Anche chi non ha mai acquistato un biglietto della lotteria, giocato alle slot o puntato denaro online finisce, indirettamente, per pagare il prezzo del gioco d’azzardo problematico. È questo il dato che emerge da una stima diffusa da GiocoResponsabile.info, secondo cui il costo sociale del fenomeno supera i 2,2 miliardi di euro all’anno in Italia. Una cifra che, ripartita tra le famiglie, equivale a circa 85 euro l’anno, mentre il costo medio arriva a quasi 38 euro per abitante, neonati compresi.
Un conto che non si esaurisce nelle perdite economiche delle persone coinvolte, ma si estende all’intera comunità. Quando il gioco diventa una dipendenza e compromette la vita quotidiana, infatti, le conseguenze possono tradursi nella perdita del posto di lavoro, nell’accumulo di debiti, nella crisi dei rapporti familiari e nella necessità di ricorrere ai servizi sanitari e sociali. A sostenere una parte del peso sono quindi anche le imprese, il sistema giudiziario, le strutture assistenziali e la sanità pubblica.
La ripartizione dei costi evidenzia soprattutto il peso delle conseguenze occupazionali. Dei 85 euro stimati per ogni famiglia italiana, circa 47 euro sono riconducibili al lavoro perso. Una componente che rappresenta una parte significativa dell’impatto economico complessivo e che mostra come il gioco problematico possa incidere non soltanto sui bilanci domestici, ma anche sulla capacità delle persone di mantenere un’occupazione e contribuire alla produzione di reddito.
Molto più contenuta, invece, è la quota attribuita alle cure: meno di 2 euro per famiglia. Un dato che solleva una questione importante sul rapporto tra prevenzione, assistenza e costi sociali. Intervenire tempestivamente sulle situazioni di dipendenza, favorire l’accesso ai percorsi di cura e sostenere le famiglie coinvolte può contribuire a limitare conseguenze che, una volta consolidate, diventano più difficili da affrontare.
Per dare una dimensione concreta alla cifra complessiva, GiocoResponsabile.info propone anche un confronto con un servizio pubblico essenziale per le famiglie: con la stessa somma annuale si potrebbe finanziare un posto in un asilo nido comunale per circa 230.000 bambini. Il paragone mette in evidenza il costo-opportunità delle risorse assorbite dal fenomeno, in un Paese in cui i servizi per l’infanzia e il sostegno alla genitorialità rappresentano questioni centrali per le politiche sociali.
La questione riguarda anche la Valle d’Aosta, dove il tema del gioco problematico si intreccia con la sostenibilità dei servizi pubblici, la tutela delle famiglie e la prevenzione delle dipendenze. Per comprendere la dimensione regionale del fenomeno, tuttavia, è necessario distinguere le stime nazionali dai dati riferiti al territorio valdostano: la cifra di 2,2 miliardi di euro e la ripartizione dei costi qui richiamate riguardano l’Italia nel suo complesso e non possono essere automaticamente attribuite alla popolazione regionale. Un’analisi locale richiederebbe dati specifici sulla diffusione del gioco, sulle persone assistite, sulle risorse investite nei servizi e sulle ricadute economiche e sociali.
Il punto centrale, dunque, non è soltanto quanto denaro venga perso da chi gioca, ma quanto il fenomeno finisca per coinvolgere persone che non hanno alcuna responsabilità diretta. Il gioco problematico può trasformarsi in una questione di salute pubblica, lavoro, relazioni familiari e bilanci collettivi, con effetti che superano ampiamente la sfera individuale. Per questo la prevenzione e la cura non dovrebbero essere considerate soltanto una spesa, ma un investimento nella tutela delle persone e nella riduzione dei costi futuri.
La stima di GiocoResponsabile.info, accompagnata da una nota metodologica consultabile sul sito dell’organizzazione, offre una chiave di lettura per riportare il dibattito oltre la contrapposizione tra libertà individuale e responsabilità personale. La sfida è costruire politiche capaci di contrastare le forme problematiche di gioco, rafforzare l’assistenza e rendere più consapevoli cittadini e istituzioni. Perché, quando una dipendenza compromette il lavoro, la salute e la stabilità di una famiglia, il conto non resta mai soltanto privato.





