...e il miracolo delle nuove edizioni
C’è una tradizione che, a differenza di molte altre, non conosce crisi e torna puntuale ogni settembre: quella del conto presentato alle famiglie per mandare i figli a scuola. Si parla tanto di diritto allo studio, di scuola pubblica, di pari opportunità e di contrasto alle disuguaglianze, ma poi basta entrare in una libreria o guardare il totale della lista del materiale scolastico per rendersi conto di quanto quelle belle parole rischino di rimanere sulla carta. Libri di testo, quaderni, zaini, astucci, cancelleria e tutto ciò che serve per affrontare un nuovo anno scolastico rappresentano per molte famiglie una spesa tutt’altro che secondaria, soprattutto in un periodo nel quale il bilancio familiare è già sottoposto a continue pressioni. E la cosa più curiosa è che, mentre ci raccontiamo che l'istruzione è uno dei principali strumenti per garantire uguaglianza sociale, continuiamo ad accettare come normale che l'inizio della scuola coincida con una consistente uscita economica che non tutte le famiglie affrontano con la stessa tranquillità.
Ma c’è un aspetto del caro scuola che meriterebbe una riflessione molto più seria di quella che normalmente gli viene riservata: il sistema delle nuove edizioni dei libri di testo. Perché qui, qualche domanda scomoda, sarebbe finalmente il caso di porsela. È certamente comprensibile che un libro debba essere aggiornato quando cambiano realmente i contenuti, quando nuove scoperte modificano le conoscenze scientifiche, quando cambiano le normative o quando un programma necessita di un'impostazione diversa. Nessuno pensa che un manuale debba rimanere identico per decenni. Il problema nasce quando la parola “nuova edizione” sembra diventare una formula magica capace di trasformare un libro ancora perfettamente utilizzabile in un prodotto improvvisamente da sostituire. Una copertina diversa, una grafica rinnovata, qualche immagine cambiata, alcuni esercizi spostati o aggiunti e magari qualche modifica marginale alla disposizione delle pagine: quanto basta, in certi casi, per rendere molto più difficile il riutilizzo del libro dell'anno precedente.
E qui il dubbio diventa inevitabile: siamo davvero sicuri che ogni nuova edizione sia sempre necessaria? Perché un genitore che si trova davanti a due libri dello stesso titolo, della stessa materia e con contenuti sostanzialmente sovrapponibili, ma appartenenti a due edizioni differenti, qualche domanda se la pone. Soprattutto quando scopre che il libro del fratello maggiore, acquistato magari soltanto un paio d'anni prima, non può essere utilizzato dal fratello minore perché le pagine indicate dall'insegnante non corrispondono più, oppure perché sono stati modificati alcuni esercizi. In quel momento la parola “aggiornamento” rischia di assumere un significato piuttosto elastico. E viene spontaneo chiedersi se dietro alcune di queste operazioni non ci sia anche una logica commerciale: perché se un prodotto è indispensabile e il suo acquisto è sostanzialmente obbligato, il fatto di renderlo difficilmente riutilizzabile garantisce evidentemente un mercato nuovo ogni anno.
Il punto, sia chiaro, non è demonizzare gli editori e nemmeno mettere sul banco degli imputati gli insegnanti, che spesso si trovano a scegliere tra strumenti didattici disponibili e programmi da rispettare. Il problema è il meccanismo complessivo, che sembra essere stato costruito senza preoccuparsi abbastanza di chi alla fine paga il conto. Perché il libro scolastico non è un acquisto voluttuario: non è un romanzo che si può scegliere di comprare oppure no, né un prodotto che il consumatore può semplicemente sostituire con quello di un concorrente più economico. Quando viene adottato un determinato testo, la famiglia deve procurarsi proprio quello. E se l'edizione cambia, il margine di scelta si riduce ulteriormente. È una situazione nella quale il concetto di mercato libero appare quantomeno singolare: il cliente è sostanzialmente obbligato ad acquistare e il prodotto è necessario per permettere al figlio di seguire regolarmente le lezioni.
