ATTUALITÀ - 15 settembre 2026, 16:13

Il crocifisso, la laicità e una domanda che Aosta non può eludere

Ci sono battaglie politiche che arrivano puntuali, quasi come se fossero rimaste in attesa del momento giusto per tornare a dividere. Quella sul crocifisso nell'aula del Consiglio comunale di Aosta appartiene certamente a questa categoria

Sylvie Spirli (Lega)

Sylvie Spirli (Lega)

La mozione presentata da Alleanza Verdi e Sinistra chiede la rimozione dei simboli religiosi presenti nell'aula e nei locali di pertinenza del Consiglio comunale. Una formulazione apparentemente generale, ma che ad Aosta porta inevitabilmente a confrontarsi con un simbolo preciso: quella croce che da generazioni è presente nell'aula consiliare.

Ed è proprio qui che la discussione merita, forse, di essere affrontata con un po' più di equilibrio.

Perché il crocifisso può essere certamente considerato un simbolo religioso, ma in Valle d'Aosta è difficile sostenere che esso rappresenti soltanto una questione confessionale. Fa parte di una storia, di una cultura, di una tradizione che hanno contribuito a costruire la nostra comunità. È dentro il paesaggio delle nostre montagne, nelle chiese, nei villaggi, nelle istituzioni assistenziali e nella memoria collettiva.

Si può essere credenti oppure no. Si può andare a messa oppure non entrarci da decenni. Si può essere convintamente laici. Ma tutto questo non obbliga necessariamente a cancellare ogni traccia della storia religiosa e culturale dalla quale proviene la nostra comunità.

Anzi, una società veramente laica dovrebbe probabilmente avere la maturità di distinguere tra imposizione religiosa e presenza di un simbolo storico e culturale.

La stessa giurisprudenza richiamata nella discussione dovrebbe suggerire prudenza prima di trasformare la rimozione del crocifisso in una sorta di automatismo imposto dalla laicità delle istituzioni. La laicità, infatti, non significa cancellazione del fenomeno religioso dalla sfera pubblica. Significa piuttosto garantire libertà, pluralismo e pari dignità.

E allora viene spontanea una domanda: quale problema concreto avrebbe risolto, ad Aosta, la rimozione di quel crocifisso?

Quel simbolo ha forse impedito a qualcuno di essere eletto? Ha condizionato una votazione? Ha impedito a un consigliere di esprimere liberamente le proprie convinzioni? Ha limitato i diritti di qualche cittadino?

Non risulta.

Ed è difficile non chiedersi se, in una città alle prese con problemi ben più urgenti, fosse davvero necessario aprire proprio oggi questa contrapposizione.

La questione posta da AVS, tuttavia, ha almeno un merito: ci costringe a discutere del rapporto fra istituzioni, laicità, religione e identità. Ed è una discussione che sarebbe sbagliato liquidare semplicemente con uno slogan.

Proprio per questo sarebbe interessante che a intervenire fosse anche chi, in Valle d'Aosta, rappresenta istituzionalmente la Chiesa.

La Curia vescovile di Aosta avrebbe forse qualcosa da dire. Non per entrare nella contesa politica, né per indicare ai consiglieri comunali come votare, ma per offrire una riflessione sul significato che quel simbolo assume nella storia della comunità valdostana.

Sarebbe un intervento utile soprattutto perché permetterebbe di evitare che il crocifisso venga ridotto a una bandierina da agitare da una parte o dall'altra dello schieramento politico.

La domanda, infatti, non dovrebbe essere soltanto se un simbolo religioso debba stare oppure no su una parete. La domanda più profonda è se una comunità possa conservare nei propri luoghi istituzionali i segni della propria storia senza per questo venire meno al principio di laicità.

Personalmente, credo che una comunità adulta debba poterlo fare.

E proprio per questo, prima di rimuovere ciò che è rimasto lì per generazioni, forse sarebbe stato più opportuno chiedersi se quella presenza costituisca davvero un problema oppure se, semplicemente, ci ricordi da dove veniamo.

Perché cancellare un simbolo è facile.

Confrontarsi con la propria storia è decisamente più difficile.

piero.minuzzo@gmail.com

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