ATTUALITÀ POLITICA - 02 novembre 2026, 17:42

Manovra 2027, la sanità resta a secco: meno risorse pubbliche e più costi per i cittadini

La Fondazione GIMBE denuncia il rallentamento dei finanziamenti al Servizio sanitario nazionale: appena 7,1 miliardi di euro aggiuntivi nel triennio 2027-2029, contro gli oltre 18 miliardi richiesti dalle Regioni. Il Fondo sanitario scenderà al 5,87% del Pil nel 2029, mentre il divario con la spesa prevista raggiungerà 25,8 miliardi nell'arco del triennio. Critiche anche al voucher sanitario da 1.645 milioni di euro, destinato agli anziani, e alle misure a sostegno delle imprese e della sanità privata accreditata. Per il presidente di GIMBE, Nino Cartabellotta, il rilancio del servizio pubblico non è diventato una priorità del Governo

Manovra 2027, la sanità resta a secco: meno risorse pubbliche e più costi per i cittadini

La sanità pubblica continua a fare i conti con risorse insufficienti, costi crescenti e una domanda di assistenza sempre più difficile da soddisfare. La quinta legge di bilancio del Governo Meloni conferma, secondo la Fondazione GIMBE, una tendenza ormai consolidata: il finanziamento del Servizio sanitario nazionale (SSN) aumenta in termini assoluti, ma perde progressivamente peso rispetto alla ricchezza prodotta dal Paese. Una dinamica che rischia di tradursi in maggiori difficoltà per le Regioni, servizi meno accessibili e nuove spese a carico delle famiglie.

I numeri delineano un quadro preoccupante. Il Fondo sanitario nazionale (FSN) raggiungerà 146,3 miliardi di euro nel 2027, 147,1 miliardi nel 2028 e 148,2 miliardi nel 2029. Eppure, nonostante questi importi rappresentino valori nominali crescenti, il rapporto tra finanziamento pubblico della sanità e prodotto interno lordo scenderà dal 6,11% del 2027 al 5,98% nel 2028, fino al 5,87% nel 2029. In altre parole, lo Stato destinerà alla sanità una quota sempre più ridotta della ricchezza nazionale, proprio mentre aumentano i bisogni assistenziali legati all'invecchiamento della popolazione, alle patologie croniche e al costo delle tecnologie sanitarie.

«La Manovra 2027 conferma che il Governo si avvia a chiudere la legislatura senza aver assicurato al SSN un rafforzamento strutturale», osserva Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE. Dopo il consistente incremento previsto per il 2026, la crescita dei finanziamenti torna infatti a rallentare. La legge di bilancio mette a disposizione 7,1 miliardi di euro aggiuntivi nel triennio 2027-2029, a fronte degli oltre 18 miliardi richiesti dalle Regioni.

La distanza tra le risorse disponibili e le necessità del sistema sanitario rappresenta il nodo politico centrale della manovra. Le richieste delle amministrazioni regionali prevedevano finanziamenti aggiuntivi pari a 6,8 miliardi nel 2027, 5,5 miliardi nel 2028 e 5,7 miliardi a partire dal 2029. Anche il ministro della Salute, Orazio Schillaci, aveva indicato la necessità di ulteriori 5,5 miliardi di euro. Le risorse previste dal Governo risultano quindi inferiori alle aspettative di chi deve garantire concretamente l'erogazione delle prestazioni sanitarie.

La scelta si colloca inoltre in contrasto con il richiamo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha definito il Servizio sanitario nazionale «un campo di assoluta priorità», da preservare e sviluppare per garantire il diritto costituzionale alla salute.

L'analisi della Fondazione GIMBE, elaborata sul testo della manovra bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato, evidenzia che l'incremento complessivo del Fondo sanitario nel 2027 sarà pari a 3,37 miliardi di euro, il 2,36% in più rispetto al 2026. Di questa cifra, circa 1 miliardo era già previsto dalle precedenti leggi di bilancio, mentre 2,37 miliardi rappresentano le nuove risorse introdotte dalla manovra.

Negli anni successivi la crescita rallenterà ulteriormente: 859 milioni di euro nel 2028, pari allo 0,59%, e 1,1 miliardi nel 2029, corrispondenti allo 0,75%. Un andamento che, secondo GIMBE, non consente di affrontare in modo strutturale le difficoltà del sistema pubblico, soprattutto in una fase caratterizzata dall'aumento dei costi dell'assistenza.

