Ci sono luoghi che non possono essere considerati alla stregua di un qualsiasi spazio pubblico. I cimiteri sono tra questi.
Sono luoghi nei quali una comunità conserva una parte di sé: i nomi, le famiglie, le professioni, le vicende personali e collettive, le tradizioni, le fotografie, le tombe monumentali e anche quelle più semplici. Sono, in definitiva, una sorta di archivio a cielo aperto della nostra storia.
Per questo merita attenzione l'iniziativa degli Amis du Cimetière du Bourg, che ha riportato al centro del dibattito pubblico la necessità di preservare e valorizzare il cimitero del Borgo di Aosta. Un'attenzione alla quale va riconosciuto anche il merito del presidente del Consiglio regionale Stefano Aggravi.
Ma proprio partendo da questa esperienza sarebbe opportuno aprire una riflessione più ampia, che riguardi l'intera Valle d'Aosta.
Perché non è ragionevole che ogni Comune possa affrontare la gestione, l'ampliamento, la riorganizzazione e persino la trasformazione dei propri cimiteri secondo criteri completamente diversi, senza una cornice regionale capace di garantire almeno alcuni principi comuni di tutela della memoria e del patrimonio storico delle comunità.
Non si tratta di impedire ai Comuni di intervenire quando necessario. I cimiteri hanno bisogno di manutenzione, di adeguamenti, di nuovi spazi e di servizi moderni. Ma modernizzare non dovrebbe mai significare cancellare.
E qualche domanda, francamente, sarebbe bene porsela.
Quando un cimitero viene trasformato radicalmente, quando tombe vengono spostate, quando vengono adottate soluzioni progettuali che finiscono per alterare l'impianto storico di un luogo, siamo sempre certi che quella sia davvero l'unica soluzione possibile? Oppure talvolta prevalgono logiche amministrative, progettuali e magari anche economiche che finiscono per considerare la memoria un ostacolo anziché un valore?
Il dubbio, soprattutto in una regione come la nostra, è legittimo.
La Valle d'Aosta è fatta anche di piccoli paesi e di piccole comunità nelle quali le generazioni si sono succedute mantenendo un rapporto fortissimo con i propri morti. Il cimitero non è soltanto il luogo nel quale si seppelliscono i defunti: è il luogo nel quale una comunità riconosce se stessa.
Anche l'ordine delle tombe, la loro disposizione, le cappelle, le iscrizioni e persino certe forme architettoniche raccontano una civiltà e un modo di intendere la vita e la morte.
Ecco perché sarebbe auspicabile che la Regione si interrogasse sulla possibilità di definire indirizzi di conservazione e tutela del patrimonio cimiteriale valdostano, lasciando naturalmente ai Comuni le proprie competenze, ma evitando che la sorte di luoghi di memoria così importanti dipenda esclusivamente dalle singole scelte amministrative.
C'è poi un'altra questione, più delicata, che meriterebbe forse una riflessione pubblica.
È quella del rapporto tra la società contemporanea e la memoria dei defunti. La cremazione e la possibilità di disperdere le ceneri rispondono a una scelta personale che va rispettata. Ma proprio perché il nostro rapporto con la morte sta cambiando, diventa ancora più importante interrogarsi su come mantenere un legame tra la persona scomparsa e la comunità alla quale è appartenuta.
La memoria privata e quella collettiva non sono necessariamente in contrapposizione.
E qui, francamente, una parola dalla Diocesi valdostana sarebbe quanto mai opportuna.
La Chiesa non ha certamente il compito di dettare le scelte urbanistiche dei Comuni, né quello di sostituirsi alle istituzioni civili. Ma la Chiesa valdostana custodisce una parte fondamentale della storia della nostra comunità e conosce meglio di chiunque altro il significato religioso, umano e culturale dei luoghi della sepoltura.
Per questo sarebbe interessante che la Diocesi partecipasse a una riflessione comune con Regione e Comuni.
Non per difendere semplicemente il passato, ma per evitare che, in nome di una presunta modernità, si finisca per perdere ciò che del passato continua a parlare al presente.
Perché un cimitero può essere contemporaneamente un luogo religioso, civile, storico e affettivo. E proprio per questo merita rispetto.
Il rischio, altrimenti, è che dietro parole apparentemente innocue come "ammodernamento", "riqualificazione", "razionalizzazione" o "riorganizzazione degli spazi" si nasconda una progressiva perdita di identità.
E sarebbe un paradosso: spendere risorse pubbliche per conservare castelli, edifici storici e testimonianze del passato e poi considerare i cimiteri semplicemente come aree sulle quali intervenire secondo le esigenze del momento.
I cimiteri valdostani sono patrimonio delle comunità.
Lo sono stati per le generazioni che ci hanno preceduto, lo sono per quelle che oggi li frequentano e dovrebbero esserlo anche per quelle che verranno.
Per questo la proposta che arriva dal cimitero del Borgo non dovrebbe rimanere una vicenda circoscritta ad Aosta.
Potrebbe diventare l'occasione per una discussione regionale seria: quale rapporto vogliamo avere con la memoria dei nostri morti?
La risposta dirà molto anche di quale idea abbiamo della nostra comunità.
Perché rispettare i morti, alla fine, significa rispettare i vivi. E rispettare la memoria significa rispettare noi stessi.
