Chez Nous - 14 settembre 2026, 08:00

La boxe dans les cordes

Boxe all'angolo

La boxe dans les cordes

C’è uno sport che rischia di finire all’angolo proprio mentre prova a conquistare un posto sempre più importante nella vita sportiva e sociale di Aosta. È la boxe. E, come spesso accade, dietro una palestra che rischia di chiudere i battenti c’è molto più di una palestra. Ci sono ragazzi, famiglie, allenatori, sacrifici, relazioni, disciplina, integrazione. Ci sono oltre 200 giovani e giovanissimi che frequentano la Rocky Gym Aosta e che in quella palestra non hanno trovato soltanto un luogo dove allenarsi, ma uno spazio nel quale crescere. E c’è anche un progetto, quello dell’Aosta Boxing Night, che ambisce a diventare un appuntamento importante e annuale per la città. Oggi tutto questo rischia di essere messo in discussione perché la Rocky Gym sta per perdere la propria sede di corso Lancieri e, nonostante mesi di ricerca, non è ancora stata individuata una soluzione.

La notizia dovrebbe far riflettere ben oltre il mondo della boxe. Perché qualche tempo fa avevamo scritto che “Il nuoto affoga”, denunciando le condizioni di un impianto natatorio che, dopo circa cinquant’anni, non appare più adeguato alle esigenze delle società, degli atleti e di una comunità che nel frattempo è profondamente cambiata. Oggi ci troviamo davanti a una situazione diversa, ma con un elemento comune: lo sport chiede spazio e la città sembra non riuscire a trovarlo. Da una parte c’è una piscina che non riesce più a rispondere pienamente alle necessità del movimento natatorio; dall’altra c’è una società che coinvolge centinaia di ragazzi e che rischia di non avere più un luogo nel quale continuare la propria attività. Nuoto e boxe sono discipline lontanissime per storia, caratteristiche e modalità di pratica. Ma il problema che pongono alla politica è sorprendentemente simile.

Perché una piscina non è soltanto una vasca. E una palestra di pugilato non è soltanto un ring circondato da sacchi e attrezzi. Sono infrastrutture sociali. Sono luoghi nei quali bambini e ragazzi imparano a stare insieme, a rispettare regole, a conoscere la fatica, a perdere e a riprovare, a confrontarsi con gli altri e soprattutto con se stessi. Nel caso della Rocky Gym, poi, i numeri raccontano soltanto una parte della storia: oltre 200 giovani e giovanissimi significa che ogni giorno ci sono oltre 200 persone che entrano in quella palestra, incontrano allenatori, compagni, amici e costruiscono relazioni. Significa offrire un'alternativa concreta alla solitudine, alla strada, all'inattività. Significa fare educazione attraverso lo sport senza bisogno di proclami.

E allora la domanda diventa inevitabile: quanto vale tutto questo per Aosta?

Perché se una società sportiva che svolge un’attività di questa dimensione perde la propria sede, non possiamo limitarci a considerare il problema come una questione tra un’associazione e il proprietario di un immobile. Certo, una sede va trovata e non è compito semplice. Ma quando dietro quella sede ci sono centinaia di giovani e un progetto sportivo che coinvolge una parte significativa della comunità, la questione assume inevitabilmente una dimensione pubblica. Non necessariamente perché il pubblico debba risolvere ogni problema, ma perché una città dovrebbe almeno chiedersi se può permettersi di perdere una realtà di questo tipo senza fare tutto ciò che è ragionevolmente possibile per impedirlo.

Ed è qui che la vicenda della Rocky Gym incontra quella del nuoto.

Perché il problema di fondo non è il pugilato. Non è il nuoto. Non è nemmeno la singola palestra o la singola piscina. Il problema è quale idea di politica sportiva vogliamo avere per Aosta e per la Valle d’Aosta. Vogliamo continuare a considerare lo sport soprattutto come qualcosa da sostenere quando arrivano i risultati, quando c’è una manifestazione da inaugurare, quando un atleta conquista una medaglia o quando una competizione può diventare una vetrina per il territorio? Oppure vogliamo riconoscere che lo sport comincia molto prima del podio e molto prima dello spettacolo, nelle palestre, nelle piscine, nei campi, nelle società e nel lavoro quotidiano di allenatori e volontari?

