La sanità pubblica italiana continua a fare i conti con una contraddizione sempre più evidente: gli stanziamenti aumentano, ma le risorse non sembrano sufficienti a garantire servizi adeguati a una popolazione che invecchia, ha bisogno di più assistenza e incontra difficoltà crescenti nell'accesso alle cure. È questo il quadro delineato dalla Fondazione Gimbe nell'analisi della Manovra 2027, che accende i riflettori sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale e, soprattutto, sulle conseguenze che le scelte finanziarie del Governo potrebbero avere sui cittadini e sui bilanci regionali.
I numeri raccontano una situazione preoccupante. Nel 2025 oltre 5,6 milioni di italiani hanno rinunciato a visite ed esami, mentre la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie ha superato i 42,4 miliardi di euro. Due dati che fotografano una progressiva difficoltà del sistema pubblico nel rispondere alla domanda di salute. Quando le prestazioni non sono disponibili in tempi ragionevoli, chi può permetterselo si rivolge al privato, mentre chi non dispone delle risorse necessarie rischia di rinunciare alle cure.
Secondo il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, la Manovra interviene sul finanziamento sanitario, ma senza affrontare in maniera strutturale il problema delle risorse necessarie per mantenere efficiente il servizio pubblico. Il rischio è che il divario venga trasferito progressivamente sulle famiglie, chiamate a sostenere una quota crescente dei costi sanitari.
Nel 2027 il Fondo sanitario nazionale aumenterà di 3,37 miliardi di euro rispetto all'anno precedente, pari a una crescita del 2,36%. Di questa cifra, 1 miliardo era già stato stanziato con la precedente legge di bilancio, mentre 2,37 miliardi rappresentano nuove risorse. Il problema emerge guardando agli anni successivi: l'incremento sarà appena dello 0,59% nel 2028 e dello 0,75% nel 2029.
Ancora più significativo è il rapporto tra finanziamento sanitario e prodotto interno lordo. Secondo le stime della Fondazione Gimbe, il peso della sanità pubblica scenderà dal 6,14% del Pil nel 2026 al 5,87% nel 2029. È proprio questa progressiva riduzione dell'incidenza della spesa sanitaria sulla ricchezza nazionale che la fondazione definisce «tagli invisibili»: non tagli espliciti nei bilanci dello Stato, ma minori risorse rispetto alla capacità economica del Paese.
Gimbe sostiene che, se fosse stato mantenuto il rapporto tra Fondo sanitario e Pil del 2022, pari al 6,27%, il Servizio sanitario nazionale avrebbe potuto contare su 22,7 miliardi di euro in più nel periodo compreso tra il 2023 e il 2027.
Su questa definizione si è aperto anche un confronto con il ministro della Salute Orazio Schillaci, che in Parlamento ha contestato l'utilizzo del parametro, ritenendo improprio parlare di risorse sottratte alla sanità sulla base di un rapporto teorico. La replica di Gimbe riguarda soprattutto le conseguenze concrete delle scelte finanziarie: «I loro effetti si manifestano nei bilanci delle Regioni, nelle tasche dei cittadini e nelle crescenti difficoltà di accesso ai servizi», sostiene la fondazione, evidenziando come il progressivo ridimensionamento del finanziamento finisca per indebolire la capacità del sistema pubblico di rispondere ai bisogni di salute.
Il quadro diventa ancora più preoccupante se si confrontano gli stanziamenti con le previsioni di spesa sanitaria contenute nel Documento programmatico di finanza pubblica del 2026. Secondo i calcoli della fondazione, il divario raggiungerà 5,4 miliardi di euro nel 2027, salirà a 8,5 miliardi nel 2028 e toccherà 11,8 miliardi nel 2029. Complessivamente, nel triennio mancheranno circa 25,8 miliardi di euro rispetto alle risorse che sarebbero necessarie per sostenere la spesa prevista.
Una distanza che rischia di scaricarsi direttamente sulle amministrazioni regionali, responsabili dell'organizzazione e dell'erogazione dei servizi sanitari. Le Regioni potrebbero trovarsi davanti a una scelta particolarmente difficile: aumentare la pressione fiscale per recuperare risorse oppure intervenire riducendo prestazioni e servizi. In entrambi i casi, le conseguenze ricadrebbero sulla popolazione, attraverso maggiori imposte, tempi di attesa più lunghi o una minore disponibilità di cure.
È su questo punto che Cartabellotta richiama la responsabilità politica del Governo: «I cittadini non possono continuare a pagare con i propri risparmi o con la propria salute». Un'affermazione che riassume il nodo centrale della questione: il finanziamento della sanità non è soltanto una voce di bilancio, ma una scelta che incide direttamente sull'uguaglianza nell'accesso alle cure e sulla tenuta sociale del Paese.
Tra le misure della Manovra che Gimbe invita a valutare con attenzione c'è il sostegno al settore privato, attraverso interventi che comprendono il voucher sanitario per gli anziani, le modifiche al payback farmaceutico e l'aumento dei limiti di spesa per le strutture private accreditate. Per queste ultime è previsto un incremento di tre punti percentuali del tetto di spesa che le Regioni possono destinare all'acquisto di prestazioni. L'impatto economico è stimato in 365 milioni di euro all'anno, ma la fondazione precisa che non si tratta di nuovi stanziamenti: le risorse erano già state previste da precedenti leggi di bilancio.