A questo punto qualcuno dovrebbe avere il coraggio di chiedere che cosa impedisca di progettare libri scolastici destinati a durare più a lungo, con aggiornamenti realmente necessari e facilmente riconoscibili. Perché non rendere obbligatoria una maggiore trasparenza sulle modifiche tra una versione e l'altra? Perché non spiegare chiaramente alle famiglie quali contenuti sono stati effettivamente cambiati e per quale ragione il nuovo testo dovrebbe essere preferibile al precedente? E soprattutto, perché non incentivare seriamente il mercato dell'usato, invece di costruire continuamente ostacoli al riutilizzo? È piuttosto curioso che in un'epoca nella quale tutti parlano di sostenibilità, economia circolare e riduzione degli sprechi, la scuola continui a produrre ogni anno una quantità enorme di libri che, pur essendo materialmente integri e spesso ancora validissimi dal punto di vista didattico, finiscono per essere inutilizzati semplicemente perché appartengono all'edizione precedente.
Il risultato è che la famiglia paga, il ragazzo studia e il libro, terminato l'anno scolastico, rischia di diventare un oggetto senza più valore. Salvo poi ricominciare tutto da capo pochi mesi dopo. E allora forse sarebbe il caso di smettere di considerare il caro libri come una normale seccatura di settembre, una di quelle spese che “bisogna mettere in conto”. Non dovrebbe essere normale che una famiglia debba scegliere dove risparmiare per poter acquistare tutto il necessario per la scuola. Non dovrebbe essere normale che un libro ancora perfettamente utilizzabile diventi improvvisamente inutile per differenze che, in alcuni casi, sembrano più legate alla confezione che alla sostanza. E soprattutto non dovrebbe essere normale che nessuno senta il bisogno di verificare fino in fondo se ogni nuova edizione rappresenti davvero un indispensabile passo avanti oppure, qualche volta, soltanto una nuova occasione di vendita.
La scuola dovrebbe essere il luogo nel quale si costruiscono opportunità, non quello nel quale le differenze economiche tra le famiglie rischiano di diventare ancora più evidenti. Se davvero crediamo che l'istruzione sia un diritto fondamentale e uno strumento di emancipazione sociale, allora dobbiamo avere il coraggio di intervenire anche su ciò che avviene intorno alla scuola. Il caro libri non è soltanto una questione di prezzi: è una questione di regole, di trasparenza, di riutilizzo e di responsabilità. E sarebbe interessante, una volta tanto, mettere al centro non le esigenze del sistema ma quelle di chi quel sistema lo finanzia ogni anno, cioè le famiglie.
Perché alla fine la domanda è molto semplice e non richiede grandi commissioni parlamentari: se il contenuto è praticamente lo stesso, perché dobbiamo continuare a comprare una copertina nuova? Se davvero la risposta è che serve per insegnare meglio, nessun problema: lo si dimostri. Ma se invece scopriamo che una parte delle nuove edizioni serve soltanto a impedire il passaggio del libro da un fratello all'altro, da uno studente all'altro, allora sarebbe bene chiamare le cose con il loro nome. In una scuola che pretende di educare al risparmio, al rispetto dell'ambiente e alla lotta agli sprechi, forse il primo esempio dovrebbe arrivare proprio dai libri sui quali chiediamo ai nostri ragazzi di studiare.
Perché la scuola può anche essere pubblica e formalmente gratuita, ma finché ogni settembre alle famiglie arriva un conto sempre più pesante, parlare di diritto allo studio senza affrontare questo problema significa raccontare soltanto metà della storia. E forse è proprio arrivato il momento di chiedersi se, dietro certe copertine nuove di zecca, ci sia davvero una scuola nuova oppure semplicemente un vecchio business che ha trovato il modo di ricominciare ogni anno da capo.
