Camminar pensando - 03 febbraio 2026, 16:00

Il SEGNATORE “Cel que l’a lo secrè” - Capitolo uno

L’incontro

Immagine tratta da Ticino7 anno 2022

Immagine tratta da Ticino7 anno 2022

Lascio la strada del lungolago, caotica e illuminata, e mi inerpico sul fianco della montagna, percorrendo una strada buia e tortuosa.

Incontro rare macchine che scendono verso la fervente città. Io sola sto salendo.

È una zona che non conosco, fuori da ogni circuito commerciale o turistico. Nonostante le precise indicazioni ricevute, temo quasi di aver sbagliato strada e di non giungere per tempo all’appuntamento. Un provvidenziale cartello stradale, però, mi conferma che sono nel posto giusto.

Arrivo allo slargo della strada dove, come da indicazioni, c’è una croce in legno. Fermo la macchina. Non c’è anima viva. Sulla destra sale una stradina ripida, in cima alla quale dovrebbe esserci la casa di Leonildo. Sono agitata. Guardo il profilo della montagna di fronte a me, che si staglia nera contro un cielo cupo ma ricco di stelle, come da tempo non mi capitava di vedere.

Faccio un grande respiro. Riaccendo il motore, imbocco la via e salgo fino a dove l’asfalto termina, al centro di un’aia buia e desolata. Spengo l’auto. Sono le diciannove di un giorno feriale, ma non un giorno qualsiasi. Oggi è Sant’Antonio Abate. Quello del Fuoco di Sant’Antonio. Quello stesso fuoco che da giorni mi sta tormentando.

Mi faccio coraggio. Scendo dalla vettura e mi avvio verso il portone di ferro di una rimessa, dalle cui vetrate proviene l’unica luce di quel luogo.

Il portone si apre. Un uomo mi accoglie. Entro. Gli dico chi sono. Lui mi dice: «Sono Leonildo». È il segnatore.

Ha una folta chioma di capelli grigi, divisi in due da una riga centrale, come andava di moda negli anni Sessanta. Il viso grande, rubizzo e sorridente. Indossa un cardigan beige con bottoni enormi (in voga trent’anni fa), che ha il pregio di mascherare il ventre prominente.

Dargli un’età precisa non è facile. Potrebbe avere cinquant’anni portati male, ma anche sessanta portati bene.

Non è di molte parole. I convenevoli sono congelati in quello scambio dei nomi reciproci.

Mi chiede subito di fargli vedere l’addome. Tolgo giaccone e maglione. Apro la camicetta, alzo la maglia e Leonildo mi spaventa non poco sottolineando la “quantità di Fuoco” che, secondo lui, ho addosso. Mi chiede come abbia fatto a non avvertirne la presenza. Io, nello sconcerto di questa diagnosi gnostica, gli rispondo che non ho mai avvertito alcun dolore, che avevo solo qualche prurito, che sono state le macchie — che non accennavano a diminuire — a farmi pensare al Fuoco.

Lui pare non crederci e mi ritrovo nella stupida condizione di giurarglielo. A mia difesa aggiungo anche che il medico che mi ha visitata qualche giorno fa mi aveva garantito che non si trattava di Herpes Zoster (il Fuoco), ma di un banale Simplex, quello che viene sulle labbra, insomma.

Leonildo scuote la testa e accenna un sorriso beffardo. Sentenzia che non solo quel che mi porto appresso è il Sacro Fuoco, ma che è talmente esteso che “ha fatto il giro”.

Lo guardo interrogativa e mi spiega che il Fuoco parte da una zona e, se non lo si ferma per tempo, prende a girare ovunque. Nel mio caso è partito dalla schiena e alla schiena è ritornato, riempiendomi entrambi i fianchi e la pancia.

Senza troppi giri di parole mi dice subito che, nel mio caso, non basteranno le tre segnature canoniche, ma ce ne vorranno di più. Non oso chiedergli quante. Sono abbastanza spaventata.

Mi tremano le gambe, nonostante che, dopo aver enfatizzato la quantità di Fuoco che ho addosso (ha detto più volte proprio così: «…ma quanto fuoco hai addosso!»), Leonildo mi dica che ha visto di peggio. Provo a consolarmi. Ma le gambe sussultano ancora.

SEGUE DOMANI

La presentazione

Mauro Carlesso Scrittore e camminatore vegano

SU