C'è sempre una tassa più odiata delle altre. Adesso, secondo Giorgia Meloni e altri esponenti della destra, sarebbe il bollo auto. E così il governo ha annunciato il suo superamento dal 2027 per le auto fino a 80 kW e per i motoveicoli, con il limite di un solo veicolo per cittadino. Una misura che può certamente alleggerire il bilancio di molte famiglie e che, se verrà effettivamente applicata nei tempi e nelle modalità annunciate, sarà accolta con favore da chi ogni anno si trova a pagare quella tassa. Ma davvero possiamo raccontare agli italiani che il bollo auto è il problema fiscale che più li tormenta? Davvero questa è la tassa intorno alla quale si concentra tutta la rabbia di chi ogni mese deve fare i conti con uno stipendio che finisce troppo presto?
Perché la memoria, soprattutto in politica, dovrebbe essere una virtù. E viene da ricordare che quando Giorgia Meloni era all'opposizione il bersaglio della sua battaglia contro le tasse era ben altro. C'erano le accise, quelle che per anni il centrodestra ha indicato come il simbolo di una fiscalità insopportabile. Le accise erano diventate il famoso "pizzo di Stato", una definizione volutamente forte per descrivere il peso che il fisco esercita sui cittadini ogni volta che fanno il pieno. Eppure quelle accise non sono state cancellate. Il governo è intervenuto più volte con riduzioni temporanee, ma il tema è rimasto. E allora viene spontanea una domanda: se quando si era all'opposizione le tasse odiate erano quelle sulla benzina, perché oggi la grande battaglia dovrebbe essere diventata quella contro il bollo dell'automobile?
Forse perché in politica è più semplice individuare una tassa precisa, annunciare che verrà cancellata e trasformare quella cancellazione in un messaggio immediato. "Ti tolgo una tassa" è uno slogan che si capisce in un secondo. Ma la vita reale delle famiglie italiane è molto più complicata. Perché il problema non è una singola tassa. Il problema è l'insieme delle spese che ogni mese si accumulano davanti a una famiglia e che, sommate, diventano una montagna sempre più difficile da scalare. Il bollo arriva una volta all'anno. La difficoltà economica, invece, arriva ogni giorno.
Prendiamo il canone Rai, per esempio. Per moltissimi italiani resta uno dei simboli più evidenti di un prelievo che viene percepito come obbligatorio indipendentemente dall'utilizzo effettivo del servizio pubblico radiotelevisivo. Novanta euro all'anno possono sembrare una cifra modesta, soprattutto se confrontata con altre voci del bilancio familiare. Ma provate a dirlo a una famiglia che deve contare ogni euro. Per chi arriva alla fine del mese con il conto quasi a zero, anche novanta euro hanno un peso. E così il canone diventa l'ennesima voce di una lunga lista di spese che non si possono evitare.
Ma c'è una tassa ancora più odiosa, una tassa che non arriva per posta, non viene addebitata sul conto corrente e non porta il timbro dell'Agenzia delle Entrate. È la tassa delle liste d'attesa. È quella che paga una persona malata quando chiama per prenotare una visita e scopre che dovrà aspettare mesi. È quella che paga il pensionato che non può permettersi una prestazione privata e deve scegliere se aspettare oppure rinunciare. È quella che paga una famiglia costretta, quando può permetterselo, a rivolgersi al privato per ottenere in pochi giorni ciò che il servizio sanitario pubblico non riesce a garantire in tempi ragionevoli. E allora succede una cosa paradossale: il cittadino paga le tasse per finanziare la sanità pubblica e, quando ha bisogno di curarsi, se vuole evitare mesi di attesa deve mettere nuovamente mano al portafoglio. Paga due volte.
E poi c'è l'inflazione. La tassa invisibile, quella che non compare in nessun bollettino e che proprio per questo è forse ancora più insidiosa. È dentro il carrello della spesa, dentro la bolletta della luce, dentro il pieno di benzina, dentro l'affitto, dentro il costo di un'assicurazione, dentro il prezzo di un ristorante, dentro tutto ciò che una famiglia compra durante l'anno. L'inflazione non ha bisogno di presentarsi alla porta con una cartella esattoriale: entra direttamente nella vita quotidiana e riduce il potere d'acquisto. E quando gli stipendi non crescono abbastanza, ogni aumento dei prezzi diventa una piccola tassa quotidiana sul reddito.