«Il Fondo sanitario continua ad aumentare, raggiungendo nel 2027 il valore più alto di sempre. Ma dietro gli annunci di questo nuovo record si nasconde una realtà ben diversa: la quota di ricchezza del Paese destinata alla sanità torna a diminuire, fino a toccare nel 2029 il valore più basso di sempre», sottolinea Cartabellotta.

La differenza tra gli stanziamenti e le risorse necessarie emerge con particolare evidenza dal confronto con le previsioni di spesa sanitaria contenute nel Documento programmatico di finanza pubblica del 2026. La spesa prevista si manterrà al 6,3% del Pil per tutto il triennio 2027-2029, mentre il finanziamento pubblico seguirà una traiettoria discendente.

Il divario tra spesa prevista e Fondo sanitario raggiungerà 5,4 miliardi di euro nel 2027, 8,5 miliardi nel 2028 e 11,8 miliardi nel 2029. Complessivamente, nell'arco del triennio, la distanza arriverà a 25,8 miliardi di euro.

Non si tratta soltanto di una differenza contabile. Le conseguenze ricadono direttamente sui bilanci regionali, chiamati a garantire i Livelli essenziali di assistenza (LEA) anche quando i finanziamenti non coprono adeguatamente i costi. «Se lo Stato, cui spetta definire e finanziare i LEA, non mette a disposizione risorse adeguate, per mantenere i conti in ordine le Regioni devono aumentare le imposte oppure ridurre servizi e prestazioni», avverte il presidente di GIMBE. «In entrambi i casi, il prezzo lo pagano comunque i cittadini».

È questo il meccanismo che la Fondazione definisce dei «tagli invisibili». Rispetto al 2022, il Fondo sanitario aumenterà nominalmente di 20,9 miliardi di euro nel 2027. Tuttavia, se il rapporto tra finanziamento sanitario e Pil fosse rimasto costante al livello del 6,27% registrato nel 2022, il servizio pubblico avrebbe potuto disporre di circa 22,7 miliardi di euro aggiuntivi nel periodo 2023-2027.

Il ministro Schillaci ha contestato questa interpretazione, sostenendo che non si tratta di tagli effettivi, ma di una differenza calcolata rispetto a un parametro teorico. GIMBE replica che il concetto non riguarda la sottrazione nominale di risorse, bensì la perdita progressiva di capacità di finanziamento rispetto alla ricchezza nazionale.

«Non abbiamo mai parlato di tagli nominali, ma di tagli invisibili che non compaiono nella contabilità dello Stato», precisa Cartabellotta. «I loro effetti si manifestano nei bilanci delle Regioni, nelle tasche dei cittadini e nelle crescenti difficoltà di accesso ai servizi, indebolendo la capacità del SSN di rispondere ai bisogni di salute».

A rendere ancora più delicato il quadro sono i conti delle amministrazioni regionali. Secondo i dati della Corte dei conti, nel 2025 il disavanzo sanitario prima delle coperture ha raggiunto circa 2,3 miliardi di euro, con un peggioramento di 795,2 milioni, pari al 51,8%, rispetto all'anno precedente.

Per GIMBE, la diffusione delle difficoltà finanziarie dimostra che il problema non può essere ricondotto esclusivamente a inefficienze gestionali. Sui bilanci incidono l'aumento dei costi dei farmaci e delle tecnologie, l'inflazione e la crescente domanda di assistenza. A ottobre 2026, secondo le stime preliminari dell'Istat richiamate dalla Fondazione, l'inflazione ha raggiunto il 5,4% su base annua.

In questo scenario, le Regioni devono garantire prestazioni e servizi con margini finanziari sempre più ridotti, mentre cresce il rischio che una parte dei costi venga trasferita direttamente sulle famiglie. Nel 2025, ricordano i dati citati da GIMBE, i cittadini hanno sostenuto oltre 42,4 miliardi di euro di spese sanitarie di tasca propria e 5,6 milioni di persone hanno rinunciato a visite ed esami.

La legge di bilancio introduce anche misure specifiche per il personale sanitario, gli ospedali, i farmaci e le prestazioni assistenziali. Una parte consistente delle nuove risorse, tuttavia, risulta destinata a coprire maggiori costi o a intervenire su singoli capitoli di spesa, senza determinare necessariamente un aumento dell'offerta di servizi.

