Non era soltanto una questione di chiodi. E soprattutto non era sufficiente piantare un chiodo nel posto sbagliato per spiegare perché, quel 2 ottobre 2024, il sistema ferroviario italiano fosse finito nel caos.
A quasi due anni di distanza arriva una pesante bocciatura per Rete Ferroviaria Italiana: l’Autorità di regolazione dei trasporti ha inflitto alla società una sanzione di 1,75 milioni di euro per il disastro ferroviario provocato dal guasto verificatosi nel nodo di Roma Termini.
Una decisione che riporta inevitabilmente alla memoria le dichiarazioni dell'allora ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini. Nelle ore immediatamente successive al blocco, Salvini aveva indicato come responsabile l’errore di una ditta privata impegnata nei lavori notturni: un operaio avrebbe piantato un chiodo danneggiando un cavo.
«Non è possibile che se uno alle tre di notte pianta un chiodo nel posto sbagliato, tu rovini la giornata di lavoro a migliaia di persone», era stato, in sostanza, il ragionamento del ministro.
Il problema è che oggi la ricostruzione appare decisamente più complessa.
L’Autorità dei Trasporti, al termine del procedimento avviato nel luglio 2025, ha infatti accertato “molteplici carenze” nella gestione dell’infrastruttura, sia prima del disservizio sia durante l’emergenza. Secondo l’Authority, Rfi non avrebbe adottato misure adeguate a garantire l’esercizio e la manutenzione dell’infrastruttura, assicurandone accessibilità e funzionalità.
E qui sta la differenza sostanziale.
Il danneggiamento provocato durante i lavori può essere stato l’innesco dell’incidente. Ma un sistema ferroviario nazionale non dovrebbe trasformare automaticamente un singolo guasto in una paralisi di queste proporzioni.
I numeri raccontano meglio di qualsiasi polemica politica cosa accadde quel giorno: 1.165 treni coinvolti e 69.267 minuti complessivi di ritardo, con centinaia di soppressioni e deviazioni. L’Autorità ha inoltre parlato di una lesione del diritto alla mobilità dei passeggeri.
Insomma, il chiodo può aver fatto saltare il sistema, ma secondo l’Authority Rfi avrebbe dovuto avere una rete e procedure capaci di contenere le conseguenze del guasto.
Una conclusione che inevitabilmente riapre anche il capitolo delle responsabilità politiche.
Perché nel 2024 la narrazione del “chiodo” aveva un vantaggio evidente: individuava immediatamente un responsabile esterno, una ditta privata, un errore umano. Una spiegazione semplice per un problema enorme.
Oggi, invece, la fotografia restituita dall’Autorità è assai meno semplice: c’è un errore materiale, ma ci sono anche carenze nella gestione dell’infrastruttura che hanno contribuito a trasformare quell’errore in un’emergenza nazionale.
Rfi, naturalmente, respinge questa lettura. La società ha ribadito che l’accaduto è riconducibile all’operato di una ditta esterna al gruppo, impegnata nei lavori notturni, e sostiene di aver adottato tempestivamente tutte le misure necessarie per ripristinare la circolazione.
La partita, dunque, potrebbe non essere ancora chiusa: Rfi può impugnare la decisione dell’Autorità.
Ma sul piano politico una conseguenza è già evidente.
Quel 2 ottobre 2024 Salvini raccontò un fatto vero, ma probabilmente raccontò soltanto una parte della storia.
Il chiodo c’era. Il guasto c’era. La ditta esterna c’era.
Quello che, secondo l’Autorità dei Trasporti, non c’era a sufficienza erano invece le misure necessarie a impedire che un guasto si trasformasse nel blocco di oltre mille treni e in quasi 70 mila minuti di ritardi.
E allora la domanda diventa inevitabile: se basta un chiodo per mettere in ginocchio la rete ferroviaria italiana, il problema è davvero soltanto chi ha piantato quel chiodo?
La multa da 1,75 milioni di euro sembra suggerire una risposta diversa da quella fornita dal ministro due anni fa.