Perché è facile applaudire un ragazzo quando vince. È molto più difficile costruire le condizioni perché quel ragazzo possa arrivare a vincere.

La Rocky Gym, con l’Aosta Boxing Night, sta cercando anche di fare questo. Non soltanto insegnare la boxe, ma costruire un progetto capace di crescere e di portare ad Aosta un appuntamento sportivo di livello, con l’ambizione di farlo diventare un evento annuale. E sarebbe paradossale parlare continuamente della necessità di promuovere Aosta attraverso lo sport, di attrarre manifestazioni, di costruire una città più dinamica e di valorizzare le eccellenze locali e poi lasciare senza una casa proprio chi quello sport lo costruisce ogni giorno.

Prima dell’evento viene la palestra. Prima del campione viene il ragazzo. Prima della serata sul ring vengono mesi e anni di allenamento.

È una verità elementare che rischiamo troppo spesso di dimenticare.

E qui torna il tema della piscina. Perché anche nel nuoto abbiamo assistito alla stessa contraddizione: atleti e società capaci di ottenere risultati importanti, di portare in alto il nome della Valle d’Aosta, costretti però a fare i conti con una struttura che non sembra più adeguata alle ambizioni del movimento. Da una parte chiediamo agli sportivi di essere competitivi, dall’altra non sempre siamo in grado di garantire loro le condizioni necessarie per esserlo. Pretendiamo risultati da chi pratica sport, ma quando si tratta di investire negli spazi nei quali quei risultati vengono costruiti improvvisamente arrivano le difficoltà, i tempi lunghi, le valutazioni, i rinvii.

Lo sport non può vivere soltanto di entusiasmo. Ha bisogno di infrastrutture.

E non stiamo parlando necessariamente di grandi opere faraoniche. Stiamo parlando di spazi adeguati, accessibili e dignitosi. Di una politica che sappia programmare. Di amministrazioni che riescano a guardare oltre l’emergenza del momento e a chiedersi cosa servirà alle società sportive tra cinque, dieci o vent'anni.

Perché oggi è la Rocky Gym a cercare una sede. Ieri era il nuoto a chiedere una piscina adeguata. Domani potrebbe essere un’altra disciplina a bussare alla porta della politica. E ogni volta potremmo scoprire che non c’è spazio, che non ci sono strutture, che le risorse sono limitate, che bisogna aspettare. Fino a quando non ci accorgeremo che, un pezzo alla volta, abbiamo impoverito il nostro sistema sportivo.

E allora forse sarebbe il momento di cambiare prospettiva. Non chiedersi soltanto quanto costa un impianto sportivo, ma quanto costa non averlo. Quanto costa costringere una società a ridurre l’attività, a rinunciare a crescere o, nel peggiore dei casi, a chiudere. Quanto vale per una città avere 200 ragazzi che frequentano una palestra anziché non sapere dove possano fare sport. Quanto vale una piscina capace di ospitare adeguatamente chi nuota per passione e chi nuota per agonismo. Quanto vale, insomma, lo sport nella costruzione di una comunità.

Sono domande alle quali non può rispondere soltanto chi gestisce una società sportiva. Deve rispondere la politica.

E la politica, in una regione piccola come la Valle d’Aosta, dovrebbe avere persino un vantaggio: quello di poter conoscere da vicino le proprie realtà, incontrare chi le manda avanti, capire quali sono le difficoltà e intervenire prima che diventino emergenze. Non servono necessariamente annunci roboanti. Servono ascolto, programmazione e soprattutto una visione.

Perché se una realtà che coinvolge oltre 200 giovani rischia di perdere la propria palestra, non siamo davanti soltanto al problema di dove mettere un ring. Siamo davanti alla necessità di decidere che valore attribuiamo a quei 200 ragazzi.

E lo stesso vale per il nuoto.

