Su un post si legge una frase, nella lunga riflessione , sul futuro di Cogne, sulla quale credo sia difficile non essere d’accordo: Cogne deve rimanere viva. Non soltanto a Natale e a Ferragosto, non solo durante le settimane di maggiore affluenza turistica, ma dodici mesi all’anno, con famiglie, giovani, attività economiche, servizi e opportunità di lavoro.
È una premessa che condivido pienamente. È sulla conclusione, invece, che il confronto merita di proseguire. C'è chi individua nel collegamento funiviario con Pila una possibile risposta alle difficoltà che attendono la località. Una posizione comprensibile, che pone sul tavolo una questione importante. Ma proprio per questo credo sia necessario fermarsi un momento e affrontare la domanda che dovrebbe precedere qualsiasi scelta infrastrutturale: è davvero questa la strategia di cui Cogne ha bisogno?
Una funivia è un’infrastruttura. Una strategia è qualcosa di più ampio. Dovrebbe dirci quale Cogne immaginiamo tra venti, trenta o cinquant’anni, quanti residenti vogliamo mantenere, quali attività economiche intendiamo sostenere, come vogliamo affrontare il problema delle abitazioni e garantire servizi e lavoro. Dovrebbe chiarire quale turismo vogliamo attrarre e in che modo intendiamo tutelare il territorio.
Soltanto dopo aver risposto a queste domande dovrebbe arrivare la scelta delle opere necessarie. Ho invece l’impressione che nel dibattito attuale si rischi di procedere nella direzione opposta: partire da una grande infrastruttura e costruire intorno a essa la strategia. Una differenza tutt’altro che marginale, soprattutto quando si parla di un investimento pubblico di dimensioni così rilevanti.
Sul medesimo social viene posto un problema reale: il cambiamento climatico mette in discussione il futuro dello sci e, di conseguenza, una parte importante dell’economia di montagna. La sua risposta è collegare Cogne a Pila, un comprensorio che potrebbe disporre di condizioni più favorevoli per affrontare la trasformazione climatica.
Ma proprio questa considerazione apre un interrogativo che non possiamo eludere: se il cambiamento climatico mette in discussione il modello dello sci, perché la risposta principale dovrebbe essere rafforzare proprio quel modello?
Forse il ragionamento dovrebbe essere rovesciato. Non chiederci soltanto come garantire più a lungo la pratica dello sci, ma come rendere Cogne economicamente solida anche nel caso in cui lo sci dovesse progressivamente perdere centralità. Questo significa investire nella montagna estiva e autunnale, nell’escursionismo, nella cultura, nella memoria mineraria, nel benessere, nell’enogastronomia, nelle attività sportive e nella conoscenza del Parco. Non per rinunciare allo sci, ma per evitare che il futuro della comunità dipenda eccessivamente da un’unica attività.
Tra gli argomenti a favore della funivia, quello della destagionalizzazione è probabilmente uno dei più importanti. L’obiettivo dichiarato non sarebbe semplicemente portare più turisti, ma distribuire i flussi e contribuire a un’economia capace di funzionare durante tutto l’anno. Un obiettivo condivisibile, ma che non può restare una dichiarazione di principio.
Se vogliamo davvero parlare di dodici mesi di attività anziché tre, servono numeri, previsioni e scenari verificabili. Quanti nuovi visitatori sono attesi? Quanti pernottamenti in più? Quale incremento nei mesi oggi più deboli? Quale spesa aggiuntiva sul territorio? Quanti posti di lavoro, e con quali caratteristiche? Quali ricadute per ristoranti, negozi, guide e artigiani?
E soprattutto: quanta parte della ricchezza generata rimarrà realmente a Cogne?
Perché il movimento delle persone non coincide necessariamente con lo sviluppo economico di una comunità. Un turista che attraversa Cogne non è automaticamente un turista che vi pernotta. E chi pernotta non è necessariamente qualcuno che spende nei piccoli esercizi del paese. Allo stesso modo, un aumento dei flussi non si traduce automaticamente in una migliore qualità della vita per chi a Cogne risiede e lavora.
Sono aspetti che vanno dimostrati, non semplicemente auspicati.
C’è poi un altro effetto che merita di essere studiato con attenzione: quello sul mercato immobiliare. Una maggiore attrattività turistica può favorire investimenti e recupero degli edifici, ma può anche determinare un aumento dei valori immobiliari, la trasformazione di abitazioni in seconde case e la crescita degli affitti turistici.
Il paradosso sarebbe evidente: realizzare un’opera anche con l’obiettivo di aiutare i giovani a rimanere a Cogne e, contemporaneamente, rendere più difficile per loro trovare una casa in cui vivere. Non sto dicendo che questo accadrà necessariamente. Sto dicendo che deve essere valutato prima, perché una strategia seria considera anche gli effetti indesiderati delle proprie scelte.
Su un punto, peraltro, la riflessione merita particolare attenzione: prima di costruire nuovo patrimonio ricettivo, occorre recuperare quello esistente. A Cogne ci sono edifici e abitazioni che potrebbero tornare a vivere. Una constatazione che apre una domanda concreta: perché non fare del recupero del patrimonio esistente una priorità immediata, affiancandolo a una vera politica per gli alloggi dei residenti e dei lavoratori?
