ECONOMIA - 31 ottobre 2026, 15:01

Manovra 2027, il ceto medio paga il conto mentre i più ricchi continuano a correre

Dalle promesse sul taglio delle tasse alla stretta sulle pensioni, passando per una sanità che continua a chiedere risorse: la legge di bilancio del governo Meloni mette al centro alcuni benefici fiscali, ma lascia irrisolte le grandi emergenze sociali. Il taglio dell'Irpef riguarda 3,2 milioni di contribuenti, mentre milioni di italiani restano alle prese con stipendi insufficienti, precarietà e difficoltà nell'accesso alle cure

generata da IA

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C'è qualcosa di diabolico nel modo in cui la politica riesce a raccontare una difficoltà come se fosse una conquista. Si prende un Paese nel quale lavorare non garantisce più una vita dignitosa, si annuncia qualche sconto fiscale, si distribuiscono promesse e si presenta il risultato come una grande operazione a favore degli italiani. Poi, però, si guarda dentro le tasche delle famiglie e la realtà racconta un'altra storia. Perché non basta chiamare ceto medio chi guadagna qualche migliaio di euro in più per cancellare il fatto che, dopo aver pagato mutuo o affitto, bollette, spesa alimentare, trasporti e sanità, a molti non resta praticamente nulla.

È questa la contraddizione politica e sociale che emerge dalla manovra finanziaria 2027 del governo guidato da Giorgia Meloni, con Matteo Salvini alla guida della Lega. Una legge di bilancio che vale circa 26 miliardi di euro nel 2027 e 27 miliardi nel 2028, ma che pone una questione fondamentale: a chi sono destinate realmente le risorse pubbliche e chi, invece, continua a rimanere indietro?

Il provvedimento, composto da 157 articoli, è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 28 ottobre e trasmesso alle Camere. Il governo lo presenta come uno strumento per sostenere famiglie, lavoratori, imprese e potere d'acquisto. Ma tra gli annunci e la distribuzione effettiva dei benefici si apre una distanza che merita di essere analizzata senza indulgenze.

Partiamo dal tanto sbandierato taglio dell'Irpef. La seconda aliquota scende dal 35% al 33% e viene estesa alla fascia di reddito fino a 55.000 euro, rispetto ai precedenti 50.000 euro. Il provvedimento coinvolge circa 3,2 milioni di contribuenti e comporta una riduzione del gettito stimata in 1,43 miliardi di euro. Il risparmio massimo viene indicato in circa 500 euro all'anno.

Non è difficile comprendere perché questa misura venga presentata come un intervento a favore del ceto medio. Il problema è un altro: quale ceto medio? Quello che arriva a fine mese senza difficoltà oppure quello che ormai deve scegliere quali spese rinviare? E soprattutto, quale sollievo può rappresentare un risparmio fiscale di poche centinaia di euro davanti a un aumento strutturale del costo della vita?

C'è poi un dettaglio politico non secondario: il beneficio è previsto per il solo 2027. Si tratta dunque di un intervento temporaneo, non di una soluzione strutturale alla perdita di potere d'acquisto. Si concede un alleggerimento fiscale, ma non si affronta fino in fondo il problema dei salari reali, della produttività e della progressiva erosione delle retribuzioni.

Ancora più evidente è la contraddizione quando si guarda al trattamento riservato alle diverse categorie di contribuenti. Per i lavoratori autonomi viene infatti estesa fino a 100.000 euro la soglia di accesso al regime forfettario, con le relative condizioni fiscali. È una scelta che merita un confronto serio con la situazione dei lavoratori dipendenti, i quali vedono una parte consistente del proprio reddito assorbita dalla tassazione ordinaria e non dispongono delle medesime possibilità di organizzazione fiscale.

Non si tratta di mettere lavoratori contro lavoratori o dipendenti contro autonomi. Si tratta di chiedere perché un sistema fiscale che dovrebbe garantire equità continui a presentare differenze così rilevanti tra categorie diverse, mentre chi vive esclusivamente di stipendio ha margini sempre più ridotti per difendere il proprio tenore di vita.

Sul fronte delle pensioni arriva un'altra contraddizione. La rivalutazione piena degli assegni viene limitata alle pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo, pari a circa 2.447,40 euro. Per gli importi superiori l'adeguamento all'inflazione sarà soltanto parziale. In altre parole, anche chi ha lavorato una vita e ha maturato una pensione che non può essere considerata un privilegio rischia di perdere progressivamente potere d'acquisto. Il governo conferma l'Ape sociale e istituisce un fondo da 850 milioni di euro all'anno per il triennio 2027-2029, ma non offre una risposta complessiva alla questione previdenziale.