Non possiamo continuare a dire che i giovani devono fare sport e contemporaneamente accettare che gli spazi per farlo siano insufficienti, vecchi o precari. Non possiamo parlare di inclusione e socialità e poi non preoccuparci dei luoghi nei quali inclusione e socialità vengono costruite concretamente ogni giorno. Non possiamo celebrare lo sport valdostano quando porta risultati e dimenticarcene quando presenta il conto delle proprie necessità.

Aosta ha bisogno di una politica sportiva che non sia soltanto una politica degli eventi.

Ha bisogno di una politica degli impianti, delle società, dei ragazzi e del futuro.

Perché il rischio, altrimenti, è quello di ritrovarci tra qualche anno a scrivere un altro editoriale per raccontare un’altra disciplina in difficoltà. E magari scoprire che il problema non era quella disciplina, ma una politica che ha continuato a intervenire soltanto quando il problema era ormai diventato impossibile da ignorare.

Il nuoto rischia di affogare.

Adesso la boxe è all’angolo.

Sarebbe davvero singolare che una regione capace di rivendicare ogni giorno la propria specialità e la propria autonomia non riuscisse a trovare lo spazio, le risorse e soprattutto la volontà per costruire una politica sportiva all’altezza della propria comunità.

E forse sarebbe il caso di ricordarlo anche quando si parla delle grandi priorità della Valle d’Aosta.

Lo sci e le funivie sono importanti. Ma una regione non vive soltanto sulle piste.

Vive anche nelle piscine, nelle palestre e in tutti quei luoghi dove ogni giorno i suoi ragazzi imparano a diventare adulti.

E se quei luoghi scompaiono, prima o poi, all’angolo non ci sarà più soltanto la boxe. Ci saremo tutti noi.

Boxe all'angolo

l y a un sport qui risque de se retrouver dans les cordes au moment même où il cherche à conquérir une place toujours plus importante dans la vie sportive et sociale d’Aoste. C’est la boxe. Et, comme c’est souvent le cas, derrière une salle qui risque de fermer ses portes, il y a bien plus qu’une simple salle de sport. Il y a des jeunes, des familles, des entraîneurs, des sacrifices, des relations humaines, de la discipline, de l’intégration. Il y a plus de 200 jeunes et très jeunes qui fréquentent la Rocky Gym Aosta et qui, dans cette salle, n’ont pas seulement trouvé un lieu pour s’entraîner, mais aussi un espace où grandir. Et il y a également un projet, celui de l’Aosta Boxing Night, qui ambitionne de devenir un rendez-vous sportif important et annuel pour la ville. Aujourd’hui, tout cela risque d’être remis en cause parce que la Rocky Gym est sur le point de perdre son siège du cours Lancieri et que, malgré des mois de recherches, aucune solution n’a encore été trouvée.

Cette nouvelle devrait faire réfléchir bien au-delà du monde de la boxe. Car il y a quelque temps, nous écrivions que « La natation se noie », dénonçant les conditions d’une piscine qui, après près de cinquante ans d’existence, ne semble plus adaptée aux besoins des clubs, des athlètes et d’une communauté qui, entre-temps, a profondément changé. Nous sommes aujourd’hui face à une situation différente, mais avec un élément commun : le sport demande de l’espace et la ville semble ne plus parvenir à en trouver. D’un côté, il y a une piscine qui peine à répondre aux besoins du mouvement de la natation ; de l’autre, une association qui accueille des centaines de jeunes et qui risque de ne plus disposer d’un lieu où poursuivre son activité. La natation et la boxe sont des disciplines très éloignées par leur histoire, leurs caractéristiques et leur pratique. Mais le problème qu’elles posent aux responsables politiques est étonnamment similaire.

