Ad Augusta, in Baviera, la pace non è soltanto un auspicio, ma una parte importante della memoria storica della città. È qui che, nel 1555, la Pace religiosa di Augusta (Augsburger Religionsfrieden) riconobbe sul piano giuridico le confessioni cattolica e luterana, nel tentativo di porre fine ai conflitti religiosi all’interno del Sacro Romano Impero. Ed è sempre qui che, nel 1650, i luterani celebrarono con la Hohes Friedensfest, l’Alta festa della pace, il ripristino dei propri diritti religiosi dopo le persecuzioni e le devastazioni della Guerra dei Trent’anni.
Una storia che conferisce un significato particolare alla Giornata delle religioni, celebrata il 28 ottobre 2026 con la partecipazione del Tavolo delle Religioni e in collaborazione con l’amministrazione comunale. L’incontro ha riunito esponenti di diverse tradizioni religiose attorno a una questione quanto mai attuale: quale contributo possono offrire le fedi alla costruzione della pace in una società attraversata da conflitti, tensioni identitarie e contrapposizioni politiche?
Al dibattito conclusivo è intervenuto, in rappresentanza della Conferenza episcopale tedesca, il vescovo di Augusta, monsignor Bertram Meier, presidente della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Accanto a lui hanno preso parte alla tavola rotonda la teologa ebrea Helene Braun, la pedagogista musulmana Selcen Güzel, esperta di educazione religiosa, e Nicola Towfigh, in rappresentanza del Consiglio spirituale nazionale dei bahá’í. Un confronto che ha dato voce a sensibilità differenti, accomunate dalla ricerca di un terreno condiviso per promuovere la convivenza e contrastare ogni forma di divisione.
Monsignor Meier ha richiamato il ruolo storico di Augusta come città della pace, ricordando anche un passaggio più recente nel cammino del dialogo cristiano: nel 1999, infatti, cattolici e luterani firmarono la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, un importante risultato del percorso ecumenico. Una storia che, secondo il presule, insegna quanto sia difficile conquistare la pace e quanto sia necessario proteggerla.
«Spesso la pace è stata appresa soltanto dopo lunghi anni di conflitto», ha osservato il vescovo, sottolineando la particolare responsabilità delle religioni nel contribuire a una cultura della riconciliazione. Non è sufficiente, tuttavia, dichiararsi favorevoli alla pace: occorre interrogarsi anche sulle situazioni in cui la religione viene piegata a interessi estranei al suo messaggio spirituale.
«Non basta assicurarci reciprocamente che tutti vogliamo la pace. Dobbiamo anche guardare a ciò che accade quando la religione viene strumentalizzata», ha affermato Meier. «Quando Dio viene presentato come garante del proprio potere, quando le guerre vengono definite “sante”, si rischia di deformare ciò che è sacro». Da qui l’invito a opporsi a ogni abuso della fede, a partire dal cuore stesso delle convinzioni religiose.
Il richiamo del vescovo assume un significato che va oltre il perimetro delle comunità spirituali. In un contesto internazionale segnato da guerre e polarizzazioni, la religione può diventare uno strumento di contrapposizione oppure contribuire a ricostruire legami sociali, favorire la comprensione reciproca e aprire spazi di dialogo. La differenza sta nella capacità di tradurre i principi professati in comportamenti concreti e in una responsabilità condivisa.
Per Meier, questa responsabilità deve manifestarsi nella vita quotidiana, nelle città e nelle istituzioni, senza fermarsi ai confini nazionali. «È necessario assumersi insieme le proprie responsabilità: nella città, nel Paese e oltre i suoi confini», ha sottolineato, indicando tra le priorità l'impegno a favore delle persone ai margini della società e una presa di posizione chiara ogni volta che le religioni o le visioni del mondo vengono utilizzate per alimentare divisioni.
Il messaggio è anche sociale e politico: la pace non si costruisce soltanto attraverso gli accordi diplomatici o la cessazione delle ostilità, ma richiede condizioni di convivenza fondate sul rispetto, sulla solidarietà e sulla tutela della dignità umana. In questa prospettiva, le comunità religiose possono svolgere un ruolo importante, soprattutto quando riescono a raggiungere le persone più fragili e a contrastare l'esclusione.
«In breve, si tratta di un atteggiamento di umanità e di autentica fraternità», ha spiegato il vescovo, indicando nell'incontro e nell'ascolto reciproco la strada per superare le diffidenze. «Là dove persone di religioni diverse si incontrano davvero, si ascoltano e si sostengono reciprocamente, cresce qualcosa di quella pace alla quale siamo chiamati».
Sulla necessità di un impegno concreto si è soffermato anche il professor Markus Vogt, docente di Etica sociale cristiana all'Università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera. Il suo intervento ha posto l'accento sul rapporto tra speranza e realismo, invitando a non considerare la pace come un ideale astratto, lontano dalle contraddizioni del presente.
«La speranza non è una fuga dalla realtà, ma una forza che deve dimostrare il proprio valore proprio nella realtà», ha affermato Vogt. Una forza capace di impedire che la paura si trasformi in odio, che la ricerca della verità diventi una pretesa di dominio e che la fede si converta in ostilità verso chi professa convinzioni differenti.
La riflessione del docente ha evidenziato anche la dimensione politica della pace. Per diventare duratura, infatti, essa ha bisogno di fondamenta solide sul piano delle idee, delle relazioni umane e delle decisioni collettive. «La pace non ci viene semplicemente donata: deve trovare solide fondamenta sul piano del pensiero, delle relazioni umane e della politica», ha osservato Vogt, richiamando le religioni alla responsabilità di trasformare la speranza in solidarietà concreta, perseverante e capace di resistere anche nelle situazioni più difficili.
È proprio questa capacità di coniugare valori spirituali e impegno nella società a rappresentare una delle sfide centrali del dialogo interreligioso. Il confronto tra le fedi non può limitarsi alle dichiarazioni di principio: deve produrre occasioni di incontro, iniziative condivise e risposte alle difficoltà che attraversano le comunità. La pace, in questa prospettiva, diventa un lavoro quotidiano che coinvolge credenti, istituzioni e cittadini.
Il Tavolo delle Religioni in Germania opera con l'obiettivo di riunire rappresentanti di diverse comunità, tra cui cristiani, musulmani, ebrei, buddisti, induisti e bahá’í. La sua attività punta a rafforzare la fiducia reciproca, promuovere il dialogo interreligioso e favorire una responsabilità comune nei confronti della società. Una volta all'anno, in collaborazione con una grande città, l'organismo organizza la Giornata delle religioni, offrendo uno spazio pubblico nel quale la pluralità delle convinzioni possa essere riconosciuta come una risorsa per la convivenza.
La direzione operativa del Tavolo è affidata a Timo Güzelmansur, direttore del Centro cristiano-islamico per l'incontro e la documentazione. La sua attività si inserisce in un percorso che considera il dialogo non come una semplice formalità, ma come uno strumento per costruire relazioni durature tra comunità diverse.
Ad Augusta, città che porta nella propria storia le tracce di antichi conflitti religiosi e dei successivi tentativi di riconciliazione, la Giornata delle religioni ha così riportato al centro una questione essenziale: la pace non nasce dalla cancellazione delle differenze, ma dalla capacità di riconoscerle senza trasformarle in motivo di scontro. Un messaggio che, dalle rive del Lech alla scena internazionale, invita le religioni a misurare la propria credibilità non soltanto sulle parole, ma sulla capacità di generare solidarietà, responsabilità e speranza.





