Chez Nous - 07 novembre 2026, 08:00

Le silence des vassaux

Il silenzio dei vassalli

Le silence des vassaux

Quando i potenti perdono, gli amici diventano improvvisamente prudenti

C'è un momento in cui il silenzio dice molto più di mille dichiarazioni. È il momento in cui cadono i riferimenti politici, quando i leader celebrati, sostenuti e indicati come modelli da seguire vengono sconfitti dagli elettori. Ed è proprio allora che si misura la coerenza di chi, fino al giorno prima, non perdeva occasione per esibirne l'amicizia.

La sonora sconfitta di Donald Trump alle elezioni di metà mandato americane rappresenta uno di questi momenti. I democratici hanno conquistato il controllo di Camera e Senato, infliggendo al presidente americano una pesante bocciatura politica. Un risultato che non riguarda soltanto gli equilibri interni degli Stati Uniti, ma che assume anche un significato internazionale: è una smentita delle politiche, dei metodi e della retorica di un presidente che aveva costruito la propria immagine sulla promessa di un consenso popolare inarrestabile.

Eppure, a Roma, l'entusiasmo di un tempo sembra essersi improvvisamente raffreddato.

Giorgia Meloni, che aveva costruito con Trump un rapporto politico e personale esibito come un punto di forza della propria collocazione internazionale, ha preferito inizialmente non commentare. Anche altri esponenti della maggioranza hanno scelto la prudenza, quando non il silenzio.

E pensare che non molto tempo fa il presidente americano veniva indicato come l'uomo capace di riportare la pace nel mondo, tanto da essere persino candidato al Premio Nobel per la Pace.

E non è un episodio isolato. Basta guardare a quanto accaduto in Europa. Viktor Orbán, considerato per anni un punto di riferimento della destra sovranista internazionale, è stato sconfitto alle elezioni ungheresi del 12 aprile 2026. Durante la campagna elettorale, Meloni e Salvini avevano partecipato a un video di sostegno al leader magiaro, insieme a Marine Le Pen, Alice Weidel e Benjamin Netanyahu. Un endorsement internazionale che avrebbe dovuto rafforzare Orbán e che si è trasformato, dopo il voto, in una fotografia politicamente scomoda.

Anche in Israele il quadro politico si è fatto pesante per Benjamin Netanyahu. Le elezioni del 27 ottobre hanno lasciato il suo schieramento senza una maggioranza parlamentare. Nelle consultazioni successive, 67 deputati hanno indicato Gadi Eisenkot per la guida del nuovo governo, contro i 46 favorevoli a Netanyahu. Una sconfitta politica significativa, anche se la partita per la formazione del governo non è ancora conclusa.

E qui il silenzio diventa ancora più eloquente.

Perché Meloni e Salvini non erano semplici osservatori di queste vicende. Erano parte di una rete politica internazionale, protagonisti di una narrazione che presentava i leader nazionalisti come interpreti del futuro dell'Occidente. Li sostenevano, li celebravano, ne condividevano le battaglie e, quando possibile, partecipavano direttamente alle loro campagne elettorali.

Ma quando le urne hanno pronunciato un verdetto diverso, quella solidarietà internazionale sembra essersi improvvisamente dissolta.

Naturalmente, governare significa anche mantenere rapporti istituzionali con Paesi amici, indipendentemente da chi vinca le elezioni. Nessuno pretende che l'Italia rompa le relazioni con Washington o con Gerusalemme. Ma un conto è la diplomazia, un altro è l'adesione politica e ideologica. E soprattutto un altro ancora è rivendicare le proprie amicizie quando portano consenso e nasconderle quando diventano un problema.

La questione, dunque, non è soltanto Trump, Orbán o Netanyahu. La questione è la credibilità di una classe dirigente che ha fatto della vicinanza ai potenti una parte della propria identità politica.

C'è poi una domanda che merita di essere posta, con una buona dose di ironia: dopo aver candidato Donald Trump al Premio Nobel per la Pace, a quale altro riconoscimento lo proporrà adesso la presidente del Consiglio? Al Nobel per la sconfitta elettorale? Oppure a un premio speciale per aver dimostrato quanto possa essere fragile il consenso costruito sulla propaganda e sulla personalizzazione del potere?

La politica, del resto, non dovrebbe essere un esercizio di tifoseria. Non si può applaudire un leader straniero quando vince e diventare improvvisamente diplomatici quando perde. Non si può predicare la sovranità nazionale e poi affidare la propria visione internazionale alle fortune elettorali di Washington, Budapest o Gerusalemme.

E soprattutto non si può pretendere di rappresentare con autorevolezza l'Italia in Europa e nel mondo se la propria collocazione internazionale sembra dipendere dal destino elettorale degli amici di turno.

Il sovranismo, quello autentico, dovrebbe significare indipendenza, capacità di difendere gli interessi nazionali e libertà di giudizio. Non sudditanza politica nei confronti di leader stranieri, per quanto potenti o ideologicamente vicini.

Perché un Paese autorevole non ha bisogno di vassalli. Ha bisogno di governanti capaci di parlare con tutti, senza inginocchiarsi davanti a nessuno.

E allora, forse, il vero problema non è il silenzio di questi giorni. È il rumore degli applausi di ieri.

Quando i potenti vincono, i vassalli si fanno fotografare accanto a loro. Quando perdono, improvvisamente non li conosce più nessuno.