Il problema, infatti, non è soltanto dove mettere i turisti. È soprattutto dove far vivere chi lavora a Cogne. Senza una risposta a questa esigenza, anche un aumento delle presenze rischia di lasciare irrisolta una delle questioni più importanti per il futuro della comunità.
C'è chi definisce la funivia un investimento “a ombrello”: l’opera genera economia, l’economia produce risorse e quelle risorse consentono di finanziare sentieri, cultura, patrimonio minerario e recupero degli edifici. È un’ipotesi interessante, ma proprio per questo merita una verifica rigorosa.
Quanto costerebbe realizzare l’opera? Quanto costerebbe gestirla e mantenerla negli anni? Quale sarebbe il contributo pubblico? Quali ricavi vengono previsti? Su quali stime di frequentazione si fondano le proiezioni? E quali sarebbero gli scenari più prudenti, soprattutto una volta esaurito l’eventuale effetto novità?
Se parliamo di un investimento dell’ordine di 200 milioni di euro, non possiamo limitarci a conoscere il costo di costruzione. Dobbiamo sapere anche quanto costerebbe non raggiungere gli obiettivi dichiarati. E dobbiamo confrontare questa ipotesi con ciò che si potrebbe realizzare impiegando le stesse risorse in altre politiche per il territorio.
Ogni euro pubblico investito in una grande infrastruttura è infatti un euro che, almeno in parte, non può essere impiegato contemporaneamente per altri interventi. Non è una posizione contraria allo sviluppo. È il modo in cui si dovrebbe prendere sul serio il denaro pubblico e il futuro di una comunità.
C’è poi una domanda ancora più semplice, ma forse decisiva: che cosa succede se la funivia non si fa?
Se il collegamento con Pila viene considerato una risposta fondamentale alla necessità di mantenere Cogne viva, cosa accadrebbe se il finanziamento non arrivasse o se il progetto non potesse essere realizzato? Qual è il piano B? E se quel piano non esiste, abbiamo davvero una strategia per Cogne oppure abbiamo costruito una strategia attorno alla possibilità di realizzare una determinata opera?
Una comunità dovrebbe essere in grado di rispondere a questa domanda prima di impegnarsi su un investimento di tale portata. Il futuro di Cogne non può dipendere esclusivamente dall’esito di un singolo progetto, per quanto ambizioso.
Anche sul Trenino del Drinc il confronto rischia di diventare troppo schematico. Non credo che il recupero della galleria possa essere presentato semplicemente come l’alternativa “verde” alla funivia. Esistono questioni tecniche, economiche e di sicurezza che devono essere affrontate con serietà. Ma questo non significa che il tema possa essere archiviato senza un approfondimento.
Il Drinc rappresenta una parte importante della storia mineraria di Cogne e potrebbe avere un ruolo in una più ampia strategia di valorizzazione del patrimonio industriale e culturale. Sarebbe quindi utile ascoltare tecnici, amministratori, esperti e quanti custodiscono quella memoria, mettendo a confronto le diverse ipotesi e verificandone la fattibilità. In questo quadro, anche il tema della sicurezza della strada merita un’analisi approfondita, senza pregiudizi e senza scorciatoie.
Nel dibattito è stato ricordato che una funivia è un’infrastruttura reversibile, perché tecnicamente può essere smontata. Ma la questione non riguarda soltanto ciò che accadrebbe il giorno in cui venissero rimossi i piloni.
Una grande opera modifica il territorio, ma soprattutto modifica le aspettative economiche. Attorno a una funivia possono svilupparsi investimenti, attività, interessi e strategie commerciali. Una volta consolidato quel sistema, sarebbe difficile sostenere che, qualora il modello non funzionasse come previsto, basterebbe rimuovere l’impianto per tornare al punto di partenza.
Il rischio, quindi, non riguarda soltanto l’impatto dell’opera, ma anche l’impatto della scelta sul futuro del paese.
È per questo che il confronto sulla funivia non dovrebbe trasformarsi in una contrapposizione tra favorevoli e contrari. Cogne ha bisogno di discutere il proprio futuro con ambizione, ma anche con la consapevolezza che le scelte di oggi produrranno conseguenze per molti anni.
La questione, in fondo, è più ampia di una funivia, di un collegamento con Pila o del recupero del Drinc. Riguarda il modello di sviluppo che vogliamo costruire per una comunità alpina chiamata ad affrontare cambiamenti climatici, demografici ed economici.
La domanda conclusiva, allora, non è soltanto se la funivia serva a Cogne. È chi decide quale Cogne vogliamo costruire, sulla base di quali obiettivi e con quali garanzie per chi ci vive?
Prima di scegliere l’opera, mettiamo nero su bianco la strategia. Con dati, alternative, costi, benefici e priorità condivise. Perché Cogne deve rimanere viva, certo. Ma il modo in cui riuscirà a farlo merita qualcosa di più di una scommessa su una singola infrastruttura.