Per il personale dei Pronto soccorso sono previsti, dal 2027, ulteriori 380 milioni di euro annui lordi per le indennità: 114 milioni destinati ai medici e 266 milioni al personale del comparto. Per il solo 2027, le Regioni potranno inoltre aumentare la spesa per le prestazioni aggiuntive del personale sanitario fino a 300 milioni di euro lordi, di cui 213 milioni per i medici e 87 milioni per il personale del comparto.

Sono misure che riconoscono la gravosità del lavoro sanitario, ma che, secondo Cartabellotta, non affrontano le cause strutturali della carenza di personale. «L'aumento dell'indennità riconosce la particolare gravosità del lavoro in Pronto soccorso, ma non può sostituire un piano strutturale per potenziare gli organici e rendere sostenibili turni e carichi di lavoro», osserva.

Ancora più critico il giudizio sul ricorso alle prestazioni aggiuntive. «La strategia del più lavori, più ti pago mostra i suoi limiti: i professionisti sanitari sono già stremati da turni massacranti, hanno elevati livelli di burnout e la crescente demotivazione li spinge a lasciare il SSN». Il rischio, secondo la Fondazione, è che il tentativo di tamponare le carenze immediate finisca per aggravare nel medio periodo la fuga di medici e infermieri dal servizio pubblico.

La manovra stanzia inoltre 500 milioni di euro annui dal 2027 per adeguare le tariffe dei ricoveri per acuti. Per i dispositivi medici, il tetto di spesa per gli acquisti diretti sale dal 4,6% al 4,7%, con un onere stimato a carico del Fondo sanitario di circa 146 milioni di euro annui. Per gli acquisti diretti di farmaci, il tetto passa dall'8,8% al 9%: l'onere previsto è di circa 292 milioni annui dal 2028.

La legge prevede anche 100 milioni di euro per il 2027 per le spese socioassistenziali delle persone con Alzheimer e altre demenze senili. Per le prestazioni psicologiche e terapeutico-riabilitative erogate dai servizi per le dipendenze a pazienti residenti in altre Regioni, le risorse aumentano di 15 milioni annui dal 2027, portando la dotazione complessiva a 30 milioni l'anno.

Il capitolo più discusso riguarda però il voucher sanitario destinato agli anziani. La manovra istituisce, per il solo 2027, un fondo da 1.645 milioni di euro per finanziare un contributo di 300 euro destinato all'acquisto di beni e prestazioni sanitarie. La misura dovrebbe interessare circa 5,46 milioni di persone: cittadini che abbiano compiuto 75 anni entro il 31 dicembre 2026, titolari di trattamenti pensionistici o assistenziali e con trattamenti complessivi non superiori a 28.000 euro lordi annui nel 2025.

L'obiettivo di sostenere economicamente gli anziani più fragili è condivisibile, ma GIMBE solleva dubbi sull'efficacia dello strumento. «Un contributo di oltre 1,6 miliardi per l'acquisto di beni e prestazioni sanitarie non potenzia direttamente l'offerta pubblica», sottolinea Cartabellotta.

Il nodo riguarda soprattutto la possibilità che il voucher venga utilizzato anche per acquistare prestazioni sul mercato privato. In questo caso, le risorse pubbliche finirebbero per sostenere la domanda di servizi privati senza aumentare la capacità del servizio sanitario di erogare visite, esami e cure. La misura, inoltre, avrebbe durata annuale e criteri di accesso che potrebbero sollevare interrogativi sul piano dell'equità: l'importo della pensione non restituisce necessariamente un quadro completo della situazione economica di una persona, mentre il requisito anagrafico esclude chi, pur più giovane, si trova in condizioni di fragilità sanitaria ed economica.

Sul fronte delle imprese, dal 2027 viene istituito un fondo da 160 milioni di euro annui destinato alle Regioni per compensare la riduzione del ripiano farmaceutico dovuto dalle aziende che effettuano investimenti aggiuntivi in Italia. Il beneficio economico, tuttavia, è riconosciuto alle imprese. Per il payback sui dispositivi medici, la quota di ripiano a carico dello Stato viene fissata in 350 milioni di euro per ciascun anno dal 2028 al 2031.

La manovra prevede anche 136 milioni di euro per il 2027 per prorogare la sperimentazione della prestazione universale destinata agli anziani non autosufficienti, oltre a 200 milioni annui nel triennio 2028-2030 per l'efficientamento energetico degli ospedali e delle strutture sanitarie pubbliche. Sono inoltre stanziati 100 milioni per il 2027 per concorrere agli oneri derivanti da sentenze e accordi transattivi relativi al servizio mensa o al buono pasto sostitutivo per il personale del comparto sanitario.

