CULTURA - 16 settembre 2026, 20:36

La Gran Becc’à La Cave, il Cervino diventa memoria viva tra arte, materia e identità

Folto pubblico alla Cave Valdôtaine di Aosta per il vernissage della mostra di Aimé Maquignaz e Giangiuseppe Barmasse. Due linguaggi artistici diversi si incontrano nel segno della Gran Becca, tra pittura, scultura e memoria del territorio. L’esposizione sarà visitabile fino al 19 ottobre

La Gran Becc’à La Cave, il Cervino diventa memoria viva tra arte, materia e identità

Il Cervino come paesaggio, ma anche come memoria. Come immagine riconoscibile della Valle d’Aosta e, nello stesso tempo, come elemento capace di evocare appartenenza, tradizione e vissuto personale. È attorno a questa dimensione della Gran Becca che si è sviluppata, nel pomeriggio di oggi, mercoledì 16 settembre 2026, la cerimonia inaugurale di “La Gran Becc’à La Cave”, la mostra che alla Cave Valdôtaine di Aosta, in via J.B. de Tillier 3, mette in dialogo le opere di Aimé Maquignaz e Giangiuseppe Barmasse.

Il vernissage, iniziato alle ore 18, ha richiamato un pubblico numeroso, confermando l’interesse suscitato da un'esposizione che lega strettamente arte e territorio. Un incontro nel quale il Cervino non viene proposto soltanto come soggetto da rappresentare, ma come punto di partenza per raccontare una Valle d’Aosta fatta di paesaggi, persone, tradizioni e memoria.

La presenza di numerosi visitatori ha accompagnato il momento inaugurale, creando un’atmosfera partecipata attorno alle opere dei due artisti, entrambi profondamente legati alla Valtournenche, ma protagonisti di percorsi e ricerche artistiche differenti. Ed è proprio nella diversità dei loro linguaggi che la mostra trova uno dei suoi elementi di maggiore interesse.

Aimé Maquignaz, nato a Valtournenche nel 1946, ha costruito una parte importante della propria ricerca artistica attorno alla montagna e, in particolare, al Cervino. La sua pittura si muove tra informale e realismo magico e trasforma progressivamente il paesaggio concreto in una dimensione più intima, nella quale colore, luce e atmosfera diventano strumenti per evocare sensazioni e ricordi.

Il Cervino di Maquignaz non è quindi soltanto una montagna da osservare. È una presenza che può cambiare attraverso il colore e la percezione, diventando quasi una memoria personale e collettiva. Una delle espressioni più riconoscibili di questa ricerca è rappresentata dai “Bleus villages”, gli antichi villaggi immersi nelle tonalità del blu, nei quali la realtà alpina viene filtrata attraverso una visione sospesa, quasi onirica.

Un percorso sviluppatosi attraverso numerose esposizioni in Italia e all’estero, ma rimasto profondamente ancorato alla terra d’origine. Ed è proprio questo rapporto con il territorio a emergere anche nel confronto proposto alla Cave Valdôtaine.

Accanto alla pittura di Maquignaz, la mostra presenta infatti la scultura di Giangiuseppe Barmasse, nato ad Aosta nel 1962 e legato da sempre a Valtournenche. Il suo rapporto con la lavorazione del legno affonda le radici nell’infanzia e si è consolidato nel tempo attraverso una lunga esperienza artistica e artigianale. Barmasse partecipa alla Fiera di Sant’Orso dal 1978 e dal 1989 si dedica alla scultura tradizionale.

Nel suo caso è la materia a diventare memoria. Il legno, e in particolare il noce, porta con sé una concretezza che permette all’artista di dare forma a figure, animali, mestieri e personaggi della civiltà alpina. Mucche, pastori, guide alpine e uomini della tradizione valdostana emergono dalla materia mantenendo un legame diretto con quella cultura che Barmasse ha scelto di raccontare attraverso la scultura.

Anche le opere più recenti confermano questa attenzione alla memoria e alla dimensione collettiva. Nel 2025 l’artista ha realizzato il busto ligneo di Émile Chanoux, collocato nel foyer del Consiglio regionale della Valle d’Aosta, mentre un’altra sua opera, dedicata a San Francesco con il lupo di Gubbio, è stata donata ad Assisi.

Due percorsi diversi, dunque, ma capaci di incontrarsi attorno a una stessa idea: il territorio non è soltanto ciò che si vede, ma anche ciò che si ricorda e che viene continuamente reinterpretato.

È questo il filo conduttore emerso nel corso dell’inaugurazione. Da una parte il colore di Maquignaz, che trasforma il paesaggio in atmosfera e suggestione; dall’altra il legno di Barmasse, che conserva nella propria materia la concretezza della cultura alpina. In mezzo, la Gran Becca, elemento comune e simbolico di una narrazione che supera la semplice rappresentazione del paesaggio.

La mostra propone così una riflessione sul rapporto fra uomo e montagna, ma anche sul modo in cui una comunità può custodire la propria identità senza trasformarla in qualcosa di immobile. La tradizione, attraverso il lavoro dei due artisti, diventa infatti materia da rileggere, interpretare e consegnare al presente.

Anche la scelta della Cave Valdôtaine come sede dell’esposizione assume in questo senso un significato particolare. Portare l’arte all’interno di uno spazio legato alla valorizzazione delle produzioni e delle eccellenze valdostane significa creare un collegamento tra cultura, territorio, economia locale e identità. Un dialogo che questa sera ha trovato una risposta concreta nella partecipazione del pubblico.

La Gran Becca, ancora una volta, diventa quindi un punto d’incontro. Non soltanto una vetta da ammirare, ma un’immagine attraverso la quale raccontare una comunità e il suo rapporto con la propria storia. Maquignaz e Barmasse lo fanno utilizzando strumenti differenti, il colore e la materia, ma arrivando a una medesima dimensione: quella di una montagna che continua a parlare perché continua a essere vissuta, ricordata e reinterpretata.

“La Gran Becc’à La Cave” resterà aperta al pubblico dal 17 settembre al 19 ottobre 2026 alla Cave Valdôtaine di Aosta. Un appuntamento che, dopo il partecipato vernissage di oggi, porta nel cuore della città una delle immagini più potenti e riconoscibili dell’identità valdostana: il Cervino.

pi.mi.

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