AGRICOLTURA - 18 settembre 2026, 12:00

Il futuro della nostra agricoltura? Difendiamolo partendo dai semi

Dalla biodiversità valdostana alla tutela delle varietà locali: la Valle d’Aosta può costruire una nuova politica agricola partendo da un patrimonio che spesso dimentichiamo di avere già

Il futuro della nostra agricoltura? Difendiamolo partendo dai semi

Quando pensiamo al futuro della nostra agricoltura, difficilmente pensiamo a qualcosa di piccolo come un seme. Eppure è proprio da lì che tutto comincia. In un mondo nel quale merci, tecnologie e capitali attraversano i confini con una velocità sempre maggiore, anche l’agricoltura è profondamente cambiata. Le grandi multinazionali dell’agrochimica hanno sviluppato nuove varietà, nuove tecniche di coltivazione e sistemi sempre più sofisticati per rendere le produzioni efficienti e competitive. È il progresso, naturalmente, ma ogni progresso porta con sé anche nuove domande. Una di queste riguarda proprio i semi: chi li produce, chi li controlla, chi li conserva e, soprattutto, chi può decidere come utilizzarli?

Per secoli i contadini hanno conservato una parte dei semi del raccolto per utilizzarla nella stagione successiva. Li hanno selezionati, adattati alle caratteristiche del territorio e tramandati di generazione in generazione. In questo modo sono nate varietà capaci di adattarsi a condizioni climatiche, terreni e ambienti molto diversi. Quel patrimonio oggi rischia, in parte, di andare perduto. Non perché qualcuno voglia necessariamente cancellarlo, ma perché un’agricoltura sempre più industrializzata tende naturalmente a privilegiare varietà uniformi, facilmente commercializzabili e adatte a produzioni standardizzate. Il problema è che quando una varietà scompare, non perdiamo soltanto una pianta: perdiamo una parte della nostra storia.

Potrebbe sembrare un tema lontano dalla vita quotidiana dei valdostani. In realtà riguarda direttamente anche noi. La Valle d’Aosta ha un’agricoltura particolare, condizionata dalla montagna, dalle altitudini, dal clima e dalla conformazione del territorio. È un’agricoltura che non può essere semplicemente copiata da altri modelli. La nostra forza sta proprio nella sua specificità: nelle varietà locali, nelle coltivazioni tradizionali, nei saperi degli agricoltori e nella biodiversità che ancora sopravvive nei nostri territori. Tutto questo rappresenta un patrimonio che ha un valore economico, ma anche culturale e ambientale. Ecco perché tutelarlo non significa guardare nostalgicamente al passato. Significa prepararsi al futuro. In un momento in cui il cambiamento climatico sta modificando le condizioni dell’agricoltura, avere a disposizione varietà diverse, adattate nel tempo al nostro ambiente, può diventare una risorsa importante.

La Valle d’Aosta, peraltro, non parte da zero. Abbiamo l’Institut Agricole Régional, una realtà che da anni mette insieme formazione, ricerca e sperimentazione agricola. Abbiamo competenze scientifiche e strutture impegnate nella conservazione del patrimonio genetico, come la Banca del Germoplasma della Valle d’Aosta. Abbiamo, insomma, alcuni degli strumenti necessari. Quello che forse manca è una visione complessiva capace di mettere queste esperienze maggiormente in rete. Lo IAR potrebbe diventare uno dei punti di riferimento di una vera politica regionale sulla biodiversità agricola, lavorando insieme alle strutture scientifiche e agli agricoltori per individuare, conservare, studiare e riportare nei campi le varietà tradizionali valdostane. Perché conservare una varietà in un archivio è importante, ma farla tornare a vivere nei nostri orti, nei nostri frutteti e nei nostri campi lo è ancora di più.

È da qui che nasce una proposta semplice, ma ambiziosa: rafforzare un sistema regionale di conservazione e diffusione delle sementi locali, una vera e propria Banca delle Sementi valdostane. Non un museo e nemmeno un semplice archivio, ma un luogo nel quale conservare le varietà antiche, studiarle, verificarne le caratteristiche e renderle disponibili agli agricoltori. Un patrimonio vivo, non chiuso in un cassetto. Potremmo così recuperare varietà ortofrutticole e cerealicole che rischiano di scomparire, studiarne la capacità di adattamento alle nuove condizioni climatiche e creare nuove opportunità per le aziende agricole. E potremmo farlo valorizzando ancora di più il legame tra prodotto, territorio e consumatore. Perché sapere che cosa c’è nel nostro piatto è importante, ma sapere anche da quale seme è nato quel prodotto può diventare un ulteriore elemento di qualità e di identità.

Qui il tema agricolo incontra quello dell’autonomia. Essere autonomi non significa soltanto avere competenze amministrative o poter gestire direttamente alcune risorse pubbliche. Significa anche avere la possibilità di conoscere, conservare e valorizzare ciò che il nostro territorio ha costruito nel corso del tempo. Se perdiamo le nostre varietà agricole e diventiamo completamente dipendenti da ciò che arriva dall’esterno, perdiamo una parte della nostra capacità di scegliere. Se invece riusciamo a conservare e utilizzare il nostro patrimonio genetico, stiamo costruendo una forma concreta di autonomia. È un concetto forse meno evidente rispetto ad altri, ma non per questo meno importante. E in una terra di montagna come la Valle d’Aosta può diventare una scelta strategica.

C’è poi un altro aspetto che non dovremmo dimenticare. Dietro una varietà agricola non c’è soltanto un patrimonio genetico: ci sono persone. Ci sono contadini che hanno selezionato quelle piante, famiglie che hanno conservato i semi, comunità che hanno imparato a coltivarle in un determinato ambiente. Ci sono gesti, conoscenze, stagioni e tradizioni. Per questo salvare una varietà significa, in qualche modo, salvare anche una parte della memoria della nostra comunità. Lo IAR, le istituzioni regionali, gli agricoltori e il mondo della ricerca possono lavorare insieme proprio in questa direzione. Il progetto Biodiversity Friend, che coinvolge gli agroecosistemi alpini attraverso la certificazione della biodiversità, la formazione e la valorizzazione delle aziende che custodiscono il territorio, dimostra già quanto sia possibile mettere in relazione agricoltura, ricerca e tutela ambientale. Ora possiamo fare un passo in più.

La Valle d’Aosta ha una biodiversità agricola che non possiamo dare per scontata. Possiamo lasciarla lentamente scomparire, sostituita da varietà sempre più uniformi e dipendenti da filiere esterne, oppure possiamo scegliere di conoscerla meglio, conservarla e farla tornare produttiva. La seconda strada richiede investimenti, ricerca e una precisa volontà politica, ma soprattutto richiede di considerare la biodiversità non come qualcosa di folkloristico, legato soltanto alla memoria del passato, bensì come una risorsa per il futuro. Per questo una Banca delle Sementi valdostane potrebbe rappresentare molto più di un progetto agricolo: potrebbe diventare uno strumento per sostenere i nostri agricoltori, proteggere la biodiversità, valorizzare i prodotti del territorio e rafforzare, anche in questo campo, la nostra autonomia.

Perché, alla fine, tutto parte da qualcosa di molto semplice. Un seme sembra piccolo e fragile. Ma dentro quel seme ci sono una possibilità, una storia e un pezzo del nostro futuro.

E forse è proprio da lì che dobbiamo ricominciare.

Vittore Lume-Rezoli

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