CRONACA - 08 settembre 2026, 19:33

Polizia penitenziaria, i sindacati sfiduciano il Provveditore: «Serve un immediato avvicendamento»

Sovraffollamento, carenza di organico, aggressioni, straordinari e deterioramento delle relazioni sindacali. È un atto di forte rottura quello sottoscritto dalle principali organizzazioni della Polizia penitenziaria del distretto che comprende Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. In una nota datata 7 settembre 2026, SAPPE, OSAPP, UIL PA Polizia Penitenziaria e USPP hanno formalizzato la sfiducia nei confronti dell’attuale gestione del Provveditorato regionale, chiedendo al Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria un «immediato avvicendamento»

Polizia penitenziaria, i sindacati sfiduciano il Provveditore: «Serve un immediato avvicendamento»

La presa di posizione arriva dopo quella che i sindacati definiscono una progressiva e strutturale degenerazione delle condizioni operative negli istituti delle tre regioni. Il documento, indirizzato al capo del DAP Stefano Carmine De Michele, alla direttrice generale del Personale Rita Monica Russo e agli uffici competenti per le relazioni sindacali, non presenta la sfiducia come una contestazione personale nei confronti del Provveditore, il cui nome non viene indicato nella nota, ma come una valutazione politica e amministrativa sull'adeguatezza dell'attuale gestione rispetto alla gravità della situazione.

A firmare il comunicato sono Santilli e Tristaino per il SAPPE, Romano per l’OSAPP, Napoli e Pagani per la UIL PA Polizia Penitenziaria e Giglio per l’USPP. Il messaggio è netto: «È venuta meno la fiducia nell’attuale gestione del Provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria per il Piemonte, la Liguria e la Valle d’Aosta». Una valutazione che, precisano le organizzazioni, sarebbe maturata nel tempo e sulla base dell’insieme delle criticità segnalate nei diversi istituti.

Il problema centrale indicato dai sindacati è quello degli organici. Nell’intero distretto, sostengono, sono state assegnate soltanto 30 nuove unità provenienti dall’ultimo corso di formazione degli agenti di Polizia penitenziaria. Un contingente che dovrebbe essere distribuito tra tre regioni e numerosi istituti e che, secondo le organizzazioni, non sarebbe nemmeno sufficiente a compensare il normale turnover determinato da pensionamenti, trasferimenti e cessazioni dal servizio. Il risultato, nella lettura sindacale, è che la forza effettivamente disponibile non aumenta in maniera significativa e che la continuità dei servizi continua a essere assicurata attraverso straordinari, accorpamenti dei posti di servizio e turnazioni particolarmente gravose.

Carcere Marassi

Il quadro piemontese viene descritto attraverso numeri che evidenziano la doppia pressione esercitata sul sistema: da una parte l’aumento della popolazione detenuta, dall’altra la riduzione della disponibilità effettiva di personale. Al 31 agosto 2026, nei 13 istituti penitenziari piemontesi risultano presenti 4.445 detenuti a fronte di una capienza regolamentare complessiva di 3.978 posti. La dotazione prevista della Polizia penitenziaria è di circa 3.071 unità, mentre quelle effettivamente presenti sarebbero circa 2.616, con una scopertura di circa 455 operatori, pari a quasi il 15%.

All'interno di questo quadro, la situazione di Aosta assume un rilievo particolare. I sindacati parlano di una «situazione di eccezionale gravità», legata soprattutto alla carenza di personale e alle difficoltà nella copertura dei servizi. Per le organizzazioni, il carcere valdostano non può essere considerato una realtà periferica da affrontare con interventi occasionali, ma necessita di un intervento straordinario calibrato sulle effettive esigenze dell’istituto.

La Valle d’Aosta viene così inserita in una fotografia complessiva che comprende anche Ivrea, dove risultano circa 145 appartenenti alla Polizia penitenziaria rispetto ai 176 previsti e 256 detenuti rispetto a 195 posti regolamentari, dei quali 22 non disponibili. Anche Cuneo e Vercelli vengono indicati tra gli istituti maggiormente in sofferenza, con particolare riferimento alle carenze nei diversi ruoli della Polizia penitenziaria e alla difficoltà di assicurare una copertura adeguata dei servizi.

Ma è soprattutto Torino a rappresentare, secondo i sindacati, il punto più evidente della crisi piemontese. Alla Casa circondariale «Lorusso e Cutugno» dall’inizio dell’anno sarebbero state registrate 57 aggressioni ai danni del personale. Un numero che le organizzazioni considerano non più riconducibile alla fisiologica complessità di un grande istituto, ma come il segnale di una condizione di sicurezza profondamente compromessa.

Il dato delle aggressioni, osservano i sindacati, non misura soltanto il rischio fisico corso dagli operatori. Dietro ogni episodio ci sono conseguenze sulla serenità, sulla motivazione e sulla tenuta psicologica di chi lavora quotidianamente all’interno delle sezioni detentive. E proprio la combinazione tra aggressioni, carenza di personale e ricorso allo straordinario viene indicata come uno dei principali fattori di logoramento del personale.

La stessa dinamica viene rilevata in Liguria. Al 31 agosto 2026, nei sei istituti penitenziari regionali risultano 1.498 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 1.111 posti, con un tasso di affollamento prossimo al 135%. Gli organici previsti per la Polizia penitenziaria ammontano a 977 unità, mentre quelle effettivamente presenti sarebbero circa 823, con una carenza di circa 154 operatori, pari a quasi il 16%.

Particolarmente delicata viene descritta la situazione della Casa circondariale di Genova Marassi, indicata come il secondo grande istituto del distretto dopo Torino. A settembre 2026 ospita circa 690 detenuti a fronte di poco più di 530 posti regolamentari, con un sovraffollamento vicino al 130%. La carenza di personale, secondo le organizzazioni, determina difficoltà nella copertura dei posti di servizio e un ricorso a straordinari, prolungamenti dei turni e accorpamenti.