La vera emergenza, allora, è quella di chi lavora e non riesce comunque ad arrivare serenamente alla fine del mese. È la madre che davanti al supermercato rimette un prodotto nello scaffale perché il conto è troppo alto. È il padre che rinuncia a qualcosa per pagare una bolletta. È la coppia che rimanda l'acquisto di un'auto perché non sa come affrontare una rata in più. È il giovane che lavora ma non riesce a mettere da parte nulla. È il pensionato che prima di prenotare una visita deve chiedersi quanto gli costerà. Sono situazioni diverse, ma hanno tutte lo stesso denominatore: il reddito disponibile non basta più a garantire quella tranquillità che dovrebbe essere la normalità per chi lavora e contribuisce alla crescita del Paese.
E c'è anche un'altra tassa, forse la più difficile da sopportare perché riguarda la fiducia. È la sensazione che i sacrifici richiesti ai cittadini non siano sempre accompagnati dalla stessa attenzione quando si parla di spesa pubblica, privilegi, sprechi e costi della politica. Non è una questione di demonizzare lo stipendio di un parlamentare, né di sostenere che chi ricopre un incarico pubblico non debba essere adeguatamente retribuito. La questione è un'altra: quando un cittadino comune deve rinunciare a una spesa essenziale per far quadrare il bilancio familiare, ogni euro speso male dalla pubblica amministrazione diventa insopportabile. Ogni spreco alimenta la sensazione che il sacrificio non sia distribuito in maniera equa.
Ecco perché la discussione sul bollo auto rischia di essere, contemporaneamente, giusta e insufficiente. Giusta perché se una tassa può essere eliminata senza compromettere l'equilibrio dei conti pubblici, nessuno dovrebbe rimpiangerla. Insufficiente perché non basta togliere una voce dal bilancio familiare per risolvere un problema molto più grande. Una famiglia che risparmia il bollo continuerà a pagare la spesa, la casa, l'energia, il carburante, l'assicurazione, la scuola, i farmaci, le visite mediche e tutto ciò che serve per vivere. E se il reddito non cresce abbastanza, il sollievo prodotto dalla cancellazione di una tassa rischia di essere inghiottito da un'altra spesa.
Per questo forse sarebbe più serio smettere di cercare ogni volta "la tassa più odiata dagli italiani". Perché non esiste una sola tassa odiata. Esiste un sistema di costi che pesa sulle famiglie e che diventa insopportabile soprattutto quando il reddito è basso, quando arriva una spesa imprevista, quando ci si ammala, quando perde il lavoro uno dei componenti della famiglia, quando un figlio cresce e aumentano le spese, quando arriva una bolletta più alta del previsto. È lì che si misura la distanza tra le statistiche economiche e la vita reale.
L'odiata tassa è quindi anche il lavoro che non permette di vivere dignitosamente. È lo stipendio che arriva il 27 del mese e finisce il 20. È l'affitto che aumenta mentre il salario resta fermo. È la pensione che non basta per pagare tutte le necessità. È il giovane costretto a restare a casa dei genitori non perché lo desideri, ma perché con il proprio stipendio non riesce a sostenere affitto e spese. È la famiglia che rinuncia a una vacanza non per scelta, ma perché deve mettere da parte qualche centinaio di euro per affrontare una possibile emergenza.
E allora il tema delle tasse dovrebbe essere affrontato con maggiore serietà. Non soltanto chiedendo quale balzello eliminare per conquistare consenso, ma domandandosi quanto costa davvero vivere in Italia e quanto del reddito prodotto da una persona resta concretamente nelle sue mani. Perché lo Stato non si limita a prelevare direttamente attraverso imposte e tasse: può pesare anche attraverso servizi che non funzionano, tempi burocratici interminabili, sanità che costringe chi può a rivolgersi al privato, trasporti inefficienti, infrastrutture insufficienti e una macchina pubblica che troppo spesso chiede tempo e denaro al cittadino.
