Un’esperienza definita da Leone XIV come «unica fraternità», nella quale i nuovi vescovi hanno potuto «condividere le proprie speranze e i propri sogni per le Chiese che il Signore affida alle loro cure di pastori». È questo il contesto dell’incontro che il Papa ha avuto nella mattinata di 10 settembre con 147 nuovi vescovi provenienti da diverse parti del mondo, al termine delle giornate di formazione organizzate a Roma.
Il percorso, intitolato «I vescovi, servitori della comunione nella Chiesa e nel mondo di oggi», è stato promosso dai Dicasteri per i Vescovi, per le Chiese orientali e per l’Evangelizzazione. Un appuntamento che ha avuto al centro il ruolo del vescovo come figura di comunione e di prossimità, in una fase nella quale le comunità cristiane sono chiamate a confrontarsi con profondi cambiamenti sociali e culturali.
Proprio partendo da questa prospettiva, Leone XIV ha rivolto ai nuovi vescovi quattro raccomandazioni, sintetizzabili nella necessità di mantenere un rapporto costante con Cristo, assumere lo stile del Buon Pastore, vivere fino in fondo la responsabilità pastorale e concepire l’autorità episcopale come un servizio d’amore.
La prima indicazione riguarda la relazione personale con Cristo. Per Leone XIV, il vescovo non può limitarsi a svolgere un ruolo istituzionale o amministrativo: prima ancora di essere vescovo, è un discepolo. «Siamo vescovi, ma siamo anzitutto discepoli», ha ricordato il Papa, sottolineando che per parlare di Cristo occorre «rimanere con Lui» e che, per guidare il popolo di Dio, è necessario lasciarsi guidare ogni giorno da Lui.
La vita spirituale, dunque, non viene presentata come un aspetto accessorio del ministero episcopale, ma come la sua origine. L’Eucaristia, la lettura della Parola di Dio e la preghiera diventano momenti nei quali il vescovo può «rimanere alla sua presenza con il cuore semplice del discepolo che si lascia amare dal suo Signore». Da questa vicinanza, ha spiegato Leone XIV, nasce il ministero e, quando il cuore rimane vicino a Cristo, anche il servizio diventa «più sereno, più libero e più fecondo».
La seconda raccomandazione riguarda invece lo stile con cui esercitare il ministero: avere «il cuore di Gesù Buon Pastore». Il riferimento è al Vangelo di Giovanni, in particolare a Giovanni 10,11, dove Gesù afferma: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la sua vita per le pecore». Per il Papa, questa immagine rappresenta il modello al quale ogni vescovo dovrebbe ispirarsi.
Essere pastore significa, prima di tutto, conoscere le persone affidate alla propria responsabilità. «Il vescovo è un uomo che impara ogni giorno ad amare maggiormente il suo popolo: a conoscere le gioie e i dolori dei suoi fedeli, a condividere i loro sogni, a gioire nel vedere crescere le comunità», ha sottolineato Leone XIV.
Una concezione della responsabilità episcopale che punta quindi sulla presenza concreta e sull’ascolto. Il Papa ha invitato i nuovi vescovi a incontrare le proprie comunità, a lasciarsi sorprendere dal servizio dei sacerdoti e dei diaconi che ordineranno, dall’entusiasmo dei giovani e dalla «generosità silenziosa» di religiosi, missionari, catechisti e famiglie. In questa varietà di persone e di esperienze, il vescovo deve saper riconoscere «quanto è bello il Popolo di Dio».
La presenza dell’episcopo, secondo Leone XIV, non si misura soltanto attraverso grandi iniziative. Può esprimersi anche attraverso gesti semplici: una parola, un ascolto, una benedizione, un incontro. Azioni apparentemente ordinarie che possono però lasciare un segno profondo e duraturo nella vita dei fedeli.