A Marassi si aggiunge una criticità specifica legata alla carenza nel ruolo dei sovrintendenti, che comporterebbe in diversi casi l’affidamento di funzioni di preposto ad appartenenti ai ruoli agenti e assistenti. Nel frattempo, sostengono i sindacati, continuano a verificarsi aggressioni, incendi nelle camere detentive, danneggiamenti, atti autolesionistici e tentativi di suicidio.

Anche gli altri istituti liguri vengono citati nel documento. A Genova Pontedecimo ci sarebbero circa 160 detenuti per 96 posti, con un indice di sovraffollamento intorno al 167%. A Sanremo risultano circa 277 detenuti rispetto a 223 posti e il ricorso al lavoro straordinario, secondo i sindacati, sarebbe ormai diventato strutturale, utilizzato anche per garantire l’ordinaria articolazione dei turni. Alla Spezia ci sarebbero circa 226 detenuti per 152 posti, mentre gli appartenenti alla Polizia penitenziaria sarebbero circa 127 rispetto ai 146 previsti. A Imperia i detenuti sarebbero circa 72 per 53 posti, con 56 operatori rispetto ai 65 previsti. A Chiavari, infine, circa 60 detenuti occuperebbero una struttura da 52 posti.

Il filo conduttore della denuncia è dunque quello di un sistema nel quale l’emergenza sarebbe diventata ordinaria amministrazione. Per i sindacati, lo straordinario, la compressione dei riposi e delle ferie e l’accorpamento dei servizi non possono essere considerati strumenti fisiologici di organizzazione del lavoro. «Il sacrificio del personale non può diventare un modello organizzativo», affermano in sostanza le organizzazioni, rivendicando al contrario un intervento strutturale sugli organici e sull’organizzazione dei servizi.

Alla questione della sicurezza si aggiunge quella, più delicata sul piano dei rapporti interni, del deterioramento delle relazioni sindacali. Nel documento viene denunciato anche un aumento dei procedimenti disciplinari, descritto come «vertiginoso» e diffuso in realtà diverse del distretto, da Sanremo ad Aosta. I sindacati chiedono che lo strumento disciplinare venga utilizzato nel rispetto dei principi di proporzionalità, ragionevolezza e imparzialità e contestano il rischio che possa trasformarsi in uno strumento ordinario di governo del personale.

Carcere Torino

Un capitolo specifico riguarda inoltre i sistemi di videosorveglianza. Le organizzazioni riferiscono di segnalazioni secondo le quali le immagini installate per ragioni di sicurezza potrebbero essere state utilizzate anche per controllare l’attività del personale e sostenere successivamente procedimenti disciplinari. Non si tratta, nel comunicato, di un'accusa definitiva: i sindacati chiedono al DAP di verificare «se e in quali istituti» ciò sia avvenuto, con quali modalità e nel rispetto della normativa e delle garanzie previste. È un passaggio che potrebbe avere conseguenze rilevanti sul piano delle relazioni sindacali, perché investe direttamente il rapporto di fiducia tra personale e amministrazione.

La richiesta conclusiva è quindi politica e amministrativa insieme: il DAP dovrebbe valutare con urgenza l’avvicendamento del Provveditore regionale e imprimere una discontinuità nella gestione del distretto. I sindacati chiedono maggiore coordinamento tra gli istituti, interventi sugli organici, una revisione dell’organizzazione dei servizi, maggiore tutela dell’incolumità fisica e morale degli operatori e il ripristino di relazioni sindacali considerate corrette ed efficaci.

La posta in gioco, tuttavia, va oltre il rapporto tra sindacati e amministrazione penitenziaria. Il tema riguarda infatti il funzionamento complessivo dello Stato in territori nei quali la sicurezza delle carceri è direttamente collegata alla sicurezza delle comunità esterne, alla qualità del lavoro pubblico e alla capacità dell’amministrazione di garantire condizioni dignitose sia agli operatori sia alle persone detenute. Quando la carenza di personale viene compensata stabilmente con lo straordinario e quando la sicurezza dipende sempre più dalla disponibilità individuale degli agenti, il problema non è soltanto sindacale: diventa una questione di sostenibilità istituzionale.

È anche per questo che Torino, Genova, Aosta e gli altri istituti del distretto vengono richiamati nel documento come parti di un unico problema. «Non è normale. Non è sostenibile. Non è più accettabile», scrivono SAPPE, OSAPP, UIL PA Polizia Penitenziaria e USPP, prima di arrivare alla conclusione più politica della loro presa di posizione: «Non chiediamo ulteriori rassicurazioni. Chiediamo decisioni».

Una frase che fotografa il punto di rottura raggiunto nelle relazioni tra rappresentanze del personale e amministrazione. La richiesta di avvicendamento del Provveditore non è soltanto la conseguenza di 57 aggressioni a Torino, del sovraffollamento di Genova Marassi o delle carenze di organico di Aosta. È, nella lettura dei sindacati, il giudizio su un modello di gestione che avrebbe finito per affidare troppo a lungo la tenuta del sistema alla capacità di sacrificio degli operatori. Ora la parola passa al Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, chiamato a decidere se rispondere alla sfiducia con una nuova organizzazione del distretto oppure con interventi correttivi sull’attuale assetto. La questione, però, resta più ampia: perché una macchina penitenziaria che funziona soltanto grazie allo straordinario e alla resilienza del personale rischia prima o poi di trasformare l’emergenza in normalità. E, come ricordano i sindacati, «non può essere il personale a rappresentare, ancora una volta, la soluzione alle carenze dell’Amministrazione».

pi.mi.

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