Chez Nous - 14 ottobre 2026, 08:00

Basta la blouse blanche ?

Basta camice bianco?

Basta la blouse blanche ?

Tra medici in tenuta da jogging, ambulatori che somigliano a sale d’attesa pubbliche e camici che fanno avanti e indietro dall’ospedale, forse abbiamo confuso la familiarità con la sciatteria.

C’è una domanda che alcuni lettori e lettrici si pongono da tempo e che merita di essere affrontata senza giri di parole, anche perché riguarda un ambiente nel quale la fiducia dovrebbe essere la prima regola: ma i medici di famiglia, il camice bianco, se lo ricordano ancora?

La domanda è provocatoria, certo. Ma fino a un certo punto.

Perché capita sempre più spesso di entrare in alcuni ambulatori e trovarsi davanti professionisti in abiti civili, felpe, magliette, pantaloni sportivi e scarpe da ginnastica. Qualcuno sembra pronto per una visita medica, altri danno l’impressione di essere appena rientrati da una corsa o di dover uscire di lì per andare direttamente in palestra.

Per carità, nessuno pretende che il medico di famiglia si presenti come un primario degli anni Cinquanta, impettito dentro un camice immacolato e con lo stetoscopio al collo come fosse una decorazione. I tempi cambiano, le professioni si evolvono e il camice, da solo, non ha mai guarito nessuno.

Ma tra l’eleganza d’altri tempi e l’abbigliamento da tempo libero esiste una via di mezzo chiamata decoro professionale.

E non sarebbe male riscoprirla.

Il camice bianco non è un sacramento, né una divisa da generale. È però, da sempre, un segno riconoscibile della professione sanitaria, un elemento che contribuisce a distinguere il ruolo di chi visita da quello di chi viene visitato. Soprattutto, richiama un’idea di ordine, di attenzione e di rispetto per il luogo nel quale ci si prende cura della salute delle persone.

Naturalmente, l’abito non fa il medico. Un professionista in jeans può essere bravissimo, mentre uno in camice impeccabile può rivelarsi tutt’altro che all’altezza. La competenza non si misura con il metro del sarto. Ma neppure si può pretendere che ogni segno esteriore sia irrilevante, soprattutto quando a essere in gioco è la percezione che il paziente ha di chi lo sta curando.

Poi c’è un altro capitolo, forse ancora più delicato: quello degli ambulatori associati.

In alcuni casi, la sensazione è quella di trovarsi più in una sala d’attesa di un servizio sanitario pubblico che in uno studio professionale privato. Decine di persone, porte che si aprono e si chiudono, pazienti che aspettano a pochi centimetri gli uni dagli altri, conversazioni che inevitabilmente vengono ascoltate da chi non dovrebbe ascoltarle.

E la riservatezza? La famosa privacy, che tutti invocano e che spesso finisce per essere la prima vittima della giornata?

Un paziente racconta i propri disturbi, un altro aspetta a poca distanza, qualcuno pronuncia ad alta voce il nome di una persona, una diagnosi o il motivo della visita. Non serve essere investigatori per capire che qualcosa non funziona.

La riservatezza non è un lusso, né un optional da garantire soltanto quando l’ambulatorio è poco affollato. È un diritto del paziente e un dovere del professionista.

Se si scelgono forme associative per organizzare meglio il lavoro, benissimo. Se si condividono spazi, personale e servizi per rendere più efficiente l’assistenza, tanto meglio. Ma l’efficienza non può trasformarsi in una catena di montaggio sanitaria, nella quale il paziente entra, aspetta, racconta i propri problemi davanti a mezza sala e viene accompagnato verso l’uscita mentre il successivo è già sulla soglia.

Il medico di famiglia resta un punto di riferimento fondamentale, spesso il primo interlocutore di una persona fragile, anziana o preoccupata. Proprio per questo dovrebbe essere garantito uno spazio adeguato, nel quale parlare senza essere ascoltati da estranei e nel quale il rapporto umano non venga sacrificato sull’altare dell’organizzazione.

Ma se il camice bianco sembra essere scomparso da certi studi medici, c’è un altro fenomeno che meriterebbe una riflessione molto più seria: quello del personale sanitario che entra ed esce dall’ospedale indossando abiti da lavoro, camici e, in alcuni casi, persino calzature utilizzate negli ambienti ospedalieri.