Alla fine, quindi, il problema non è il bollo. O meglio, non è soltanto il bollo. Se lo cancellano, tanto meglio per chi lo paga. Ma non raccontiamoci che con qualche decina o qualche centinaio di euro risparmiati all'anno abbiamo risolto il problema delle famiglie italiane. Perché una famiglia che fatica ad arrivare alla fine del mese non vive il fisco come una singola tassa: lo vive come un accumulo quotidiano di costi, rinunce e preoccupazioni.
E forse è proprio questa la tassa più odiosa di tutte: la tassa sulla speranza.
La pagano quelli che lavorano ma non riescono a costruirsi un futuro. La pagano quelli che hanno paura di ammalarsi perché non sanno quanto dovranno aspettare per curarsi. La pagano i giovani che non riescono a rendersi autonomi. La pagano gli anziani che devono scegliere tra una spesa e una visita medica. La pagano le famiglie che fanno i conti a fine mese e scoprono che, dopo aver pagato tutto, non è rimasto abbastanza per vivere con serenità.
Questa è la vera fotografia di un Paese nel quale troppe persone hanno imparato a fare economia non sul superfluo, ma sul necessario.
E allora aboliamo pure il bollo auto. Riduciamo pure le accise. Tagliamo pure tutte le tasse che è possibile tagliare. Ma la politica abbia il coraggio di guardare oltre lo slogan e di affrontare la domanda che milioni di italiani si fanno ogni sera davanti al proprio conto corrente:
non quale tassa devo ancora pagare, ma quanto devo ancora rinunciare per riuscire a vivere?
Perché quando una famiglia arriva a questo punto, non c'è più una tassa da abolire.
C'è una vita da rendere nuovamente possibile.
Le odiate tasse
Il y a toujours un impôt plus détesté que les autres. Aujourd'hui, selon Giorgia Meloni et plusieurs responsables de la droite, ce serait la taxe automobile, le fameux bollo auto. Le gouvernement a ainsi annoncé sa suppression à partir de 2027 pour les voitures jusqu'à 80 kW et pour les motocycles, dans la limite d'un seul véhicule par citoyen. Une mesure qui peut certainement alléger le budget de nombreuses familles et qui, si elle est effectivement appliquée dans les délais et selon les modalités annoncés, sera accueillie favorablement par ceux qui doivent chaque année s'acquitter de cette taxe. Mais peut-on vraiment dire aux Italiens que la taxe automobile est le problème fiscal qui les préoccupe le plus ? Est-ce réellement autour de cette taxe que se concentre toute la colère de ceux qui, chaque mois, doivent faire les comptes avec un salaire qui s'épuise bien trop vite ?
Car la mémoire, surtout en politique, devrait être une vertu. Et il faut se souvenir que lorsque Giorgia Meloni était dans l'opposition, la cible de son combat contre les impôts était bien différente. Il y avait les accises sur les carburants, que la droite a pendant des années présentées comme le symbole d'une fiscalité devenue insupportable. Les accises étaient même devenues le fameux « racket de l'État », une formule volontairement forte destinée à dénoncer le poids de la fiscalité supportée par les citoyens chaque fois qu'ils faisaient le plein. Pourtant, ces accises n'ont pas disparu. Le gouvernement est intervenu à plusieurs reprises avec des réductions temporaires, mais le problème demeure. Alors une question vient naturellement à l'esprit : si, lorsqu'elle était dans l'opposition, les impôts les plus détestés étaient ceux qui frappaient l'essence et le diesel, pourquoi le grand combat fiscal devrait-il aujourd'hui se concentrer sur la taxe automobile ?
Peut-être parce qu'en politique, il est plus facile de désigner une taxe précise, d'annoncer sa suppression et de transformer cette suppression en message immédiat. « Je vous enlève un impôt » est un slogan que tout le monde comprend en une seconde. Mais la vie réelle des familles italiennes est beaucoup plus complexe. Car le problème n'est pas un impôt isolé. Le problème, c'est l'ensemble des dépenses qui s'accumulent chaque mois devant une famille et qui, additionnées les unes aux autres, deviennent une montagne toujours plus difficile à gravir. La taxe automobile arrive une fois par an. Les difficultés financières, elles, arrivent tous les jours.