Sul fronte farmaceutico è invece previsto un fondo da 160 milioni di euro all'anno, a partire dal 2027, per compensare le Regioni della riduzione del payback dovuto dalle aziende che realizzano ulteriori investimenti in Italia. Il beneficio economico della misura viene riconosciuto alle imprese interessate.
Particolarmente rilevante è poi il fondo da 1 miliardo e 645 milioni di euro destinato a finanziare il voucher sanitario da 300 euro. Il contributo sarà riservato alle persone che avranno compiuto almeno 75 anni entro il 31 dicembre 2026, titolari di trattamenti pensionistici o assistenziali e con un reddito complessivo lordo non superiore a 28.000 euro nel 2025. La platea potenziale è stimata in circa 5,46 milioni di beneficiari.
Il contributo potrà essere utilizzato per acquistare beni e prestazioni sanitarie, ma le modalità operative saranno definite da un successivo decreto attuativo. Ed è proprio su questo aspetto che Gimbe solleva una questione politica ed economica: se il voucher sarà spendibile anche nelle strutture private, una parte delle risorse pubbliche finirà per sostenere indirettamente il mercato privato, anziché rafforzare direttamente la capacità del servizio sanitario pubblico.
La fondazione contesta inoltre i criteri individuati per accedere al beneficio. Il requisito anagrafico e il riferimento ai trattamenti pensionistici o assistenziali potrebbero escludere persone più giovani che si trovano in condizioni economiche difficili e hanno comunque necessità di cure. Inoltre, considerare soltanto queste entrate non consente necessariamente di valutare la reale situazione patrimoniale e reddituale dei potenziali beneficiari.
La Manovra prevede anche risorse aggiuntive per il personale sanitario, in particolare per chi opera nei Pronto soccorso, uno dei settori maggiormente esposti alla pressione assistenziale. Dal 2027 saranno disponibili 380 milioni di euro all'anno per incrementare le indennità: 114 milioni destinati ai medici e 266 milioni al restante personale sanitario.
Per il solo 2027 le Regioni potranno inoltre utilizzare fino a 300 milioni di euro per remunerare prestazioni aggiuntive dei professionisti. Una misura che, secondo Gimbe, rischia tuttavia di affrontare soltanto una parte del problema. Chiedere ulteriori ore di lavoro a medici e infermieri già sottoposti a turni pesanti, carichi elevati e condizioni di forte stress non rappresenta una soluzione strutturale alla carenza di personale. Il pericolo è alimentare la stanchezza degli operatori e favorire ulteriori abbandoni del servizio pubblico. Servono quindi non soltanto maggiori retribuzioni, ma anche condizioni di lavoro sostenibili e una strategia di reclutamento capace di rafforzare gli organici.
Un altro elemento critico riguarda la destinazione effettiva delle risorse. Una parte degli aumenti previsti non servirà infatti ad ampliare l'offerta sanitaria, ma a coprire costi già esistenti. Per aggiornare le tariffe dei ricoveri ospedalieri sono previsti 500 milioni di euro all'anno dal 2027. Le modifiche ai tetti di spesa per farmaci e dispositivi medici comporteranno inoltre maggiori oneri per il Fondo sanitario: circa 146 milioni di euro all'anno dal 2027 per i dispositivi medici e circa 292 milioni dal 2028 per i farmaci.
Si tratta di interventi necessari per adeguare i finanziamenti all'aumento dei costi, ma non equivalgono automaticamente a più medici, più infermieri, maggiori disponibilità di visite o tempi di attesa più brevi. Il rischio, secondo la fondazione, è che una quota consistente delle risorse aggiuntive venga assorbita dal mantenimento dell'attuale sistema, senza produrre un reale miglioramento dei servizi offerti ai cittadini.
A rendere il quadro ancora più delicato è la situazione finanziaria delle Regioni. Secondo i dati della Corte dei conti, nel 2025 il disavanzo sanitario regionale, prima delle coperture, ha raggiunto circa 2,3 miliardi di euro, con un aumento di 795,2 milioni rispetto all'anno precedente, pari al 51,8%. A pesare sui bilanci concorrono l'inflazione, l'aumento dei prezzi di farmaci e tecnologie e l'invecchiamento della popolazione, fattori che fanno crescere continuamente la domanda di prestazioni e assistenza.
Anche la quota di finanziamento che rimarrà effettivamente nella disponibilità delle amministrazioni regionali per affrontare le esigenze sanitarie risulta particolarmente limitata. Secondo le stime Gimbe, una volta sottratte le risorse già vincolate a interventi specifici, i margini di spesa libera saranno di appena 138 milioni di euro nel 2027, 236 milioni nel 2028 e 273 milioni nel 2029.
È questo il dato che restituisce con maggiore chiarezza la difficoltà delle Regioni: devono garantire servizi, personale, strutture e prestazioni in un contesto di costi crescenti, ma dispongono di margini sempre più ristretti per intervenire sulle necessità effettive dei territori.
La questione, dunque, va ben oltre la dimensione contabile della Manovra. Riguarda il futuro del Servizio sanitario nazionale, il rapporto tra pubblico e privato e la capacità delle istituzioni di garantire un diritto fondamentale senza trasformarlo progressivamente in una prestazione accessibile soprattutto a chi può permettersela. Per Gimbe, aumentare formalmente il Fondo sanitario non basta se le risorse non crescono in misura adeguata rispetto ai bisogni. Il rischio è quello di una sanità pubblica sempre più sotto pressione, Regioni costrette a rincorrere i disavanzi e cittadini chiamati a colmare, con il proprio portafoglio, le lacune del sistema.