Qui l’ironia lascia spazio a una domanda concreta: quali precauzioni vengono adottate per evitare il trasferimento di contaminanti tra ambienti diversi?

Attenzione: non si tratta di sostenere che chi esce dall’ospedale con un camice o con calzature professionali porti necessariamente con sé agenti infettivi. La questione è più precisa e riguarda le procedure, la gestione degli indumenti da lavoro, l’igiene delle mani e il rispetto delle regole di prevenzione delle infezioni.

Gli ospedali sono luoghi nei quali transitano pazienti vulnerabili, persone immunodepresse, operatori sanitari, visitatori e una quantità enorme di materiali. Le precauzioni igieniche devono essere rigorose proprio perché il rischio biologico non è sempre visibile.

E allora è legittimo chiedersi se le procedure siano chiare, conosciute e applicate da tutti. Se gli indumenti professionali vengano gestiti correttamente. Se le calzature siano utilizzate secondo le regole previste. Se i percorsi tra aree assistenziali, spazi comuni e ambienti esterni siano organizzati in modo da ridurre i rischi.

Perché, se è vero che non si può trasformare ogni camice in un potenziale pericolo, è altrettanto vero che l’igiene ospedaliera non può essere affidata alla buona volontà individuale o al semplice buon senso.

E non vale nemmeno il ragionamento secondo cui, tanto, fuori dall’ospedale ci sono già abbastanza germi. È un po’ come dire che, siccome la strada è sporca, possiamo tranquillamente entrare in casa con le scarpe infangate e salire sul divano.

Un ragionamento che non reggerebbe in nessuna famiglia particolarmente attenta alla pulizia. Figurarsi in una struttura sanitaria.

E gli esempi potrebbero continuare.

Pensiamo alle sale d’attesa nelle quali si accumulano riviste consunte, sedie troppo vicine, ambienti poco arieggiati e cestini che sembrano dimenticati. Pensiamo ai distributori di gel disinfettante vuoti, ai cartelli con istruzioni ormai superate, alle porte che tutti toccano e alle superfici comuni che richiederebbero un’attenzione costante.

Pensiamo anche alla puntualità: pazienti convocati a un orario e lasciati aspettare a lungo senza una spiegazione, mentre basterebbero un’informazione tempestiva e un minimo di organizzazione per evitare che una visita medica si trasformi in una prova di resistenza.

E pensiamo al telefono, ormai diventato un compagno inseparabile anche durante le attività professionali. Nessuno mette in discussione l’utilità degli strumenti digitali per consultare cartelle cliniche, referti e terapie. Ma il paziente che racconta un problema delicato ha diritto a sentire che, in quel momento, l'attenzione del medico è rivolta a lui e non a una successione di notifiche, messaggi e interruzioni.

Lo stesso vale per il rispetto della comunicazione: spiegare una terapia, rispondere a una domanda, chiarire un dubbio non sono cortesie facoltative. Sono parte integrante dell’assistenza.

Naturalmente esistono medici di famiglia scrupolosi, ambulatori ben organizzati, personale sanitario che lavora con professionalità straordinaria e strutture che fanno della pulizia e della riservatezza una priorità. Sarebbe ingiusto ignorarlo. E sarebbe altrettanto sbagliato trasformare le segnalazioni dei cittadini in un processo sommario contro un’intera categoria.

Ma proprio perché tanti professionisti lavorano bene, le situazioni che suscitano perplessità meritano di essere affrontate, non liquidate con un’alzata di spalle.

Chi lavora nella sanità svolge un compito difficile, spesso sotto pressione, con turni pesanti, carenze di personale e responsabilità enormi. Nessuno pretende formalismi inutili, né si può chiedere agli operatori di compensare con il proprio abbigliamento le carenze organizzative delle strutture.

Si chiede però una cosa semplice: che la professionalità si veda anche nei comportamenti quotidiani.

Il camice bianco non è la misura della bravura di un medico. Ma l’attenzione all’igiene, la tutela della privacy, il rispetto degli orari, la cura degli ambienti e il modo in cui si accoglie una persona malata sono tutti elementi che concorrono a costruire la fiducia.

E la fiducia, in sanità, non è un dettaglio estetico.

Per questo sarebbe utile che le direzioni sanitarie, i responsabili degli ambulatori e gli stessi professionisti si interrogassero su queste abitudini, verificando dove esistano problemi reali e quali correttivi siano necessari. Non per tornare a un passato idealizzato, ma per evitare che la modernizzazione dell’organizzazione sanitaria venga confusa con un progressivo abbassamento delle attenzioni.

