Basta aprire Google Maps, raggiungere le coordinate 39.4407°N, 44.2340°E e selezionare la modalità satellitare per trovarsi davanti a una delle formazioni geologiche più enigmatiche della Turchia. Nell’Anatolia orientale, poco distante dal Monte Ararat, il terreno assume una forma allungata e affusolata che, osservata dall’alto, ricorda sorprendentemente lo scafo di una gigantesca nave.
È la formazione di Durupınar, un luogo diventato negli ultimi giorni protagonista di migliaia di video sui social e da decenni al centro di una delle più curiose cacce archeologiche contemporanee: quella all’Arca di Noè.
La suggestione nasce dalla forma stessa della struttura. Le pareti rocciose sembrano delimitare una sorta di grande imbarcazione, mentre all’interno il terreno appare più morbido e irregolare. Per chi sostiene l'ipotesi dell'Arca, le dimensioni e la posizione della formazione rappresenterebbero elementi difficili da ignorare.
Ma c'è un particolare fondamentale: Durupınar non è una scoperta recente e l'interpretazione secondo cui sarebbe ciò che resta dell'Arca di Noè è stata contestata dagli studi geologici per decenni.
La formazione venne individuata nel 1959, quando il capitano turco İlhan Durupınar riconobbe la particolare sagoma osservando fotografie aeree della regione. Da quel momento il sito attirò esploratori, ricercatori e sostenitori della ricerca biblica, soprattutto perché si trova nell'area associata nella tradizione al Monte Ararat.
Il collegamento con la Bibbia nasce soprattutto da un passaggio della Genesi, nel quale si racconta che, dopo il diluvio, l'Arca si sarebbe fermata sui monti dell'Ararat. Per i sostenitori dell'ipotesi Durupınar, la coincidenza tra la localizzazione geografica, la forma della formazione e le dimensioni rappresenta un elemento particolarmente significativo.
Nel corso dei decenni, però, sono state effettuate numerose analisi del sito. Sono state utilizzate fotografie aeree, rilievi geologici, scansioni geofisiche e perfino perforazioni. E proprio la geologia ha rappresentato finora il principale ostacolo alla teoria dell'Arca.
Uno degli studi più citati è quello pubblicato nel 1996 da Lorence G. Collins e David F. Fasold, intitolato Bogus "Noah's Ark" from Turkey Exposed as a Common Geologic Structure. La conclusione dei ricercatori era che la formazione fosse spiegabile attraverso normali processi geologici e non rappresentasse i resti di un'imbarcazione.
Collins è tornato successivamente sull'argomento, interpretando Durupınar come una struttura geologica naturale, una sinclinale a doppia immersione. Altri studi hanno collegato la particolare morfologia alla dinamica delle frane e al cosiddetto Telçeker earthflow, un fenomeno geomorfologico della regione.
La vicenda, tuttavia, non si è mai realmente chiusa.
Nel giugno 2026 è stato infatti autorizzato un nuovo progetto di ricerca guidato da Cenker Atila, professore del dipartimento di Archeologia della Sivas Cumhuriyet University, in collaborazione con Noah's Ark Scans. Il progetto ha ricevuto l'autorizzazione delle autorità turche e prevede nuove indagini geologiche e geofisiche sulla formazione.
Ed è qui che la storia è tornata a conquistare i social.
La squadra sostiene che le indagini effettuate negli anni precedenti attraverso GPR, cioè il radar che permette di studiare ciò che si trova sotto la superficie, e altre tecniche geofisiche abbiano evidenziato strutture lineari, angoli retti e possibili spazi sotterranei. Secondo il gruppo, alcune anomalie si svilupperebbero a diversi metri di profondità e potrebbero essere compatibili con corridoi o ambienti interni.
La prudenza, però, è d'obbligo. Una scansione radar non equivale alla scoperta di una nave sepolta. Le immagini geofisiche devono essere interpretate e soprattutto verificate attraverso campioni, perforazioni e analisi indipendenti.
Ed è proprio quello che sta accadendo in queste settimane.
Nel settembre 2026 sono iniziate le operazioni di trivellazione nella formazione. Il progetto prevede anche l'utilizzo di un piccolo robot sotterraneo chiamato Gopher, progettato per raggiungere le cavità individuate dalle indagini, acquisire immagini e raccogliere campioni.
Il gruppo di ricerca sostiene inoltre di avere individuato materiale organico in quantità maggiore all'interno della struttura rispetto alle aree circostanti. Anche questo dato, però, non dimostra da solo la presenza di legno antico: il materiale organico può avere numerose origini naturali e deve essere sottoposto ad analisi specifiche. La stessa organizzazione che conduce la ricerca precisa che il suo lavoro consiste nella documentazione geofisica e non nell'autenticazione di una rivendicazione storica o religiosa.
Nel frattempo, attorno alla ricerca è cresciuto anche un vero e proprio interesse commerciale. Per finanziare le perforazioni è stata lanciata una raccolta fondi con un obiettivo di 600.000 dollari. La cifra richiesta dovrebbe servire a coprire personale, attrezzature e operazioni necessarie per completare le trivellazioni prima dell'arrivo dell'inverno, quando le condizioni rendono molto più difficili i lavori sul posto.
La stessa organizzazione propone inoltre visite guidate alla formazione di Durupınar. Nel 2026 il pacchetto più breve costa 1.100 dollari per tre giorni, mentre il tour più lungo arriva a 3.600 dollari per 12 giorni. Sono inoltre disponibili estensioni dedicate ad altri luoghi collegati alla tradizione biblica, tra cui un itinerario di 5 giorni sul Monte Sinai al prezzo indicato di 3.400 dollari.
Tutto questo spiega anche perché la storia abbia una straordinaria capacità di circolare sui social. Una formazione rocciosa a forma di nave, un'antica storia biblica, radar che sembrano mostrare strutture sotterranee, trivellazioni e un robot pronto a entrare nel sottosuolo sono ingredienti perfetti per video brevi e spettacolari.
Ma tra ciò che è suggestivo e ciò che è dimostrato esiste ancora una distanza importante.
La formazione di Durupınar è reale. Le nuove indagini sono reali. Le anomalie geofisiche sono riportate dal gruppo che sta conducendo la ricerca e le trivellazioni sono effettivamente partite. Quello che non è stato ancora dimostrato è che quelle anomalie siano i resti di una gigantesca imbarcazione e, soprattutto, che quell'imbarcazione sia l'Arca di Noè.
È proprio questo il punto sul quale bisognerà attendere i risultati delle analisi dei campioni e una valutazione scientifica indipendente.
Dopo oltre sessant'anni di spedizioni, fotografie, carotaggi e controversie, Durupınar continua quindi a trovarsi esattamente sul confine tra archeologia, geologia e tradizione religiosa. La differenza, questa volta, potrebbe farla ciò che emergerà davvero dal sottosuolo.
Per ora, l'Arca di Noè resta una possibilità raccontata da una parte dei ricercatori e non una scoperta archeologica accertata.





