unicità.

Se questo sentimento è autentico, il governo del popolo, la convivenza civile e le sue regole sono pregne di Bene per tutto l’ecosistema, non solo per un singolo individuo né solo per uno dei tanti animali che lo popolano, per quanto intelligente e performante sia, ma per Tutto.

Se dunque la conoscenza implicita o esplicita che possiede la comunità è così matura da possedere il suo passato, da sapere ogni dettaglio delle dinamiche che hanno ispirato scelte, hanno dato forma alla relazione tra paesaggio antropico e quello naturale cogliendone gli errori e le distorsioni, nessuno può proiettare meglio, verso il futuro, le prospettive del suo sviluppo: nessuno dall’esterno può capire come si muove ogni filo d’erba d’un alpeggio al refolo agostano che anticipa l’autunno se non l’ha osservato, odorato, misurato e amato a lungo.

Gli è, tuttavia, che nessuno è un isola, nessun popolo basta a se stesso perché scollegato dalla rete di contatti e di scambi con altre aggregazioni estremamente simili o egualmente differenti. E i confini della propria autonomia (e non è diverso per l’indipendenza) non sono assunti per sempre, ma oggetto di continui confronti negoziali con il prossimo, in forma singola o aggregata; e il contesto si trasforma, le persone immigrano ed emigrano provando la fatica dell’appartenenza a più terre, talvolta l’alienazione di non appartenere a nessuna…

Quindi, credo che l’autonomia di una terra o di un popolo non sia per nulla sinonimo di protezionismo o di salvaguardia di privilegi intoccabili, non sia un alibi per alimentare la paura del confronto, lasciando stagnare la mediocrità e la preservazione ostinata di uno status quo sempre più fragile, men che meno un modo per arricchire pochi a scapito dei più. Sono certo invece che debba essere interpretata come un’opportunità per interrogarsi sulla propria mutevole identità e leggere con profondità la realtà intorno, comprendendo come una decisione specifica su un tema, che pare circostanziato, abbia una ricaduta a cascata sulle vite delle persone apparentemente più estranee perché si conoscono le implicazioni più sottili, e l’occhiale microscopico con il quale si esaminano i fenomeni viventi in un fazzoletto tormentato di terra possa aiutare a capire il resto del Mondo.

Come il pianista sull’oceano, siamo consapevoli che abbiamo bisogno di una nave – non di un’isola – dalla quale vedere tutte le valli, i monti e i fiumi del mondo, nella quale incontrare amici amati e ascoltare tutta la musica del mondo, amare tutte le donne del mondo perché per ciascuno, per ogni popolo, fuori è tutto troppo grande. Ma sarà viva, inclusiva e protettiva solo se a sua volta viaggerà, incontrerà molta varia umanità che inviterà a salire e a scendere e cambieranno gli arredi dentro come i paesaggi intorno alla nave. Solo così, per lungo tempo, nessuno avrà interesse ad affondarla.

Se comunque questo dovesse avvenire, indipendentemente dal nostro volere, dobbiamo sapere che perderemmo un po’ di ciò che oggi siamo.

Gianni Nuti

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