Perché una cosa è essere informali, un’altra è apparire disinteressati. Una cosa è lavorare senza rigidità, un’altra è dimenticare che si opera in un contesto nel quale la cura comincia anche dal rispetto.

E allora, cari medici di famiglia, nessuno vi chiede di rispolverare il camice bianco per fare contenti i nostalgici. Ma forse una riflessione sul modo in cui ci si presenta ai pazienti non sarebbe fuori luogo.

E a chi lavora in ospedale chiediamo di continuare a considerare l’igiene e la prevenzione delle infezioni come una responsabilità quotidiana, non come una formalità da rispettare soltanto quando qualcuno controlla.

Quanto agli ambulatori associati, ben venga la collaborazione, purché non si trasformi in un compromesso sulla riservatezza e sulla dignità di chi vi si rivolge.

Basta camice bianco? No. Basta pensare che il camice bianco, o la sua assenza, sia l’unica questione.

Il problema vero è recuperare il senso della professionalità, quella che non ha bisogno di ostentazioni ma neppure di scuse. Quella che si riconosce dalla competenza, certo, ma anche dalla cura dei dettagli, dalla discrezione, dall’igiene e dal rispetto.

Perché il medico può anche presentarsi in maglietta e scarpe da ginnastica. Ma quando entra nello studio, dovrebbe essere evidente a tutti che è lì per fare il medico.

E non per partecipare alla prossima maratona della Valle d’Aosta.

Basta camice bianco?

Entre médecins en tenue de sport, cabinets médicaux qui ressemblent à des salles d’attente surchargées et personnel hospitalier circulant parfois à l’extérieur en blouse et chaussures de service, une question mérite d’être posée : avons-nous confondu proximité et laisser-aller ?

Plusieurs lecteurs et lectrices s’interrogent sur la tenue de certains médecins généralistes, qui reçoivent leurs patients en vêtements civils, parfois dans un style qui évoque davantage celui d’un sportif que d’un professionnel de santé. Certes, la blouse blanche ne fait pas le médecin et la compétence ne dépend pas de l’habillement. Mais une tenue adaptée reste un signe de sérieux, de respect et de considération envers les patients.

Les problèmes ne concernent toutefois pas seulement l’apparence. Dans certains cabinets médicaux associés, la confidentialité semble parfois passer au second plan : salles d’attente bondées, patients installés trop près les uns des autres et conversations médicales susceptibles d’être entendues par des tiers. Or, le respect de la vie privée n’est pas une option : c’est un droit fondamental du patient.

Autre sujet de préoccupation : les règles d’hygiène et de prévention des infections à l’hôpital. Le port de blouses et de chaussures professionnelles à l’extérieur soulève des questions légitimes sur les procédures appliquées pour éviter le transfert de contaminants entre différents environnements. Il ne s’agit pas d’affirmer que ces pratiques entraînent nécessairement un risque, mais de rappeler que les règles d’hygiène doivent être claires et respectées par tous.

À cela s’ajoutent d’autres signes de dysfonctionnement parfois signalés : salles d’attente mal entretenues, retards insuffisamment expliqués, distributeurs de gel désinfectant vides ou consultations interrompues par des appels et des notifications.

Bien entendu, de nombreux médecins et professionnels de santé accomplissent leur travail avec un dévouement remarquable, souvent dans des conditions difficiles. Il ne s’agit donc pas de condamner toute une profession, mais d’encourager une réflexion sérieuse sur les pratiques quotidiennes.

La blouse blanche n’est pas une garantie de compétence, mais le professionnalisme ne se limite pas aux compétences médicales. Il repose aussi sur l’hygiène, la discrétion, le respect des patients et la qualité de l’accueil.

Alors, faut-il réclamer le retour obligatoire de la blouse blanche ? Pas nécessairement. En revanche, il est temps de rappeler qu’un cabinet médical n’est pas une chaîne de montage, que le patient n’est pas un numéro et que la familiarité ne doit jamais devenir de la négligence.

Un médecin peut porter un jean et des baskets. Mais lorsqu’il entre dans son cabinet, il doit être évident qu’il est là pour soigner, et non pour participer au prochain marathon du Val d’Aoste !

piero.minuzzo@gmail.com

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