Rispetto della memoria
Il existe des lieux qui ne peuvent être considérés comme de simples espaces publics. Les cimetières sont certainement de ceux-là.
Ce sont des lieux où une communauté conserve une partie d’elle-même : les noms, les familles, les professions, les histoires personnelles et collectives, les traditions, les photographies, les tombes monumentales comme les plus modestes. Ils constituent, en définitive, une sorte d’archive à ciel ouvert de notre histoire.
C’est pourquoi l’initiative des Amis du Cimetière du Bourg mérite toute notre attention. Elle a permis de remettre au centre du débat public la nécessité de préserver et de valoriser le cimetière du Bourg d’Aoste. Une attention à laquelle il faut également reconnaître le mérite du président du Conseil de la Vallée, Stefano Aggravi.
Mais précisément à partir de cette expérience, il serait opportun d’ouvrir une réflexion plus large, qui concerne l’ensemble de la Vallée d’Aoste.
Car il n’est pas raisonnable que chaque commune puisse gérer, agrandir, réorganiser et même transformer ses cimetières selon des critères complètement différents, sans un cadre régional capable de garantir au moins certains principes communs de protection de la mémoire et du patrimoine historique des communautés.
Il ne s’agit évidemment pas d’empêcher les communes d’intervenir lorsque cela est nécessaire. Les cimetières doivent être entretenus, adaptés, agrandis et dotés de services modernes. Mais moderniser ne devrait jamais signifier effacer.
Et quelques questions, franchement, mériteraient d’être posées.
Lorsqu’un cimetière est profondément transformé, lorsque des tombes sont déplacées, lorsque des choix d’aménagement finissent par modifier la physionomie historique d’un lieu, sommes-nous toujours certains qu’il s’agit de l’unique solution possible ? Ou bien arrive-t-il parfois que des logiques administratives, techniques et, pourquoi pas, économiques finissent par considérer la mémoire comme un obstacle plutôt que comme une valeur ?
Le doute, surtout dans une région comme la nôtre, est légitime.
La Vallée d’Aoste est également faite de petits villages et de petites communautés au sein desquelles les générations se sont succédé en conservant un lien particulièrement fort avec leurs morts. Le cimetière n’est pas seulement le lieu où l’on enterre les défunts : c’est le lieu où une communauté se reconnaît elle-même.
L’organisation des tombes, leur disposition, les chapelles, les inscriptions et même certaines formes architecturales racontent une civilisation et une manière d’appréhender la vie et la mort.
Voilà pourquoi il serait souhaitable que la Région réfléchisse à la possibilité de définir des orientations communes en matière de conservation et de protection du patrimoine funéraire valdôtain, en laissant naturellement aux communes leurs compétences, mais en évitant que le destin de lieux de mémoire aussi importants dépende exclusivement de décisions administratives locales.
Il existe ensuite une autre question, plus délicate, qui mériterait elle aussi une réflexion publique.
C’est celle du rapport entre la société contemporaine et la mémoire des défunts. La crémation et la possibilité de disperser les cendres répondent à un choix personnel qui doit être respecté. Mais précisément parce que notre rapport à la mort est en train de changer, il devient encore plus important de réfléchir à la manière de maintenir un lien entre la personne disparue et la communauté à laquelle elle a appartenu.
La mémoire privée et la mémoire collective ne sont pas nécessairement contradictoires.
Et c’est ici que, franchement, une parole de l’Église valdôtaine serait particulièrement bienvenue.
L’Église n’a évidemment pas vocation à dicter les choix urbanistiques des communes, pas plus qu’elle n’a à se substituer aux institutions civiles. Mais l’Église valdôtaine est aussi dépositaire d’une part fondamentale de l’histoire de notre communauté et connaît mieux que quiconque la signification religieuse, humaine et culturelle des lieux de sépulture.
Il serait donc intéressant que le diocèse participe à une réflexion commune avec la Région et les communes.
Non pas pour défendre simplement le passé, mais pour éviter que, au nom d’une prétendue modernité, nous finissions par perdre ce qui, dans le passé, continue de parler au présent.
Car un cimetière peut être à la fois un lieu religieux, civil, historique et affectif. Et c’est précisément pour cela qu’il mérite le respect.
Le risque, sinon, est que derrière des mots apparemment anodins tels que « modernisation », « requalification », « rationalisation » ou « réorganisation des espaces » se cache une perte progressive de l’identité.
Et ce serait un paradoxe : consacrer des ressources publiques à la conservation des châteaux, des édifices historiques et des témoignages du passé, tout en considérant les cimetières comme de simples espaces à aménager en fonction des nécessités du moment.
Les cimetières valdôtains sont le patrimoine des communautés.
Ils l’ont été pour les générations qui nous ont précédés, ils le sont pour celles qui les fréquentent aujourd’hui et ils devraient l’être également pour celles qui viendront demain.
C’est pourquoi la proposition qui émerge du cimetière du Bourg ne devrait pas rester une affaire limitée à Aoste.
Elle pourrait devenir l’occasion d’un véritable débat régional : quel rapport voulons-nous entretenir avec la mémoire de nos morts ?
La réponse en dira long sur l’idée que nous nous faisons aussi de notre communauté.
Car respecter les morts, au fond, c’est respecter les vivants. Et respecter la mémoire, c’est nous respecter nous-mêmes.





