La sentenza è arrivata, e con essa il conto di una scelta politica che adesso non può più essere archiviata come una semplice controversia giuridica. Renzo Testolin decade dalla presidenza della Regione Valle d’Aosta: la Corte d’Appello di Torino ha confermato il giudizio di primo grado del Tribunale di Aosta, riconoscendo l’ineleggibilità del presidente per il limite dei mandati previsto dalla normativa regionale. Una decisione che chiude, almeno in questa fase, una partita giudiziaria e spalanca una questione ben più impegnativa: chi governerà la Valle d’Aosta, con quale maggioranza e soprattutto con quale credibilità politica?
La pronuncia, depositata martedì 27 ottobre 2026, arriva dopo l’udienza del 13 ottobre e conferma la sentenza n. 110/2026 del Tribunale di Aosta. La notizia è stata diffusa dall’ANSA. Non si tratta soltanto della sostituzione di un presidente con un altro. Il punto è che la guida della Regione è stata affidata a un esponente dell’Union Valdôtaine nonostante i dubbi sulla legittimità della sua elezione fossero già emersi nel percorso istituzionale. La vicenda pone così una domanda che investe direttamente la responsabilità della maggioranza: perché si è scelto di procedere comunque, lasciando ai giudici il compito di pronunciarsi su una questione che avrebbe richiesto la massima prudenza politica e istituzionale?
Il Partito Democratico della Valle d’Aosta non ha perso tempo nel mettere il dito nella piaga. «Nel novembre 2025, a fronte di un chiaro parere negativo degli uffici del Consiglio regionale, la maggioranza ha scelto la strada più comoda: eleggere il Presidente, lasciando ai tribunali ciò che spettava decidere al Consiglio», sostiene il PD. Una contestazione pesante, che attribuisce alla maggioranza non soltanto un errore di valutazione, ma una precisa responsabilità politica. «I nostri consiglieri lo avevano segnalato in aula. Oggi la Valle d’Aosta paga il prezzo di quella scelta, con quasi un anno di incertezza istituzionale alle spalle», prosegue la nota.
È questa la questione che rende la sentenza particolarmente delicata. Se i dubbi sulla compatibilità con il limite dei mandati erano stati sollevati prima dell’elezione, la conferma giudiziaria della decadenza impone di interrogarsi sul funzionamento dei contrappesi istituzionali e sulla capacità della politica di prevenire una crisi prevedibile. Non basta prendere atto della decisione dei giudici: occorre spiegare ai cittadini perché si sia arrivati fin qui e quali garanzie verranno adottate affinché una situazione analoga non si ripeta. La responsabilità politica, naturalmente, non coincide automaticamente con quella giuridica; ma non può nemmeno dissolversi dietro il rispetto formale delle procedure.
L’Union Valdôtaine, dal canto suo, cerca di contenere le conseguenze della sentenza e di riportare il confronto sul terreno della governabilità. Il movimento ha dichiarato di prendere atto della decisione della Corte d’Appello e ha annunciato l’avvio immediato delle consultazioni all’interno dei propri organi e con le forze alleate, con l’obiettivo di dotare rapidamente la Regione di un nuovo esecutivo pienamente operativo. La parola d’ordine è la stabilità istituzionale, accompagnata dalla continuità amministrativa.
Il presidente dell’Union Valdôtaine, Joël Farcoz (nella foto) ha ringraziato personalmente Testolin e il suo governo per il lavoro svolto. «Dal mese di maggio sono stati ottenuti risultati importanti, in particolare l’approvazione dell’assestamento di bilancio e i progressi decisivi sulle concessioni idroelettriche», ha dichiarato, assicurando che il movimento affronterà la nuova fase «con responsabilità e determinazione», mettendo al primo posto l’interesse dei valdostani.