Il silenzio dei vassalli

Quand les puissants perdent, leurs amis deviennent soudainement prudents

Il est des moments où le silence en dit beaucoup plus que mille déclarations. C'est lorsque les références politiques s'effondrent, lorsque les dirigeants célébrés, soutenus et présentés comme des modèles à suivre sont désavoués par les électeurs. C'est précisément à ce moment-là que l'on mesure la cohérence de ceux qui, jusqu'à la veille encore, ne manquaient aucune occasion d'afficher leur amitié avec ces mêmes dirigeants.

La lourde défaite de Donald Trump aux élections de mi-mandat américaines représente l'un de ces moments. Les démocrates ont conquis le contrôle de la Chambre des représentants et du Sénat, infligeant au président américain un sérieux désaveu politique. Un résultat qui ne concerne pas seulement les équilibres internes des États-Unis, mais qui revêt également une signification internationale : il constitue un rejet des politiques, des méthodes et de la rhétorique d'un président qui avait construit son image sur la promesse d'un soutien populaire inébranlable.

Et pourtant, à Rome, l'enthousiasme d'autrefois semble s'être soudainement refroidi.

Giorgia Meloni, qui avait fait de sa relation politique et personnelle avec Trump un élément de force de son positionnement international, a dans un premier temps préféré ne pas commenter. D'autres représentants de la majorité ont également choisi la prudence, quand ils n'ont pas opté pour le silence.

Et dire qu'il n'y a pas si longtemps, le président américain était présenté comme l'homme capable de ramener la paix dans le monde, au point d'être même proposé pour le prix Nobel de la paix.

Et ce n'est pas un cas isolé. Il suffit de regarder ce qui s'est passé en Europe. Viktor Orbán, considéré pendant des années comme une référence pour la droite souverainiste internationale, a été battu lors des élections hongroises du 12 avril 2026. Pendant la campagne électorale, Meloni et Salvini avaient participé à une vidéo de soutien au dirigeant hongrois, aux côtés de Marine Le Pen, Alice Weidel et Benjamin Netanyahu. Un soutien international qui devait renforcer Orbán et qui s'est transformé, après le scrutin, en une photographie politiquement embarrassante.

En Israël également, la situation politique est devenue difficile pour Benjamin Netanyahu. Les élections du 27 octobre ont laissé son camp sans majorité parlementaire. Lors des consultations qui ont suivi, 67 députés ont désigné Gadi Eisenkot pour diriger le nouveau gouvernement, contre 46 en faveur de Netanyahu. Une défaite politique significative, même si la formation du gouvernement n'est pas encore définitivement tranchée.

Et c'est là que le silence devient encore plus éloquent.

Car Meloni et Salvini n'étaient pas de simples observateurs de ces événements. Ils faisaient partie d'un réseau politique international, acteurs d'un récit qui présentait les dirigeants nationalistes comme les interprètes de l'avenir de l'Occident. Ils les soutenaient, les célébraient, partageaient leurs combats et, lorsque l'occasion se présentait, participaient directement à leurs campagnes électorales.

Mais lorsque les urnes ont rendu un verdict différent, cette solidarité internationale semble s'être soudainement évaporée.

Bien entendu, gouverner signifie aussi entretenir des relations institutionnelles avec les pays amis, quel que soit le résultat de leurs élections. Personne ne demande à l'Italie de rompre ses relations avec Washington ou Jérusalem. Mais il y a une différence entre la diplomatie et l'adhésion politique et idéologique. Et il y en a une autre, surtout, entre revendiquer ses amitiés lorsqu'elles sont porteuses de prestige et les dissimuler lorsqu'elles deviennent embarrassantes.

La question n'est donc pas seulement Trump, Orbán ou Netanyahu. La question est celle de la crédibilité d'une classe dirigeante qui a fait de sa proximité avec les puissants une partie intégrante de son identité politique.

Il y a aussi une question qui mérite d'être posée, avec une bonne dose d'ironie : après avoir proposé Donald Trump pour le prix Nobel de la paix, à quelle autre distinction la présidente du Conseil italien va-t-elle maintenant le proposer ? Au Nobel de la défaite électorale ? Ou à un prix spécial récompensant sa capacité à démontrer à quel point un consensus construit sur la propagande et la personnalisation du pouvoir peut être fragile ?

La politique, après tout, ne devrait pas être un exercice de supporterisme. On ne peut pas applaudir un dirigeant étranger lorsqu'il gagne et devenir soudainement diplomate lorsqu'il perd. On ne peut pas prêcher la souveraineté nationale tout en faisant dépendre sa vision internationale des fortunes électorales de Washington, Budapest ou Jérusalem.

Et surtout, on ne peut pas prétendre représenter l'Italie avec autorité en Europe et dans le monde lorsque son positionnement international semble dépendre du destin électoral des amis du moment.

Le souverainisme, le véritable, devrait signifier indépendance, capacité à défendre les intérêts nationaux et liberté de jugement. Pas soumission politique à des dirigeants étrangers, aussi puissants ou idéologiquement proches soient-ils.

Car un pays qui se respecte n'a pas besoin de vassaux. Il a besoin de dirigeants capables de parler à tout le monde, sans s'agenouiller devant personne.

Et alors, peut-être, le véritable problème n'est pas le silence de ces derniers jours. C'est le bruit des applaudissements d'hier.

Quand les puissants gagnent, les vassaux se font photographier à leurs côtés. Quand ils perdent, soudainement, plus personne ne les connaît.

piero.minuzzzo@gmail.com

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