Car une piscine n’est pas seulement un bassin. Et une salle de boxe n’est pas seulement un ring entouré de sacs et d’équipements. Ce sont des infrastructures sociales. Ce sont des lieux où les enfants et les jeunes apprennent à vivre ensemble, à respecter des règles, à connaître l’effort, à perdre et à recommencer, à se mesurer aux autres et surtout à eux-mêmes. Dans le cas de la Rocky Gym, les chiffres ne racontent d’ailleurs qu’une partie de l’histoire : plus de 200 jeunes et très jeunes, cela signifie que chaque jour plus de 200 personnes franchissent les portes de cette salle, rencontrent des entraîneurs, des coéquipiers, des amis et construisent des relations. Cela signifie offrir une alternative concrète à la solitude, à l’oisiveté, à l’inactivité. Cela signifie faire de l’éducation par le sport, sans avoir besoin de grands discours.

Et la question devient alors inévitable : quelle valeur tout cela représente-t-il pour Aoste ?

Car si un club sportif qui mène une activité de cette ampleur perd son siège, nous ne pouvons pas nous contenter de considérer le problème comme une simple affaire entre une association et le propriétaire d’un bâtiment. Certes, il faut trouver un nouveau lieu et ce n’est pas chose facile. Mais lorsque derrière ce lieu se trouvent des centaines de jeunes et un projet sportif qui concerne une partie importante de la communauté, la question prend inévitablement une dimension publique. Non pas forcément parce que les pouvoirs publics doivent résoudre tous les problèmes, mais parce qu’une ville devrait au moins se demander si elle peut se permettre de perdre une réalité de cette importance sans faire tout ce qui est raisonnablement possible pour l’éviter.

Et c’est là que l’histoire de la Rocky Gym rejoint celle de la natation.

Car le problème de fond n’est ni la boxe, ni la natation. Ce n’est même pas la salle de sport ou la piscine en tant que telles. Le véritable problème est de savoir quelle politique sportive nous voulons pour Aoste et pour la Vallée d’Aoste. Voulons-nous continuer à considérer le sport essentiellement comme quelque chose qu’il faut soutenir lorsque les résultats arrivent, lorsqu’il faut inaugurer une manifestation, lorsqu’un athlète remporte une médaille ou lorsqu’une compétition peut devenir une vitrine pour le territoire ? Ou voulons-nous reconnaître que le sport commence bien avant le podium et bien avant le spectacle, dans les salles, les piscines, les terrains, les clubs et dans le travail quotidien des entraîneurs et des bénévoles ?

Car il est facile d’applaudir un jeune lorsqu’il gagne. Il est beaucoup plus difficile de créer les conditions qui lui permettront d’arriver à gagner.

La Rocky Gym, avec l’Aosta Boxing Night, cherche également à faire cela. Pas seulement à enseigner la boxe, mais à construire un projet capable de grandir et de faire d’Aoste le lieu d’un événement sportif de niveau, avec l’ambition d’en faire un rendez-vous annuel. Et il serait paradoxal de parler sans cesse de la nécessité de promouvoir Aoste à travers le sport, d’attirer des manifestations, de construire une ville plus dynamique et de valoriser les talents locaux, pour ensuite laisser sans toit précisément ceux qui construisent ce sport au quotidien.

Avant l’événement, il y a la salle. Avant le champion, il y a le jeune. Avant la soirée sur le ring, il y a des mois et des années d’entraînement.

C’est une vérité élémentaire que nous risquons trop souvent d’oublier.

Et c’est là que revient la question de la piscine. Car dans la natation aussi, nous avons assisté à la même contradiction : des athlètes et des clubs capables d’obtenir d’importants résultats, de porter haut le nom de la Vallée d’Aoste, mais contraints de composer avec une infrastructure qui ne semble plus à la hauteur des ambitions du mouvement. D’un côté, nous demandons aux sportifs d’être compétitifs ; de l’autre, nous ne sommes pas toujours capables de leur garantir les conditions nécessaires pour le devenir. Nous exigeons des résultats de ceux qui pratiquent le sport, mais lorsqu’il s’agit d’investir dans les lieux où ces résultats sont construits, apparaissent soudain les difficultés, les délais, les évaluations et les reports.

Le sport ne peut pas vivre uniquement d’enthousiasme. Il a besoin d’infrastructures.