Prenons par exemple la redevance audiovisuelle, le canone Rai. Pour de nombreux Italiens, elle reste l'un des symboles les plus évidents d'un prélèvement perçu comme obligatoire, indépendamment de l'utilisation réelle du service public audiovisuel. Quatre-vingt-dix euros par an peuvent sembler une somme modeste, surtout lorsqu'on la compare à d'autres postes du budget familial. Mais essayez de le dire à une famille qui doit compter chaque euro. Pour ceux qui arrivent à la fin du mois avec un compte bancaire presque à zéro, même quatre-vingt-dix euros pèsent lourd. Et la redevance devient ainsi une dépense supplémentaire dans une longue liste de charges auxquelles il est impossible d'échapper.
Mais il existe une taxe encore plus détestée, une taxe qui n'arrive pas par courrier, qui n'est pas prélevée directement sur le compte bancaire et qui ne porte pas le tampon de l'administration fiscale. C'est la taxe des listes d'attente. C'est celle que paie une personne malade lorsqu'elle appelle pour prendre rendez-vous et découvre qu'elle devra attendre des mois. C'est celle que paie le retraité qui n'a pas les moyens de consulter dans le privé et qui doit choisir entre attendre ou renoncer. C'est celle que paie une famille qui, lorsqu'elle en a les moyens, est contrainte de se tourner vers le secteur privé pour obtenir en quelques jours ce que le système public de santé n'arrive pas à garantir dans des délais raisonnables. Et c'est là que survient le paradoxe : le citoyen paie des impôts pour financer la santé publique et, lorsqu'il a besoin de soins, s'il veut éviter des mois d'attente, il doit une nouvelle fois mettre la main au portefeuille. Il paie deux fois.
Et puis il y a l'inflation. La taxe invisible, celle qui ne figure sur aucun avis d'imposition et qui, précisément pour cette raison, est peut-être encore plus insidieuse. Elle se trouve dans le panier de courses, dans la facture d'électricité, dans le plein d'essence, dans le loyer, dans le coût de l'assurance, dans celui d'un restaurant, dans tout ce qu'une famille achète au cours de l'année. L'inflation n'a pas besoin de frapper à la porte avec un avis de recouvrement : elle entre directement dans la vie quotidienne et réduit le pouvoir d'achat. Et lorsque les salaires n'augmentent pas suffisamment, chaque hausse des prix devient une petite taxe quotidienne sur le revenu.
La véritable urgence, alors, c'est celle de ceux qui travaillent et qui ne parviennent pourtant pas à terminer le mois sereinement. C'est la mère qui, au supermarché, repose un produit sur l'étagère parce que le montant à payer est trop élevé. C'est le père qui renonce à quelque chose pour régler une facture. C'est le couple qui reporte l'achat d'une voiture parce qu'il ne sait pas comment assumer une mensualité supplémentaire. C'est le jeune qui travaille mais qui ne parvient pas à mettre de l'argent de côté. C'est le retraité qui, avant de prendre rendez-vous chez un spécialiste, doit se demander combien cela va lui coûter. Ce sont des situations différentes, mais elles ont toutes le même dénominateur : le revenu disponible ne suffit plus à garantir cette tranquillité qui devrait être normale pour ceux qui travaillent et contribuent à la croissance du pays.
Et il existe aussi un autre impôt, peut-être le plus difficile à supporter parce qu'il touche à la confiance. C'est le sentiment que les sacrifices demandés aux citoyens ne sont pas toujours accompagnés du même niveau d'attention lorsqu'il est question de dépenses publiques, de privilèges, de gaspillages et du coût de la politique. Il ne s'agit pas de diaboliser le salaire d'un parlementaire, ni de prétendre que ceux qui exercent une fonction publique ne doivent pas être correctement rémunérés. La question est différente : lorsqu'un citoyen ordinaire doit renoncer à une dépense essentielle pour équilibrer le budget de sa famille, chaque euro dépensé inutilement par l'administration publique devient insupportable. Chaque gaspillage nourrit le sentiment que les sacrifices ne sont pas répartis équitablement.
Voilà pourquoi le débat sur la taxe automobile peut être, à la fois, légitime et insuffisant. Légitime parce que si un impôt peut être supprimé sans compromettre l'équilibre des finances publiques, personne ne le regrettera. Insuffisant parce qu'il ne suffit pas de retirer une ligne du budget familial pour résoudre un problème beaucoup plus vaste. Une famille qui économise la taxe automobile continuera à payer ses courses, son logement, l'énergie, le carburant, l'assurance, l'école, les médicaments, les consultations médicales et tout ce qui est nécessaire pour vivre. Et si les revenus n'augmentent pas suffisamment, le soulagement procuré par la suppression d'un impôt risque d'être immédiatement absorbé par une autre dépense.
