Quando gli amici attaccano il Nobel per la Pace, il silenzio della premier diventa una scelta politica
C’è un momento in cui il silenzio di un capo di governo smette di essere diplomazia e comincia ad assomigliare a un imbarazzo politico. È quello che sta accadendo a Giorgia Meloni, rimasta finora senza una presa di posizione pubblica sulle parole di Donald Trump contro il Nobel per la Pace Navi Pillay e sulle posizioni di Benjamin Netanyahu contro le istituzioni internazionali che indagano sui crimini di guerra.
Ricostruiamo i fatti. Il Comitato norvegese per il Nobel ha assegnato il premio 2026 a Navi Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, per il suo impegno a favore della pace e del diritto internazionale. Una scelta che ha un significato preciso, in un mondo nel quale le regole internazionali vengono sempre più spesso trattate come un fastidio da rimuovere.
Trump, che da tempo rivendica di meritare personalmente il riconoscimento, non l’ha presa bene. Ha definito vergognosa la decisione del Comitato, accusando Pillay di essere ostile all’America e a Israele. Non una critica argomentata, non una riflessione sul significato del premio: una delegittimazione della vincitrice e dell’organismo che l’ha scelta.
Netanyahu, dal canto suo, ha applaudito la decisione americana di colpire con sanzioni la Corte penale internazionale, descrivendola come una minaccia politica alle democrazie e alla sovranità nazionale. Peccato che la giustizia internazionale serva proprio a impedire che la sovranità diventi uno scudo assoluto e che i potenti possano considerarsi al di sopra della legge.
Di fronte a tutto questo, Giorgia Meloni dov’è?
Meloni non pervenuta.
Eppure non stiamo parlando di due leader qualsiasi. Trump è stato a lungo uno degli interlocutori privilegiati della presidente del Consiglio, il riferimento internazionale con cui Meloni ha cercato di costruire un rapporto speciale. Netanyahu è il leader di un Paese con cui il governo italiano ha mantenuto rapporti politici e diplomatici particolarmente delicati, anche durante la tragedia di Gaza.
Proprio per questo il silenzio pesa.
La domanda è inevitabile: Meloni condivide le parole di Trump e le posizioni di Netanyahu oppure preferisce non contraddire due alleati per non compromettere rapporti personali e politici?
Non possiamo affermare che il silenzio equivalga automaticamente a un consenso. Sarebbe un salto logico. Ma possiamo domandarci perché la presidente del Consiglio non senta l’esigenza di ribadire almeno un principio elementare: il rispetto delle istituzioni internazionali, l’indipendenza della giustizia e la dignità di chi riceve un riconoscimento per il proprio impegno a favore della pace.
Se ritiene che Trump abbia torto, lo dica. Se giudica eccessive le parole rivolte a Pillay, lo spieghi. Se considera indispensabile difendere la Corte penale internazionale, lo affermi. E se, al contrario, pensa che le critiche americane siano giustificate, abbia il coraggio di sostenerlo apertamente.
La politica estera non può ridursi a un esercizio di equilibrismo nel quale si difendono i principi soltanto quando non disturbano gli amici.
C’è poi una questione più ampia, che riguarda il ruolo dell’Italia. Un Paese fondatore dell’Unione europea, membro del G7 e protagonista della diplomazia internazionale non può permettersi di apparire privo di una propria voce ogni volta che Washington o Gerusalemme assumono posizioni controverse. La fedeltà a un alleato non significa rinunciare alla propria autonomia di giudizio.
E qui il problema diventa anche europeo. Se ciascun governo preferisce tacere per convenienza, chi difenderà il diritto internazionale quando a metterlo in discussione saranno proprio le potenze alleate? E quale credibilità potrà avere l’Europa quando chiede il rispetto delle regole ad altri Paesi, ma esita a richiamare chi quelle regole contribuisce a indebolire?
Naturalmente Meloni può invocare la prudenza diplomatica. Ma la prudenza non è una giustificazione universale, soprattutto quando diventa sistematica. Una cosa è evitare dichiarazioni impulsive, un’altra è non dire nulla per non irritare interlocutori politicamente importanti.
Resta infine il sospetto più scomodo: che il rapporto personale e ideologico con Trump e la vicinanza politica a Netanyahu rendano difficile alla premier prendere le distanze dai loro eccessi. È un sospetto, non una certezza. Ma è proprio il silenzio a impedirne la smentita.
La presidente del Consiglio ha ancora la possibilità di chiarire la propria posizione. Non le si chiede di rompere alleanze, né di trasformare ogni divergenza in una crisi diplomatica. Le si chiede semplicemente di dimostrare che l’Italia ha principi riconoscibili e che questi principi non cambiano a seconda di chi li mette in discussione.
Perché la pace non può essere un premio da pretendere quando conviene, la giustizia internazionale non può essere rispettata soltanto quando colpisce gli avversari e la sovranità non può diventare una parola magica per sottrarsi alle responsabilità.
Meloni non pervenuta, dunque. Ma il silenzio non è neutrale quando sono in gioco la pace, il diritto e la credibilità internazionale dell’Italia.
E a forza di non disturbare gli amici, si rischia di dimenticare di rappresentare gli italiani.