Et nous ne parlons pas nécessairement de grands projets pharaoniques. Nous parlons d’espaces adaptés, accessibles et dignes. D’une politique capable de programmer. D’administrations capables de regarder au-delà de l’urgence du moment et de se demander de quoi les clubs sportifs auront besoin dans cinq, dix ou vingt ans.

Car aujourd’hui, c’est la Rocky Gym qui cherche un lieu. Hier, c’était la natation qui demandait une piscine adaptée. Demain, ce sera peut-être une autre discipline qui frappera à la porte des responsables politiques. Et à chaque fois, nous pourrons découvrir qu’il n’y a pas de place, qu’il n’y a pas d’infrastructures, que les ressources sont limitées, qu’il faut attendre. Jusqu’au jour où nous nous apercevrons que, morceau après morceau, nous avons appauvri notre système sportif.

Il serait donc peut-être temps de changer de perspective. Ne pas se demander seulement combien coûte une infrastructure sportive, mais combien coûte le fait de ne pas en avoir. Combien coûte le fait de contraindre un club à réduire son activité, à renoncer à grandir ou, dans le pire des cas, à fermer. Combien valent, pour une ville, ces 200 jeunes qui fréquentent une salle plutôt que de ne pas savoir où pratiquer un sport. Combien vaut une piscine capable d’accueillir dans de bonnes conditions ceux qui nagent par passion et ceux qui nagent en compétition. Combien vaut, en définitive, le sport dans la construction d’une communauté.

Ce sont des questions auxquelles ne peuvent pas répondre uniquement ceux qui dirigent les clubs sportifs. La politique doit y répondre.

Et dans une petite région comme la Vallée d’Aoste, les responsables politiques devraient même disposer d’un avantage : celui de pouvoir connaître directement leurs réalités, rencontrer ceux qui les font vivre, comprendre leurs difficultés et intervenir avant qu’elles ne deviennent des urgences. Il ne faut pas nécessairement de grandes annonces. Il faut de l’écoute, de la programmation et surtout une vision.

Car si une structure qui accueille plus de 200 jeunes risque de perdre sa salle, nous ne sommes pas seulement confrontés au problème de savoir où installer un ring. Nous sommes confrontés à la nécessité de décider quelle valeur nous accordons à ces 200 jeunes.

Et il en va de même pour la natation.

Nous ne pouvons pas continuer à dire que les jeunes doivent faire du sport tout en acceptant que les lieux où ils peuvent le pratiquer soient insuffisants, vétustes ou précaires. Nous ne pouvons pas parler d’inclusion et de lien social sans nous préoccuper des lieux où l’inclusion et le lien social sont concrètement construits chaque jour. Nous ne pouvons pas célébrer le sport valdôtain lorsqu’il apporte des résultats et l’oublier lorsqu’il présente la facture de ses besoins.

Aoste a besoin d’une politique sportive qui ne soit pas seulement une politique des événements.

Elle a besoin d’une politique des infrastructures, des clubs, des jeunes et de l’avenir.

Car le risque, sinon, est de nous retrouver dans quelques années à écrire un nouvel éditorial pour raconter les difficultés d’une autre discipline. Et peut-être de découvrir que le problème n’était pas cette discipline, mais une politique qui a continué à intervenir uniquement lorsque le problème était devenu impossible à ignorer.

La natation risque de se noyer.

Désormais, la boxe est dans les cordes.

Il serait vraiment singulier qu’une région capable de revendiquer chaque jour sa spécificité et son autonomie ne parvienne pas à trouver l’espace, les ressources et surtout la volonté nécessaires pour construire une politique sportive à la hauteur de sa communauté.

Et il serait peut-être bon de s’en souvenir lorsqu’on parle également des grandes priorités de la Vallée d’Aoste.

Le ski et les remontées mécaniques sont importants. Mais une région ne vit pas seulement sur les pistes.

Elle vit aussi dans les piscines, dans les salles de sport et dans tous ces lieux où, chaque jour, ses jeunes apprennent à devenir des adultes.

Et si ces lieux disparaissent, tôt ou tard, ce ne sera plus seulement la boxe qui sera dans les cordes. Ce sera nous tous.

piero.minuzzo@gmail.com

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