La protagonista affetta dal fuoco di Sant’Antonio si reca da un segnatore del quale ha sentito parlare. L’esperienza alla quale sta andando incontro la rende ansiosa e timorosa. L’incontro con Leonildo, il segnatore, la lascia sorpresa
Questo Leonildo accende un pezzettino di legno (chissà di quale essenza) e, con questo, come se fosse un sigaro, traccia segni della croce su ogni mia piaga.
Mentre avviene il rito mi guardo attorno, attonita. Sono in piedi, con la maglia sollevata, chiusa in un garage con un uomo mai visto che mi sta fumigando dappertutto. Dietro di me vedo un paio di moto d’epoca, qualche riproduzione in scala di navi e velieri, una libreria stracolma di fumetti (Topolino per la maggior parte). Un’accozzaglia di cose e oggetti senza un senso, ma ordinati, di un ordine che mi sembra ancora più insensato.
L’ambiente è assurdo. Ordine e pulizia sono davvero gli unici due elementi che, in questo luogo fuori dal tempo, sembrano fuori posto.
Mentre penso, con qualche apprensione, che nessuno sa che sono qui, Leonildo mi fa girare, proseguendo la segnatura sulla schiena. Ho così modo di scorgere appeso al muro un diploma di pranoterapia. Anche appoggiato a un mobiletto c’è un attestato analogo. Tiro un sospiro di sollievo. Penso allora che questo Leonildo esista davvero e che altre persone sappiano che, in questo garage affacciato su un’aia di una vecchia cascina piemontese, esiste un segnatore che lotta col Fuoco.
Al termine della segnatura passa a cospargere le piaghe di olio che attinge da una piccola fialetta. Gli chiedo che olio sia. Mi risponde: «Olio».
La segnatura — non so dire se per il fumo o per l’olio — mi procura uno strano bruciore. Soprattutto il ventre e la zona pubica mi fanno uno strano effetto, come se si stessero… raggrinzendo. Che sta succedendo?
Tutta l’operazione non dura più di cinque minuti. Leonildo si sfila il guanto in lattice che aveva indossato per oliarmi e si para davanti a me con un sorriso rasserenante. Mi dice che abbiamo finito e che posso rivestirmi. Gli chiedo se guarirò. Mi risponde senza indugio che «da adesso il Fuoco torna indietro».
Mi raccomanda di non lavarmi: l’acqua dà sollievo, ma stimola il Fuoco. Mi dice anche di tenere la stessa maglia fino a domani sera.
Mentre mi rivesto Leonildo mi osserva. Provo una sensazione di disagio, ma non per causa sua. Sono io che mi sento scossa da questo impatto con una cultura ancestrale e fuori da ogni razionalità nella quale mi sono casualmente immersa. Ma è stato davvero casuale? Mi chiedo cosa succederà.
Ci salutiamo dandoci appuntamento per domani sera, per la seconda segnatura.
Esco dal garage. Leonildo mi segue. Salgo in macchina e lui spegne la luce, chiude il portone e scompare nel buio.
Avvio l’auto. I fari illuminano due gatti che attraversano l’aia e mi riportano a Sant’Antonio, la cui leggenda vuole che proprio questa sera gli animali, quelli domestici, parlino tra di loro. Guardo i felini transitare lenti nel fascio di luce e non posso non chiedermi cosa si stiano raccontando. Ma è una domanda che scaccio immediatamente, perché se li sentissi parlare potrei incappare in qualche sventura: la leggenda, su questo punto, è intransigente.
Turbata dai gatti, dal Fuoco sacro e da Leonildo, innesto la prima e mi avvio velocemente fuori dall’aia, sprofondata nuovamente nel buio più profondo.
Il viaggio di ritorno è un’accozzaglia di pensieri che mi martellano la testa. Sono quasi le venti quando entro in casa. Ho lasciato la cena pronta, devo solo scaldarla. Mangio con foga. Mi corico subito e per tutta la notte dormo come un sasso.
Segue domani





