ATTUALITÀ POLITICA - 29 ottobre 2026, 12:00

Il potere che non sa perdere

Da Aosta a Roma la stessa allergia: quando un giudice dice no, la politica risponde con l’offesa, non con gli argomenti

Il potere che non sa perdere

Esiste una forma di arroganza che non urla e non ha bisogno di farlo. Si presenta in giacca e cravatta, parla di stabilità e di continuità amministrativa e, intanto, lavora a un’idea sola: che le regole valgano per gli altri. Questa settimana la si è vista in due luoghi lontani, Aosta e Roma, e il paragone è meno forzato di quanto sembri.

Partiamo dai fatti, che sono più eloquenti di qualsiasi commento.

La legge regionale 21 del 2007, che fissa il limite ai mandati in Giunta, è stata scritta dal legislatore valdostano, non imposta da Roma né da Torino. Il Tribunale di Aosta l’ha letta e ha dichiarato Renzo Testolin ineleggibile.

Lui ha fatto ricorso, ottenendo la sospensione degli effetti della sentenza e il ritorno a Palazzo regionale. Il 27 ottobre la Corte d’Appello di Torino ha respinto il ricorso. Nelle motivazioni, per quanto riportato dalle cronache, i giudici parlano di una disposizione chiara, dettata dal legislatore regionale nell’ambito della sua competenza. Non c’era nulla da interpretare.

Qui sta il punto, ed è meno giuridico che politico. Una norma chiara non ha bisogno di esegeti: chi la rilegge per trovarci un’uscita sta cercando un varco.

Si può discutere se un limite ai mandati sia saggio e, in un’Autonomia che vive di personale politico ristretto, la discussione ha una sua dignità. Ma la sede per cambiare una legge è l’Aula, prima di votarla e non dopo averla violata.

Tentare, invece, di vincere in tribunale ciò che non si è osato modificare in Consiglio significa chiedere ai giudici di fare il lavoro che la politica non ha avuto il coraggio di fare.

Il prezzo lo pagano tutti: decade il presidente, decade la Giunta, il Consiglio ha sessanta giorni per ricominciare. Alla Valle viene chiesto il conto di una disputa che si poteva evitare con una scelta di onestà intellettuale.

Resta aperta la strada della Cassazione, che è un diritto. Ma un diritto non è una strategia di governo.

Poi c’è lo scenario nazionale, dove l’arroganza cambia scala ma non natura.

Il giudice per le indagini preliminari di Milano non ha convalidato il fermo di Youssef Siher, trentenne italo-marocchino accusato di istigazione a delinquere. Ha ritenuto che mancassero gravi indizi per le contestazioni. L’inchiesta prosegue.

Quella decisione è un passaggio ordinario di un procedimento che, in uno Stato di diritto, serve proprio a questo: verificare che la libertà personale non venga sacrificata sulla base di un impianto fragile.

La presidente del Consiglio ha definito la decisione «vergognosa» e ha parlato di «certa magistratura», chiedendosi come uno «Stato normale» possa difendere le persone per bene.

L’Associazione nazionale magistrati ha risposto con un’espressione che vale la pena ricordare: «attacco scomposto». Difficile darle torto.

Si può dissentire da un’ordinanza, e per questo esistono il riesame e l’impugnazione. Ma chi governa non commenta una sentenza come un tifoso commenta un rigore.

Quando la prima carica dell’esecutivo etichetta come vergognosa la decisione di un singolo giudice, sta dicendo a quel giudice, e a tutti i colleghi, quanto costa decidere in modo sgradito.

Ad Aosta il potere ha provato a far dire alla legge ciò che gli conveniva. A Roma tratta come un affronto personale il fatto che un giudice abbia letto le carte e tratto le sue conclusioni.

Cambiano la scala, le sigle, i protagonisti. Resta il riflesso comune: considerare il controllo come un’intromissione e non come la ragione stessa dell’esistenza dei poteri separati.

Montesquieu lo scrisse con parole che non hanno perso un grammo di attualità: perché non si possa abusare del potere, occorre che il potere arresti il potere.

Un giudice che frena un governo non lo tradisce: adempie alla propria funzione. Il guaio comincia quando la politica non lo tollera più. E il giorno in cui chi ha il consenso si convince di non doverlo condividere con nessun controllo, ha già smesso di governare per cominciare a regnare.

La politica che dura è quella che sa perdere. Perdere un ricorso, perdere un’udienza, perdere una partita contro una norma che si era scritta da sola.

Chi lo accetta con compostezza ne esce più forte. Gli altri, tra una nota di sdegno e un video sui social, scoprono soltanto di essere più piccoli del potere che pensavano di possedere.

Vittore Lume-Rezoli

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