Il caro scuola....e il miracolo delle nuove edizioni
Il existe une tradition qui, contrairement à bien d’autres, ne connaît pas la crise et revient ponctuellement chaque mois de septembre : celle de la facture présentée aux familles pour envoyer leurs enfants à l’école. On parle beaucoup du droit à l’éducation, de l’école publique, de l’égalité des chances et de la lutte contre les inégalités. Mais il suffit d’entrer dans une librairie ou de regarder le montant total de la liste des fournitures scolaires pour se rendre compte à quel point ces belles paroles risquent de rester lettre morte. Manuels scolaires, cahiers, cartables, trousses, fournitures, matériel divers : tout ce qui est nécessaire pour affronter une nouvelle année scolaire représente pour de nombreuses familles une dépense loin d’être négligeable, surtout à une époque où le budget familial est déjà soumis à des pressions constantes. Et le plus curieux, c’est que, tout en nous répétant que l’éducation est l’un des principaux instruments permettant de garantir l’égalité sociale, nous continuons à considérer comme normal que la rentrée scolaire coïncide avec une importante dépense que toutes les familles ne peuvent pas assumer avec la même sérénité.
Mais il y a un aspect du coût de la rentrée qui mériterait une réflexion beaucoup plus sérieuse que celle qu’on lui consacre habituellement : le système des nouvelles éditions des manuels scolaires. Car c’est précisément ici qu’il faudrait enfin avoir le courage de poser quelques questions gênantes. Il est évidemment compréhensible qu’un livre doive être mis à jour lorsque son contenu évolue réellement, lorsque de nouvelles découvertes modifient les connaissances scientifiques, lorsque la législation change ou lorsqu’un programme nécessite une approche différente. Personne ne prétend qu’un manuel doit rester identique pendant des décennies. Le problème apparaît lorsque l’expression « nouvelle édition » semble devenir une formule magique capable de transformer un livre encore parfaitement utilisable en un produit qu’il faudrait soudainement remplacer. Une nouvelle couverture, une présentation graphique modernisée, quelques images différentes, certains exercices déplacés ou ajoutés et, éventuellement, quelques modifications marginales dans la disposition des pages : parfois, cela suffit à rendre beaucoup plus difficile la réutilisation du manuel de l’année précédente.
Et là, le doute devient inévitable : sommes-nous vraiment certains que chaque nouvelle édition soit toujours nécessaire ? Lorsqu’un parent se retrouve face à deux livres portant le même titre, consacrés à la même matière et présentant des contenus largement similaires, mais appartenant à deux éditions différentes, il est légitime qu’il se pose quelques questions. Surtout lorsqu’il découvre que le manuel du frère aîné, acheté seulement deux ans auparavant, ne peut pas être utilisé par le plus jeune parce que les pages indiquées par l’enseignant ne correspondent plus, ou parce que certains exercices ont été modifiés. À ce moment-là, le mot « mise à jour » risque de prendre une signification pour le moins élastique. Et il devient naturellement légitime de se demander si, derrière certaines de ces opérations, il n’existe pas aussi une logique commerciale : car lorsqu’un produit est indispensable et que son achat est pratiquement obligatoire, le fait de le rendre difficilement réutilisable garantit évidemment un nouveau marché chaque année.
Soyons clairs : il ne s’agit pas de diaboliser les éditeurs, ni de mettre les enseignants au banc des accusés, eux qui doivent souvent choisir parmi les outils pédagogiques disponibles tout en respectant les programmes. Le problème réside dans le mécanisme d’ensemble, qui semble avoir été construit sans se préoccuper suffisamment de ceux qui, au bout du compte, paient la facture. Car le manuel scolaire n’est pas un achat de confort : ce n’est pas un roman que l’on peut décider d’acheter ou non, ni un produit que le consommateur peut simplement remplacer par celui d’un concurrent moins cher. Lorsqu’un manuel précis est adopté, la famille doit se le procurer. Et lorsque l’édition change, sa marge de choix se réduit encore davantage. C’est une situation dans laquelle la notion de marché libre apparaît pour le moins singulière : le client est pratiquement obligé d’acheter et le produit est nécessaire pour permettre à son enfant de suivre normalement les cours.