E mentre si discute di flessibilità in uscita, resta la domanda di fondo: quale sicurezza economica viene garantita a chi ha lavorato quarant'anni e oggi deve fare i conti con prezzi, bollette e prestazioni sanitarie sempre più difficili da sostenere?

Il capitolo della sanità merita un'attenzione particolare, perché qui non siamo davanti a una semplice discussione contabile. Siamo davanti a un diritto fondamentale. La manovra prevede un incremento di 2 miliardi e 365 milioni di euro per il Fondo sanitario nazionale nel 2027, ai quali si aggiunge 1 miliardo già previsto dalla precedente legislazione. Sono inoltre previsti interventi sulle liste d'attesa, sulle tariffe ospedaliere, sulle indennità del personale dei pronto soccorso e sulle patologie neurodegenerative.

Sarebbe scorretto negare l'esistenza di queste risorse e degli interventi programmati. Ma sarebbe altrettanto scorretto presentarle come la soluzione definitiva alla crisi della sanità pubblica. Il problema non è soltanto quanto si stanzia, ma quanto occorre per garantire concretamente visite, esami, personale, strutture e tempi di attesa compatibili con le esigenze dei cittadini.

La stessa introduzione di una carta da 300 euro per le spese sanitarie degli over 75, con pensione fino a 28.000 euro annui, racconta una realtà preoccupante. Si cerca di aiutare chi deve sostenere prestazioni non coperte dal Servizio sanitario nazionale, ma intanto si rischia di normalizzare un sistema nel quale il cittadino deve ricorrere al proprio portafoglio per ottenere risposte in tempi ragionevoli.

I numeri dell'Istat aiutano a comprendere la dimensione del problema. Nel 2025 oltre 5,4 milioni di persone vivevano in condizione di povertà assoluta, pari al 9,3% della popolazione. Le famiglie coinvolte erano oltre 2,1 milioni. Sono dati sostanzialmente stabili rispetto all'anno precedente, ma proprio questa stabilità dovrebbe impedire qualsiasi trionfalismo: una condizione di povertà che coinvolge milioni di persone non può essere considerata un problema risolto.

E sul fronte sanitario, i dati Istat relativi al 2024 indicavano che 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione, avevano rinunciato a visite o accertamenti di cui avevano bisogno per motivi economici, liste d'attesa o difficoltà logistiche. È questo il Paese reale che dovrebbe stare al centro di qualsiasi legge di bilancio: quello di chi non può permettersi una visita privata, di chi aspetta mesi per un esame e di chi, davanti a una spesa imprevista, deve scegliere tra curarsi e pagare altre necessità.

La manovra prevede anche misure per la famiglia e la natalità. Per ogni nuovo nato vengono destinati 100 euro a un conto gestito dall'Inps, mentre vengono rafforzati alcuni periodi di congedo parentale. Sono interventi che possono avere una loro utilità, ma che rischiano di restare simbolici se non vengono accompagnati da politiche strutturali per l'occupazione, gli asili nido, la casa e la conciliazione tra lavoro e famiglia. Pensare di contrastare il calo delle nascite con un piccolo accantonamento economico significa non cogliere fino in fondo il problema. I giovani non rinunciano a costruire una famiglia perché mancano cento euro alla nascita di un figlio: spesso rinunciano perché non hanno un lavoro stabile, uno stipendio adeguato e la possibilità di acquistare o affittare una casa.

Anche il premio fiscale per i giovani lavoratori under 30, con un'agevolazione sugli incrementi retributivi fino a 2.500 euro, va letto in questa prospettiva. Un incentivo può essere utile, ma non sostituisce una politica salariale capace di contrastare il lavoro povero e la precarietà. Non si può continuare a chiedere alle nuove generazioni di costruire il proprio futuro sulla base di bonus, agevolazioni temporanee e interventi frammentati.

E veniamo alle coperture finanziarie, un capitolo che presenta altre questioni politiche. Il governo conta di ottenere dal comparto bancario e assicurativo circa 5,8 miliardi di euro nel 2027, attraverso interventi su Ires, Irap, imposte differite e Tobin Tax. Alle società energetiche viene inoltre richiesto un incremento di 5 punti percentuali dell'Irap per due anni. Si tratta di contributi che dimostrano come esistano margini per chiedere un maggiore apporto ai settori economicamente più forti. Ma viene spontaneo domandarsi perché una politica di maggiore equità fiscale non diventi una scelta organica e permanente, anziché un insieme di interventi utilizzati per finanziare una manovra annuale.