Da qui si sviluppa la terza raccomandazione, legata alla sollecitudine pastorale. Il vescovo deve «portare il suo popolo nel cuore» e fare in modo che la Chiesa affidatagli diventi «parte integrante della vostra vita, quasi una parte di voi stessi». È una responsabilità che il Papa collega direttamente alla dimensione della paternità episcopale: «avere un cuore grande, abbastanza grande per fare posto a tutti», portando i propri figli nella preghiera davanti al Signore.
In questa prospettiva, Leone XIV ha richiamato anche una riflessione di Papa Francesco, pronunciata il 12 settembre 2019 davanti ad altri vescovi impegnati nella formazione. Francesco aveva ricordato: «Esistiamo per rendere questa vicinanza palpabile». Il vescovo, dunque, deve rendere concreta la «tenerezza e la paternità di Dio», diventando per sacerdoti e fedeli «padre e fratello»: una persona capace di ascoltare, incoraggiare, pregare, riconoscere il bene compiuto e accompagnare con fiducia.
Particolare attenzione è stata riservata agli anziani e ai malati, categorie che rischiano più facilmente di sentirsi marginali in una società sempre più segnata dalla velocità e dall’efficienza. «Fate sentire loro che sono preziosi, che la Chiesa è loro riconoscente e che il vescovo non li dimentica», ha raccomandato Leone XIV, ribadendo così una concezione della comunità ecclesiale nella quale nessuno dovrebbe sentirsi escluso o inutile.
La quarta indicazione conduce infine al tema del servizio. Richiamandosi all’insegnamento di sant’Agostino, il Papa ha invitato i nuovi vescovi a fare del proprio ministero un amoris officium, un «servizio d’amore». È la carità pastorale, ha spiegato, che consente a Cristo Pastore di raggiungere il popolo che ama attraverso «la nostra umile persona».
Il riferimento assume un significato particolarmente rilevante di fronte alle trasformazioni che stanno investendo le società contemporanee. Leone XIV ha infatti collegato la responsabilità della Chiesa anche alle conseguenze dei grandi cambiamenti tecnologici, richiamando in particolare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il progresso tecnologico, ha osservato, non può da solo liberare l’umanità dal peccato e dalle sue conseguenze, come dimostrano in maniera «tragica» le crisi attraversate dal mondo.
È qui che emerge anche una dimensione sociale e culturale del messaggio rivolto ai nuovi vescovi. La Chiesa, secondo il Papa, è chiamata a mantenere la propria missione in un contesto nel quale innovazione tecnologica, trasformazioni economiche e nuove forme di comunicazione stanno modificando profondamente il modo di vivere, lavorare e relazionarsi. Il compito ecclesiale non consiste quindi nel contrapporsi al progresso, ma nel porre al centro la persona e la sua dignità.
Leone XIV ha invitato i vescovi a fare riferimento anche alla sua enciclica Magnifica humanitas, indicata come uno strumento per trovare «una visione e un metodo per affrontare la grande sfida della salvaguardia dell’umano nell’era dell’intelligenza artificiale». Una sfida che investe non soltanto la tecnologia, ma anche la politica, l’economia e la società, imponendo una riflessione sui limiti e sulle responsabilità dell’innovazione.
In questo scenario, il Papa ha chiesto ai nuovi vescovi di mantenere un cuore missionario e «aperto a tutti». Il messaggio consegnato a 147 pastori provenienti dal mondo intero tiene così insieme spiritualità e responsabilità concreta: rimanere radicati in Cristo, ma nello stesso tempo essere presenti nelle comunità; custodire la fede, ma anche ascoltare le trasformazioni della società; guidare, senza perdere la dimensione del servizio.
E soprattutto, ricordare che «nessun vescovo cammina da solo». Una frase che sintetizza la visione proposta da Leone XIV: il vescovo non come autorità isolata, ma come uomo inserito nella comunità, chiamato a camminare con il proprio popolo e a rendere visibile, attraverso la propria presenza, la prossimità di una Chiesa capace di accogliere, ascoltare e accompagnare.