À ce stade, quelqu’un devrait avoir le courage de demander ce qui empêche de concevoir des manuels scolaires destinés à durer plus longtemps, avec des mises à jour réellement nécessaires et clairement identifiables. Pourquoi ne pas imposer davantage de transparence sur les modifications apportées d’une version à l’autre ? Pourquoi ne pas expliquer clairement aux familles quels contenus ont réellement été modifiés et pour quelle raison le nouveau manuel serait préférable au précédent ? Et surtout, pourquoi ne pas encourager sérieusement le marché de l’occasion, au lieu de multiplier les obstacles à la réutilisation ? Il est pour le moins curieux qu’à une époque où tout le monde parle de développement durable, d’économie circulaire et de réduction des déchets, l’école continue chaque année à produire une quantité considérable de livres qui, bien qu’étant matériellement intacts et souvent encore parfaitement valables sur le plan pédagogique, finissent inutilisés simplement parce qu’ils appartiennent à l’édition précédente.
Le résultat est simple : la famille paie, l’élève étudie et, une fois l’année scolaire terminée, le livre risque de devenir un objet sans valeur. Jusqu’à ce que tout recommence quelques mois plus tard. Il serait donc peut-être temps d’arrêter de considérer le coût des manuels comme une simple corvée de septembre, l’une de ces dépenses qu’il faudrait simplement « prévoir dans le budget ». Il ne devrait pas être normal qu’une famille soit obligée de choisir sur quoi économiser afin de pouvoir acheter tout ce qui est nécessaire pour l’école. Il ne devrait pas être normal qu’un livre encore parfaitement utilisable devienne soudainement inutile en raison de différences qui, dans certains cas, semblent davantage liées à la présentation qu’au contenu. Et surtout, il ne devrait pas être normal que personne ne ressente le besoin de vérifier sérieusement si chaque nouvelle édition constitue réellement une avancée indispensable ou, parfois, simplement une nouvelle occasion de vendre.
L’école devrait être le lieu où l’on construit des opportunités, et non celui où les différences économiques entre les familles risquent de devenir encore plus visibles. Si nous croyons réellement que l’éducation est un droit fondamental et un instrument d’émancipation sociale, alors nous devons avoir le courage d’intervenir également sur tout ce qui entoure l’école. Le coût des manuels n’est pas seulement une question de prix : c’est une question de règles, de transparence, de réutilisation et de responsabilité. Et il serait intéressant, pour une fois, de placer au centre non pas les besoins du système, mais ceux de ceux qui financent ce système chaque année : les familles.
Car au fond, la question est très simple et ne nécessite pas de grandes commissions parlementaires : si le contenu est pratiquement le même, pourquoi devons-nous continuer à acheter une nouvelle couverture ? Si la réponse est réellement que cette nouvelle édition permet de mieux enseigner, aucun problème : qu’on nous le démontre. Mais si nous découvrons qu’une partie de ces nouvelles éditions sert uniquement à empêcher qu’un livre passe d’un frère à l’autre, d’un élève à l’autre, alors il serait temps d’appeler les choses par leur nom. Dans une école qui prétend apprendre aux jeunes à économiser, à respecter l’environnement et à lutter contre le gaspillage, le premier exemple devrait peut-être venir précisément des livres dans lesquels nous leur demandons d’étudier.
Car l’école peut bien être publique et officiellement gratuite, tant que chaque mois de septembre les familles reçoivent une facture toujours plus lourde, parler de droit à l’éducation sans s’attaquer à ce problème revient à ne raconter que la moitié de l’histoire. Et peut-être est-il grand temps de se demander si, derrière certaines couvertures flambant neuves, se cache réellement une école nouvelle ou simplement un vieux business qui a trouvé le moyen de recommencer chaque année à zéro.