Dal 2027, il Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga viene incrementato di 5 milioni di euro annui, mentre il fondo per la detenzione domiciliare finalizzata al recupero delle persone con dipendenze viene rifinanziato con 20,56 milioni annui.

Un ulteriore elemento di discussione riguarda il rapporto tra sanità pubblica e strutture private accreditate. Dal 2027, la manovra innalza di 3 punti percentuali il limite di spesa per l'acquisto di prestazioni dagli erogatori privati: 2 punti per gli effetti delle nuove tariffe della riabilitazione ospedaliera e della lungodegenza e 1 punto per la specialistica ambulatoriale e protesica.

Gli effetti tariffari ammontano a 365 milioni di euro annui, coperti attraverso risorse già previste da precedenti leggi di bilancio. L'intervento consente di remunerare le prestazioni secondo le nuove tariffe senza ridurre il numero di quelle acquistate. Parallelamente, per il triennio 2027-2029, viene sperimentato un percorso di accesso precoce ai medicinali destinati a patologie gravi e invalidanti prive di valide alternative terapeutiche, riservando fino a 70 milioni di euro annui del Fondo per i farmaci innovativi, senza aumentare la dotazione complessiva.

È proprio la distribuzione delle risorse a rappresentare, nella valutazione di GIMBE, uno degli aspetti più controversi della manovra. Da una parte si interviene sulle remunerazioni, sui tetti di spesa e sui meccanismi di ripiano a beneficio delle imprese; dall'altra, le risorse liberamente utilizzabili dalle Regioni per rispondere ai bisogni assistenziali restano limitate a 138 milioni nel 2027, 236 milioni nel 2028 e 273 milioni nel 2029, anche per far fronte agli effetti dell'inflazione.

«Una parte consistente delle risorse stanziate viene assorbita dall'aumento dei costi dell'assistenza», spiega Cartabellotta. Aggiornare le tariffe e intervenire sui tetti di spesa significa sostenere oneri maggiori, senza necessariamente ampliare il numero delle prestazioni disponibili. Per le Regioni, quindi, il margine per potenziare l'offerta e ridurre le liste d'attesa rimane ristretto.

Il giudizio conclusivo della Fondazione è netto. La manovra non garantisce un rafforzamento strutturale del servizio sanitario pubblico e privilegia, secondo GIMBE, interventi settoriali e misure temporanee rispetto a una strategia pluriennale capace di assicurare personale, risorse stabili e maggiore accessibilità alle cure.

«La Manovra 2027 segna un passo indietro su tre fronti», afferma Cartabellotta. «Dopo il netto incremento del 2026, la crescita del Fondo sanitario rallenta bruscamente, mentre l'inflazione aumenta i costi dell'assistenza. Una quota consistente delle risorse viene assorbita da maggiori oneri, senza un corrispondente potenziamento dei servizi. Infine, si interviene sui tetti e sul payback a beneficio delle imprese, si adeguano le remunerazioni del privato accreditato e si finanzia un costoso voucher che non rafforza l'offerta pubblica».

Il fatto che alcune misure, dalle prestazioni aggiuntive del personale sanitario al sostegno per l'Alzheimer, fino al voucher da 300 euro, siano finanziate soltanto per il 2027 alimenta ulteriori interrogativi sulla capacità della legge di bilancio di rispondere a problemi che hanno natura strutturale.

La questione, in definitiva, non riguarda soltanto quanti miliardi vengono iscritti nel Fondo sanitario, ma quanto quelle risorse siano effettivamente sufficienti a garantire il diritto alla salute. Se i finanziamenti crescono meno dei costi, le Regioni sono costrette a cercare nuove entrate o a comprimere l'offerta, mentre i cittadini rischiano di affrontare attese più lunghe, maggiori spese private e ulteriori disuguaglianze nell'accesso alle cure.

«I cittadini non possono continuare a pagare con i propri risparmi o con la propria salute», conclude Cartabellotta. «Perché quando chi può paga e chi non può rinuncia, il diritto costituzionale alla tutela della salute diventa un privilegio. E la politica ha il dovere di fermare questa pericolosa deriva che mina la coesione sociale e la tenuta democratica del Paese».

Un monito che riporta al centro una questione politica decisiva: senza finanziamenti adeguati e continuativi, il Servizio sanitario nazionale rischia di perdere progressivamente la propria capacità di garantire cure accessibili a tutti, indipendentemente dal reddito e dal luogo di residenza.

je.fe.

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