Chez Nous - 08 novembre 2026, 08:00

L’Amazone

L’amazzone

L’Amazone

C’è chi sale sul cavallo per passione, chi per sport e chi, evidentemente, per non perdere il contatto con la realtà. O meglio, per continuare a guardarla dall’alto.

A Fieracavalli di Verona è andata in scena l’ennesima passerella di un’Amazzone che sembra avere un talento particolare: arrivare puntualmente dove c’è una festa, un’inaugurazione, una tavola imbandita, un brindisi o una telecamera accesa. Se c’è da mangiare, mangia. Se c’è da bere, brinda. Se c’è un cavallo, monta in sella. E se c’è da fare promesse, allora parte al galoppo.

Peccato che il Paese, quello vero, non abbia sempre la possibilità di permettersi nemmeno il biglietto per assistere allo spettacolo.

Mentre l'Amazzone si concede una passeggiata equestre, milioni di italiani fanno una passeggiata molto meno divertente tra gli scaffali del supermercato, confrontando i prezzi e rinunciando a qualcosa da mettere nel carrello. Non cercano un cavallo da cavalcare, ma qualche euro per arrivare alla fine del mese. E spesso neppure quello basta.

C'è un’Italia che brinda e un’Italia che conta gli spiccioli. Una che frequenta i saloni delle manifestazioni e una che frequenta gli uffici dei servizi sociali. Una che promette di correre e un’altra che corre davvero, ma per pagare bollette, mutui e affitti.

Il problema non è certo una passeggiata a cavallo. Ci mancherebbe. Il problema è la distanza siderale tra la politica che si mette in mostra e la vita quotidiana di chi non riesce più a mettere insieme il pranzo con la cena. Perché un governo non si giudica dal numero delle manifestazioni alle quali partecipa, dai calici sollevati o dai sorrisi distribuiti davanti agli obiettivi. Si giudica da quanto riesce a migliorare la vita di chi governa.

E qui il cavallo rischia di inciampare.

Ci avevano raccontato che sarebbe stato il governo della svolta, della sovranità, della crescita, della sicurezza e della difesa del potere d'acquisto delle famiglie. Un programma ambizioso, quasi una corsa a ostacoli. Solo che gli ostacoli, per molti italiani, sono diventati la spesa, il carburante, le bollette, le visite mediche e perfino il costo di mandare un figlio a scuola.

La promessa di tagliare le tasse continua a fare bella figura nei discorsi, mentre tanti lavoratori scoprono che il loro stipendio, a fine mese, ha perso parecchia strada rispetto ai prezzi. Si parla di occupazione, ma avere un lavoro non significa necessariamente potersi permettere una vita dignitosa. Si celebra la crescita, ma bisognerebbe spiegare a chi deve scegliere tra pagare l'affitto e comprare le medicine in quale tasca si nasconde questa crescita.

E poi c'è la sanità. Quella pubblica, per intenderci, non quella delle dichiarazioni. Perché non c'è niente di più paradossale di un Paese nel quale un cittadino può sentirsi dire che per una visita specialistica deve aspettare mesi, mentre chi può permetterselo paga e passa davanti. La salute dovrebbe essere un diritto, non una gara di resistenza economica.

Sulla scuola si moltiplicano gli annunci, sulla sicurezza si alzano i toni, sulle pensioni si fanno calcoli che spesso non tornano. Sull'immigrazione si promettono soluzioni definitive, ma i problemi complessi non si risolvono con una fotografia, una dichiarazione muscolare o una nuova bandiera sventolata davanti alle telecamere.

E il famoso sovranismo? Quello che avrebbe dovuto rimettere l'Italia al centro del mondo? A volte sembra che la sovranità funzioni benissimo nei comizi, un po' meno quando bisogna difendere concretamente salari, imprese, servizi pubblici e interessi nazionali nei tavoli europei.

Anche il rapporto con l'Europa meriterebbe qualche riflessione. Per anni si è combattuta Bruxelles a colpi di slogan, salvo poi scoprire che governare significa anche rispettare regole, negoziare, trovare risorse e assumersi responsabilità. Fare opposizione è come cavalcare in un recinto: basta girare in tondo e dare l'impressione di andare lontano. Governare, invece, significa scegliere una direzione e arrivare da qualche parte.

Nel frattempo, la propaganda procede al trotto, le promesse al galoppo e i risultati, quando ci sono, spesso avanzano al passo.

C'è poi una questione di stile, che diventa inevitabilmente una questione politica. Non si può chiedere sacrifici ai cittadini e contemporaneamente dare l'impressione di vivere in una permanente festa di paese. Non si può parlare continuamente di popolo e poi sembrare interessati soprattutto alle occasioni in cui il popolo applaude. Non si può rivendicare il merito di ogni piccolo successo e attribuire sempre ad altri la responsabilità delle difficoltà.

La politica non è una sagra permanente, il governo non è un palcoscenico e il Paese non è una scuderia nella quale basta tenere pulita la propria immagine per far credere che tutto funzioni.

Naturalmente, l'Amazzone ha tutto il diritto di montare a cavallo, partecipare alle fiere, sorridere, mangiare e brindare. Ma dovrebbe ricordarsi che fuori dai padiglioni espositivi c'è un'Italia che non ha voglia di festeggiare. Un'Italia che lavora, paga, rinuncia, aspetta e, troppo spesso, si sente anche presa in giro.

Perché il vero problema non è chi sta in sella. È chi resta a piedi.

E soprattutto chi, dopo aver promesso di portare il Paese al galoppo, rischia di averlo lasciato fermo al palo.

A furia di cavalcare le passerelle, si finisce per perdere di vista la strada. E quando si scende da cavallo, prima o poi, bisogna fare i conti con la realtà.

Quella non si può addomesticare con una carezza sulla criniera, né convincere con un sorriso davanti a una telecamera.

E non basta nemmeno cambiare sella.

L’amazzone

À Fieracavalli, à Vérone, l’Amazone a une nouvelle fois enfourché son cheval. Une belle promenade, sous les regards et les objectifs des caméras. Car là où il y a une fête, elle est présente ; là où l’on mange et où l’on trinque, elle ne manque jamais à l’appel ; là où il y a des promesses à distribuer, elle part au galop.

Pendant ce temps, l’Italie réelle avance beaucoup moins vite. Des familles comptent chaque euro, des travailleurs peinent à vivre de leur salaire, des retraités renoncent à des dépenses essentielles et des patients attendent des mois pour accéder aux soins.

Le gouvernement célèbre la croissance, mais beaucoup ne la voient pas dans leur portefeuille. Il promet des baisses d’impôts, mais le coût de la vie continue de peser lourd. Il parle de sécurité, de souveraineté et de relance, tandis que les difficultés quotidiennes restent bien présentes.

Le contraste est saisissant : d’un côté, les sourires, les banquets, les inaugurations et les promenades à cheval ; de l’autre, un pays qui serre la ceinture et attend des réponses concrètes.

Bien sûr, chacun a le droit de monter à cheval, de participer aux fêtes et de lever son verre. Mais gouverner un pays ne consiste pas à multiplier les apparitions publiques ni à distribuer des promesses comme des friandises.

À force de chevaucher les estrades et les salons, on risque de perdre de vue la route.

Car le véritable problème n’est pas de savoir qui est en selle, mais qui reste à pied.

Et lorsqu’on descend de cheval, il faut bien finir par affronter la réalité.

Et celle-là ne se laisse pas dompter par un sourire devant les caméras.

piero.minuzzo@gmail.com

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