L’incontro con il segnatore, teso a risolvere l’aggressione di un fuoco di Sant’Antonio della protagonista, giunge alla terza segnatura, con la quale si chiude il ciclo rituale della cura di Leonildo. In quell’ultimo incontro la protagonista ha modo di conoscere, seppur superficialmente, alcuni curiosi aspetti della misteriosa personalità del segnatore.
Sono arrivata a Leonildo per una combinazione del tutto casuale. Delle segnature non avevo mai sentito parlare, benché non disconoscessi la presenza di pratiche e riti secolari che, soprattutto nelle campagne, sono in capo a persone con il cosiddetto “dono”, che lo perpetuano per via orale ed esperienziale a familiari e parenti stretti.
Una sera di gennaio venne a trovarmi un’amica del Canavese. Le parlai del problema che mi affliggeva e, mostratole alcune piaghe, non ebbe dubbi nel riconoscere in esse il Fuoco di Sant’Antonio.
Le dissi che, diagnosticatomelo anche dal medico, da ormai una settimana ero in terapia con pesanti antivirali che non sembravano avere alcuna efficacia. Anzi.
Questa amica mi parlò allora dell’esperienza di suo papà, un coriaceo contadino novantenne che, anni fa, afflitto da un Herpes Zoster apparentemente irrisolvibile e doloroso, si era rivolto a un’anziana della zona nota come “la segnatrice”. In men che non si dica, questo energico signore si reca dalla altrettanto energica signora e, con le tre segnature, il dolore lancinante che non lo faceva neppure dormire passa e, con ancor maggior sorpresa, non si ripresenta più da quel dì.
Quella notte non feci che pensare alle parole di questa mia amica, progettando il mattino seguente di informarmi di più su questa pratica e cercare, perché no, una segnatrice nei paraggi di casa mia.
Complice la giornata festiva, ancora sotto le coperte, mi sono data da fare esplorando il web e scoprendo così un mondo esoterico, al confine con la tradizione popolare e la magia bianca, che mi ha affascinata.
La combinazione vuole che quello stesso giorno, prima di pranzo, mi chiami al telefono un amico con il quale in passato avevamo fatto qualche gita in montagna e qualche uscita sul lago.
Nel corso della telefonata, in maniera del tutto spontanea e casuale, tra una chiacchiera e l’altra, mi sovvenne di chiedergli se fosse a conoscenza delle segnature.
La mia sorpresa fu straordinaria quando il mio interlocutore mi disse non solo che le conosceva, ma che lui stesso era stato protagonista di ben due segnature.
Come un torrente in piena gli chiesi mille cose e duemila informazioni, che l’amico non lesinò di raccontarmi fin nei minimi dettagli, e che ascoltai con avida curiosità.
La prima segnatura, mi disse, avvenne almeno dieci anni fa. Gli fu praticata da una vegliarda nella zona di Ivrea. Pensai subito, anche se non lo potrò mai stabilire con certezza, che fosse la stessa segnatrice che guarì il papà della mia amica del Canavese. La cosa stava prendendo sicuramente una connotazione curiosa, o forse magica. Ero estasiata.
La seconda segnatura questo mio amico la ottenne solo pochi giorni fa. Per contrastare un incipiente ritorno del Fuoco di Sant’Antonio, proprio a ridosso delle festività natalizie, si rivolse a un segnatore più vicino del Canavese, che stava sulle colline del lago. Glielo aveva consigliato, a sua volta, un amico che l’aveva sperimentato personalmente.
Fu allora che sentii il nome di Leonildo.
L’amico mi raccontò che questo Leonildo riceve in un garage, destandomi non poche perplessità, ma che possiede buone qualità come la pulizia e l’ordine. Restai ben impressionata quando mi disse che l’unzione del corpo veniva fatta con un guanto e non a mani nude. Tirai un sospiro di sollievo.
Mi raccontò anche le differenze che aveva riscontrato tra i due segnatori sperimentati. Mentre l’eporediese metteva in scena un vero e proprio rituale, con scopini di saggina avvolti in carta da giornale da bruciare nel caminetto acceso per l’occorrenza, questo signore del lago usa il fuoco solo con una specie di incenso, che scoprirò poi essere un bastoncino di nocciolo.
Ma la differenza che il mio amico trovò più sostanziale fu il pagamento: la vecchina chiese un’offerta, Leonildo una cifra precisa, come la tariffa di un professionista.
Rimasi perplessa. Avevo nel frattempo letto che questo “dono” veniva erogato senza alcun compenso, lasciando al buon cuore del malcapitato l’eventuale regalia. Un tempo questa pratica di campagna era regolata dallo scambio col guaritore di prodotti della terra: galline, uova, salami o verdure. Certo, ora questo baratto è un po’ caduto in disgrazia, ma la richiesta perentoria di quattrini di questo sedicente guaritore, in effetti, suona poco ancestrale e molto contemporanea.
Fu così che, con molti dubbi e con tante speranze, incontrai Leonildo e lo spirito di nonna Fedora.
Segue domani
La presentazione - cap.1 - cap.2 - cap.3 - cap.4