Meloni non pervenuta
Quand ses amis attaquent le prix Nobel de la paix, le silence de la Première ministre devient un choix politique
Il arrive un moment où le silence d’un chef de gouvernement cesse d’être de la diplomatie et commence à ressembler à un embarras politique. C’est ce qui semble se produire avec Giorgia Meloni, qui n’a jusqu’ici pas pris publiquement position sur les propos de Donald Trump contre la lauréate du prix Nobel de la paix, Navi Pillay, ni sur les positions de Benjamin Netanyahu à l’égard des institutions internationales chargées d’enquêter sur les crimes de guerre.
Revenons aux faits. Le comité Nobel norvégien a décerné le prix 2026 à Navi Pillay, juriste sud-africaine de 85 ans, pour son engagement en faveur de la paix et du droit international. Un choix qui prend un sens particulier dans un monde où les règles internationales sont de plus en plus souvent considérées comme une contrainte dont il faudrait se débarrasser.
Trump, qui revendique depuis longtemps le mérite personnel de cette distinction, a mal accueilli la décision. Il a qualifié le choix du comité de honteux, accusant Pillay d’être hostile aux États-Unis et à Israël. Il ne s’agit pas d’une critique argumentée ni d’une réflexion sur la signification du prix, mais d’une tentative de discréditer la lauréate et l’organisme qui l’a choisie.
De son côté, Netanyahu a applaudi la décision américaine de sanctionner la Cour pénale internationale, présentant cette institution comme une menace politique pour les démocraties et leur souveraineté nationale. Pourtant, la justice internationale sert précisément à empêcher que la souveraineté ne devienne un bouclier absolu et que les puissants puissent se croire au-dessus des lois.
Face à tout cela, où est Giorgia Meloni ?
Meloni aux abonnés absents.
Et pourtant, nous ne parlons pas de deux dirigeants quelconques. Trump a longtemps été l’un des interlocuteurs privilégiés de la présidente du Conseil, une référence internationale avec laquelle Meloni a cherché à nouer une relation particulière. Netanyahu est le dirigeant d’un pays avec lequel le gouvernement italien entretient des relations politiques et diplomatiques particulièrement délicates, notamment depuis le drame de Gaza.
C’est précisément pour cette raison que le silence pèse lourd.
La question est inévitable : Meloni partage-t-elle les propos de Trump et les positions de Netanyahu, ou préfère-t-elle ne pas contredire deux alliés afin de préserver ses relations personnelles et politiques avec eux ?
Nous ne pouvons pas affirmer que le silence équivaut automatiquement à un consentement. Ce serait un raccourci. Mais nous pouvons légitimement nous demander pourquoi la présidente du Conseil ne ressent pas le besoin de rappeler au moins un principe élémentaire : le respect des institutions internationales, l’indépendance de la justice et la dignité de celles et ceux qui sont récompensés pour leur engagement en faveur de la paix.
Si elle estime que Trump a tort, qu’elle le dise. Si elle juge excessifs les propos visant Pillay, qu’elle l’explique. Si elle considère qu’il est indispensable de défendre la Cour pénale internationale, qu’elle l’affirme. Et si, au contraire, elle pense que les critiques américaines sont justifiées, qu’elle ait le courage de le soutenir ouvertement.
La politique étrangère ne peut pas se réduire à un exercice d’équilibrisme dans lequel on ne défend les principes que lorsqu’ils ne dérangent pas les amis.
Une question plus large se pose également : celle du rôle de l’Italie. Pays fondateur de l’Union européenne, membre du G7 et acteur important de la diplomatie internationale, l’Italie ne peut pas se permettre de donner l’impression qu’elle est incapable de faire entendre sa propre voix chaque fois que Washington ou Jérusalem adoptent des positions controversées. Être fidèle à un allié ne signifie pas renoncer à son propre jugement.
Et le problème devient aussi européen. Si chaque gouvernement préfère se taire par intérêt, qui défendra le droit international lorsque ce sont précisément des puissances alliées qui le remettent en question ? Et quelle crédibilité l’Europe pourra-t-elle conserver lorsqu’elle demande à d’autres pays de respecter les règles, tout en hésitant à rappeler à l’ordre ceux qui contribuent à les affaiblir ?
Bien entendu, Meloni peut invoquer la prudence diplomatique. Mais la prudence n’est pas une justification universelle, surtout lorsqu’elle devient systématique. Une chose est d’éviter les déclarations impulsives ; une autre est de ne rien dire pour ne pas froisser des interlocuteurs politiquement importants.
Reste enfin le soupçon le plus embarrassant : les liens personnels et idéologiques avec Trump, ainsi que la proximité politique avec Netanyahu, rendent-ils difficile pour la Première ministre de prendre ses distances avec leurs excès ? C’est un soupçon, pas une certitude. Mais c’est précisément le silence qui empêche de le dissiper.
La présidente du Conseil a encore la possibilité de clarifier sa position. On ne lui demande pas de rompre des alliances ni de transformer chaque désaccord en crise diplomatique. On lui demande simplement de démontrer que l’Italie possède des principes clairement identifiables et que ceux-ci ne changent pas selon la personne qui les remet en cause.
Car la paix ne peut pas être un prix que l’on revendique uniquement lorsqu’on y trouve son intérêt, la justice internationale ne peut pas être respectée seulement lorsqu’elle frappe les adversaires, et la souveraineté ne peut pas devenir une formule magique permettant d’échapper à ses responsabilités.
Meloni aux abonnés absents, donc. Mais le silence n’est pas neutre lorsque la paix, le droit et la crédibilité internationale de l’Italie sont en jeu.
Et à force de ne pas vouloir déranger ses amis, on risque d’oublier que l’on est censé représenter les Italiens.