C'est pourquoi il serait peut-être plus sérieux d'arrêter de chercher à chaque fois « l'impôt le plus détesté des Italiens ». Car il n'existe pas un seul impôt détesté. Il existe un système de coûts qui pèse sur les familles et qui devient insupportable surtout lorsque les revenus sont faibles, lorsqu'une dépense imprévue survient, lorsqu'on tombe malade, lorsqu'un des membres de la famille perd son emploi, lorsqu'un enfant grandit et que les dépenses augmentent, lorsqu'une facture arrive plus élevée que prévu. C'est là que se mesure la distance entre les statistiques économiques et la vie réelle.
L'impôt détesté, c'est aussi le travail qui ne permet pas de vivre dignement. C'est le salaire qui arrive le 27 du mois et qui est épuisé le 20. C'est le loyer qui augmente alors que le salaire reste inchangé. C'est la pension qui ne suffit plus à couvrir tous les besoins. C'est le jeune contraint de rester chez ses parents non parce qu'il le souhaite, mais parce qu'avec son salaire il ne peut pas assumer un loyer et toutes les dépenses de la vie quotidienne. C'est la famille qui renonce à partir en vacances non par choix, mais parce qu'elle doit mettre de côté quelques centaines d'euros pour faire face à une éventuelle urgence.
Et c'est là que la question des impôts devrait être abordée avec davantage de sérieux. Il ne s'agit pas seulement de demander quelle taxe supprimer pour gagner la faveur de l'opinion, mais de se demander combien coûte réellement la vie en Italie et quelle part du revenu produit par une personne reste concrètement entre ses mains. Car l'État ne prélève pas uniquement de l'argent à travers les impôts et les taxes : il peut aussi peser sur les citoyens à travers des services qui ne fonctionnent pas, des procédures administratives interminables, un système de santé qui oblige ceux qui en ont les moyens à se tourner vers le privé, des transports inefficaces, des infrastructures insuffisantes et une administration publique qui demande trop souvent du temps et de l'argent au citoyen.
Au fond, le problème n'est donc pas la taxe automobile. Ou plutôt, ce n'est pas seulement la taxe automobile. Si elle est supprimée, tant mieux pour ceux qui la paient. Mais ne nous racontons pas qu'en économisant quelques dizaines ou quelques centaines d'euros par an, nous avons résolu le problème des familles italiennes. Car une famille qui peine à boucler ses fins de mois ne vit pas la fiscalité comme un impôt isolé : elle la vit comme une accumulation quotidienne de dépenses, de renoncements et d'inquiétudes.
Et c'est peut-être cela, le plus détestable de tous les impôts : l'impôt sur l'espoir.
Ce sont ceux qui travaillent mais ne parviennent pas à construire leur avenir qui le paient. Ce sont ceux qui ont peur de tomber malades parce qu'ils ne savent pas combien de temps ils devront attendre pour être soignés. Ce sont les jeunes qui ne parviennent pas à devenir autonomes. Ce sont les personnes âgées qui doivent choisir entre les courses et une consultation médicale. Ce sont les familles qui font leurs comptes à la fin du mois et découvrent qu'après avoir tout payé, il ne leur reste pas assez pour vivre sereinement.
Voilà le véritable portrait d'un pays où trop de personnes ont appris à faire des économies non pas sur le superflu, mais sur le nécessaire.
Alors, supprimons la taxe automobile. Réduisons les accises. Supprimons toutes les taxes qui peuvent raisonnablement l'être. Mais que la politique ait le courage de regarder au-delà du slogan et de répondre à la question que des millions d'Italiens se posent chaque soir devant leur compte bancaire :
non pas quelle taxe dois-je encore payer, mais à quoi dois-je encore renoncer pour réussir à vivre ?
Car lorsqu'une famille en arrive là, il n'y a plus simplement un impôt à supprimer.
Il y a une vie à rendre de nouveau possible.