Un messaggio che punta a evitare una resa dei conti interna e a preservare il lavoro della maggioranza, ma che lascia aperta la domanda decisiva: il successore di Testolin sarà soltanto il risultato di un accordo tra le forze politiche oppure l’occasione per ridefinire priorità, metodo e indirizzo del governo regionale? Perché la stabilità, da sola, non è una risposta sufficiente. Può essere una condizione necessaria per governare, ma non può diventare l’alibi per conservare gli equilibri esistenti senza affrontare le ragioni della crisi.
Il PD, infatti, mette in guardia dal rischio che tutto si risolva in un cambio di nome. «Il Consiglio Valle ha ora sessanta giorni per eleggere un nuovo presidente e una nuova Giunta», ricorda il partito, annunciando che affronterà la fase delle consultazioni «con serietà e senza pregiudizi». Ma la disponibilità al confronto non equivale a un assegno in bianco. «Non ci interessano gli organigrammi e non basterà sostituire un nome. Serviranno un programma chiaro, una maggioranza all’altezza e una vera discontinuità rispetto a un anno di immobilismo», avverte la nota.
È qui che la crisi istituzionale incrocia i problemi concreti della comunità valdostana. L’approvazione del prossimo bilancio regionale, le risorse destinate agli enti locali, la tenuta della sanità e le risposte da dare a famiglie e imprese non possono restare sospese in attesa che i partiti trovino la quadra sui nomi. La programmazione finanziaria richiede tempi certi; i Comuni hanno bisogno di conoscere risorse e trasferimenti; il sistema sanitario deve poter contare su indirizzi politici chiari. Ogni ritardo rischia di restringere i margini di manovra e di rendere più difficile la gestione di dossier che non possono essere messi in pausa.
C’è poi il capitolo economico delle concessioni idroelettriche, indicato dalla stessa Union Valdôtaine tra i risultati più significativi del governo uscente. Per una regione che dispone di una risorsa strategica come l’acqua, la gestione delle concessioni non è un dossier tecnico da lasciare agli uffici: riguarda il rapporto tra autonomia, valorizzazione delle risorse territoriali, entrate pubbliche e benefici per la collettività. Proprio per questo, la continuità amministrativa invocata dall’Union dovrà tradursi in scelte verificabili, senza che la crisi politica rallenti o indebolisca il confronto su un settore decisivo per l’economia valdostana.
La partita che si apre, dunque, non riguarda soltanto la successione a Testolin. Riguarda il rapporto tra maggioranza e opposizione, la capacità del Consiglio Valle di esercitare fino in fondo le proprie prerogative e la credibilità di un’autonomia speciale che deve dimostrare di saper governare le proprie regole con responsabilità. L’autonomia non è un privilegio da evocare nelle occasioni solenni: è una responsabilità politica concreta, che richiede istituzioni solide, procedure rispettate e decisioni assunte con piena consapevolezza delle loro conseguenze.
La Corte d’Appello ha pronunciato la sua decisione. Adesso la politica non può limitarsi a prendere atto e voltare pagina. L’Union Valdôtaine deve dimostrare che la ricerca di un nuovo presidente non è soltanto un’operazione di sopravvivenza della maggioranza; le forze alleate devono chiarire quali condizioni intendano porre; l’opposizione è chiamata a trasformare la denuncia in una proposta credibile per la Regione. E il Consiglio Valle dovrà esercitare le proprie responsabilità nei tempi previsti, senza lasciare che l’incertezza si trascini.
Perché il vero rischio non è soltanto una presidenza che cade per una questione di mandati. È una Regione che perde tempo, energie e fiducia mentre deve decidere come spendere le proprie risorse, garantire servizi e difendere le opportunità offerte dalla propria autonomia. Se la risposta alla sentenza sarà soltanto un nuovo nome alla guida dello stesso assetto, la crisi avrà cambiato il presidente senza cambiare la sostanza del problema. E la Valle d’Aosta avrà pagato un prezzo politico e istituzionale senza ricavarne alcuna lezione.