Tra le altre coperture figurano circa 1 miliardo di euro di risparmi dalla revisione della spesa pubblica, nuove entrate dal settore dei giochi e ulteriori risorse derivanti dalla flessibilità sui conti pubblici. La stessa introduzione di una quinta estrazione settimanale di Lotto e Superenalotto dovrebbe generare 30,5 milioni di euro nel 2027, per arrivare a 43,1 milioni annui dal 2028. È una scelta che apre una questione sociale tutt'altro che secondaria: uno Stato che cerca nuove entrate anche attraverso il gioco dovrebbe interrogarsi sul rapporto tra dipendenza, fragilità economica e necessità di finanziare i servizi pubblici.

Nel frattempo, il problema delle disuguaglianze continua a rimanere sullo sfondo. Il rischio è che si consolidi un modello nel quale chi possiede già un reddito consistente riesce a sfruttare meglio le agevolazioni, chi ha uno stipendio medio sopravvive con crescente difficoltà e chi si trova nelle fasce più fragili viene lasciato a fare i conti con aiuti insufficienti e servizi pubblici sotto pressione.

Il ceto medio, per come lo abbiamo conosciuto, rischia di diventare una categoria sempre più fragile. Non è necessario sostenere che tutti siano diventati poveri per riconoscere che una parte importante delle famiglie che un tempo vivevano in condizioni di relativa sicurezza oggi si trova a rischio di impoverimento. E chi era già povero vede restringersi ulteriormente le possibilità di risalita sociale. È questa la frattura che una legge di bilancio dovrebbe cercare di ricomporre.

C'è infine una questione che riguarda anche i territori e le autonomie. Una manovra nazionale non può essere giudicata soltanto attraverso le cifre complessive: bisogna verificare come le scelte finanziarie incidano sulla capacità delle Regioni di garantire servizi, sanità, trasporti, scuola e assistenza. In territori come la Valle d'Aosta, dove la specificità istituzionale e finanziaria si intreccia con costi della vita, dispersione territoriale e necessità di mantenere servizi anche nelle comunità più periferiche, il rapporto tra politiche statali e autonomia finanziaria assume un significato ancora più importante. Non basta annunciare risorse: occorre garantire che le scelte nazionali non comprimano gli spazi di responsabilità e di programmazione delle autonomie speciali.

Il giudizio politico sulla manovra, dunque, non può fermarsi alla somma dei miliardi annunciati o alla quantità di bonus distribuiti. Deve misurarsi con una domanda molto più semplice: le famiglie italiane vivranno meglio, avranno salari più dignitosi, potranno curarsi senza indebitarsi, i giovani potranno costruire una famiglia e i pensionati potranno mantenere il proprio potere d'acquisto?

Finché queste domande resteranno senza risposte convincenti, la distanza tra la narrazione governativa e la vita quotidiana delle persone continuerà ad allargarsi. Perché una politica economica non si misura dalla capacità di confezionare annunci, ma da quella di cambiare concretamente le condizioni di vita dei cittadini.

E allora, dietro le cifre, i comunicati trionfalistici e le conferenze stampa, resta l'immagine di un Paese che procede a velocità diverse: qualcuno continua a salire, molti cercano disperatamente di non scivolare e altri sono già precipitati. Il rischio è che il ceto medio diventi il grande bancomat delle contraddizioni del sistema e che i più poveri siano costretti a pagare persino il prezzo della propria sopravvivenza.

Questa non è soltanto una questione di bilancio. È una questione di giustizia sociale, di dignità e di responsabilità politica. Perché quando uno Stato non riesce più a garantire a tutti il diritto di lavorare, vivere e curarsi dignitosamente, non sta semplicemente amministrando una crisi: sta lasciando che la disuguaglianza diventi il suo ordinamento. E il rischio è che, mentre il governo continua a promettere paradisi fiscali, milioni di italiani siano costretti a vivere in un inferno sociale, con le fiamme che bruciano sempre più vicino alle loro case.

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Il testo della manovra è ancora all'esame parlamentare. Le cifre riportate sono quelle delle misure presentate nel disegno di legge e potranno cambiare durante l'iter

Jean-Paul Savouret

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