Ha undici anni e frequenta la seconda media in una scuola della periferia sud di Milano. Secondo i video circolati sui social, domenica 18 ottobre è uscito da un negozio del centro con in mano alcune cinture, durante i saccheggi che hanno seguito gli scontri. Lo hanno trovato i carabinieri a scuola, tra i banchi. È il più giovane tra gli identificati.
Per la legge, avendo meno di quattordici anni, non è imputabile: potrà esserci una segnalazione alla procura dei minori e ai servizi sociali, ma non un processo. Per il circo mediatico, invece, è già stato processato e condannato.
Nessuno qui sostiene che quel gesto sia innocente. Rubare in un negozio mentre intorno si devasta è sbagliato, a undici anni come a quaranta. Ma una società adulta dovrebbe saper distinguere tra il giudicare un fatto e il mettere un bambino sull’altare del pubblico ludibrio.
La preside dice di sentirsi «devastata». Racconta di un ragazzo che a scuola non ha mai fatto vandalismi o risse e che seguiva un percorso educativo personalizzato. La presidente del Consiglio dice che il dato «fa male e fa paura e ci chiama tutti in causa».
Ha ragione, ed è proprio quel «tutti» la parola che i giornali sembrano aver dimenticato. Chiamati in causa siamo noi: la scuola, i servizi sociali, il quartiere, la politica, la stampa. Non lui soltanto.
Invece si è fatto l’opposto. Per giorni il bambino è stato descritto, commentato, interpretato. Si è raccontato che, per i ragazzi del quartiere, fosse già «uno capace di farsi guardare da tutti»; si sono pesate le sue parole e i suoi silenzi, si sono cercati i dettagli della sua famiglia.
Si è parlato di lui come di un caso, mai come di un bambino. È il vecchio meccanismo del capro espiatorio, aggiornato all’epoca del video virale: si prende il più piccolo, il più visibile e il più indifeso, e gli si carica sulle spalle un’intera stagione di paure collettive.
Ora spostiamo lo sguardo, perché è nel confronto che l’ingiustizia diventa evidente.
Jeffrey Epstein è stato condannato nel 2008 in Florida, dopo un accordo giudiziario che ancora oggi viene ricordato come uno scandalo nello scandalo. È stato arrestato di nuovo nel 2019 con l’accusa di traffico sessuale di minorenni ed è morto in carcere prima di rispondere in un’aula di tribunale.
Per anni, attorno a lui ha ruotato un mondo di potere, ricchezza e privilegio: voli, ville, cene, agende piene di nomi. Nel 2026 il Dipartimento di Giustizia americano ha reso pubblici milioni di pagine di documenti, e quelle carte hanno toccato politici, finanzieri, imprenditori, uomini di spettacolo, anche italiani.
Va detto con la massima chiarezza, perché la chiarezza è l’unica forma di onestà possibile: comparire in quei file non equivale a essere colpevoli. Ci sono omonimie, contatti occasionali, nomi citati e smentiti. Nessuno ha il diritto di trasformare un’ombra in una condanna.
Ma proprio per questo, proprio perché la presunzione di innocenza vale per tutti, avrebbe dovuto valere il lavoro che spetta al giornalismo: seguire le carte, verificare, distinguere il rumore dai fatti, chiedere conto a chi ha incontrato, scritto, ospitato.
La Procura di Roma ha aperto un fascicolo contro ignoti e ha chiesto gli atti agli Stati Uniti. Quanti lettori sanno a che punto sia? Quanti titoli ha avuto questa settimana?
La verità, scomoda per tutti noi che scriviamo, è che abbiamo trattato lo scandalo più grande di questo decennio come una stagione televisiva. Un’ondata di titoli, qualche nome gettato sui social, poi il silenzio nel momento in cui le carte diventano tecniche, lente, difficili e i protagonisti troppo potenti per risultare convenienti.
Non è mancata la notizia: è mancato il coraggio di inseguirla. Per il bambino non c’è stato bisogno di nessun fascicolo né di nessuna rogatoria internazionale: sono bastati un video e un’ora di scroll.
Questo è il doppio standard che dovrebbe farci arrossire.
Davanti al potente scatta una prudenza quasi reverenziale: il condizionale, il «nel rispetto della riservatezza», il «senza alcuna accusa», le formule che si usano per non disturbare. Davanti al fragile, nessuna esitazione.
Il debole è una preda, il forte è un interlocutore. Si dà del tu a chi non può rispondere e del lei a chi potrebbe querelare.
E c’è un’altra coerenza che manca, quella di chi commenta.
Pochi giorni prima di questa vicenda, per un gioielliere condannato per aver ucciso due persone, la stessa opinione pubblica invocava clemenza in nome del contesto, della paura, dell’istante in cui si perde la lucidità. Per l’uno una grazia parziale è arrivata dal Quirinale, mentre per l’altro le firme per chiederla hanno superato le 170 mila.
Per un bambino di undici anni la comprensione sparisce e restano il giudizio sommario e la ferocia da tastiera. La pietà, in questo Paese, ha un orario e una categoria: si concede ai forti che sbagliano e si nega ai deboli che inciampano.
Attenzione a non fare il gioco opposto: nessuno sta chiedendo di trattare con durezza i potenti e con indulgenza i ragazzi per principio. Chiediamo, semplicemente, la stessa misura.
Lo stesso scrupolo con cui si maneggia il nome di un uomo influente dovrebbe proteggere il volto e la storia di un minore. Perché un adulto con un avvocato, un ufficio stampa e una platea può difendersi. Un bambino che il lunedì mattina deve tornare in classe, no.
Dall’altra parte, tra i 35 arrestati per gli scontri, la magistratura minorile ci dice che 31 non avevano precedenti e che la maggioranza ha tra i quindici e i sedici anni.
Sono numeri che chiederebbero un’inchiesta, un’analisi, uno sforzo di comprensione: dove si è rotto il filo tra questi ragazzi e il resto della società? Invece, la risposta è stata una caccia al volto. Più facile mostrare un bambino che spiegare una generazione.
A chi scrive spetta allora la domanda più scomoda: di questa storia, che cosa serviva davvero al lettore? Sapere che esistono bambini che saccheggiano o vedere il loro sguardo?
La prima è informazione, la seconda è spettacolo. E chi dedica più spazio a un minore perso nella folla che a una vicenda che riguarda bambini veri, abusati davvero, ha scelto, per convenienza o per pigrizia, da che parte stare.
Il bambino di Milano ha sbagliato e dovrà impararlo con l’aiuto di adulti che non lo trasformino in un simbolo.
A noi, che quel simbolo lo fabbrichiamo, tocca un compito più semplice e più difficile: fermarci prima. E guardare, ogni tanto, dove la luce, per comodo, non vuole arrivare.





