Un cucciolo stretto accanto a una persona che chiede qualche moneta può suscitare compassione, spingere un passante a fermarsi e ad aprire il portafoglio. Ma proprio quella scena, apparentemente semplice e quotidiana, può nascondere una realtà molto più complessa. È questo il punto di partenza dell'allarme rilanciato da Lorenzo Croce, presidente dell'Associazione italiana difesa animali ed ambiente (AIDAA), secondo il quale sarebbero almeno 300 i cani utilizzati in Italia nel circuito del cosiddetto racket delle elemosine, con una presenza particolarmente significativa di animali molto giovani.
La denuncia riguarda diverse grandi città italiane e indica, tra le altre, Torino, Milano, Venezia, Firenze, Ancona, L'Aquila e Roma. Secondo Croce, gli animali verrebbero utilizzati come strumento per suscitare la compassione dei passanti e aumentare così gli incassi della giornata. Un'accusa pesante, che va distinta dalle situazioni di autentica marginalità nelle quali una persona senza casa vive realmente insieme al proprio cane e può avere con l'animale un rapporto di affetto e reciproco sostegno.
La distinzione è fondamentale. Non tutti coloro che chiedono l'elemosina accompagnati da un cane fanno parte di un'organizzazione criminale e non ogni cane accanto a una persona che vive in strada è vittima di sfruttamento. Il problema nasce quando l'animale diventa uno strumento di pressione economica, viene fatto vivere in condizioni incompatibili con il suo benessere o viene utilizzato da persone che, a loro volta, possono trovarsi in una condizione di forte vulnerabilità.
«Sono almeno 300 cani, tra cui moltissimi cuccioli, in possesso del racket delle elemosine», sostiene Croce, secondo il quale gli animali sarebbero presenti anche in insediamenti periferici e verrebbero portati nelle zone maggiormente frequentate delle città. Il presidente AIDAA parla di animali «sfruttati» e denuncia condizioni di maltrattamento che, sempre secondo la sua ricostruzione, coinvolgerebbero anche alcune delle persone costrette a mendicare.
Il fenomeno, del resto, non è nuovo. Già nel 2012 AIDAA denunciava pubblicamente l'utilizzo di cuccioli e altri animali nell'accattonaggio, sostenendo che il loro impiego potesse alimentare anche traffici illegali. Negli anni successivi sono emersi episodi concreti che hanno dato sostanza alla necessità di controllare il fenomeno senza confondere automaticamente povertà e criminalità.
Particolarmente significativo è il caso di Torino. Nel febbraio 2024 la Polizia locale aveva scoperto un'organizzazione che, secondo quanto riportato dalla stampa locale, gestiva mendicanti e cani utilizzati per chiedere denaro nel centro cittadino. Nell'operazione erano state identificate e denunciate 20 persone, con contestazioni che comprendevano anche il maltrattamento di animali. Un precedente che dimostra come, almeno in alcuni casi, dietro l'utilizzo sistematico degli animali possano effettivamente emergere strutture organizzate e non semplicemente singoli episodi di accattonaggio.
Anche Milano ha conosciuto un'inchiesta particolarmente grave. Nel 2021 la polizia arrestò due persone nell'ambito di un'indagine su un gruppo che avrebbe costretto alcuni connazionali a mendicare con i propri cani per molte ore al giorno. Secondo le ricostruzioni dell'epoca, erano sette le persone sfruttate e gli animali furono sequestrati e affidati al canile comunale.
Sono episodi che aiutano a comprendere perché l'allarme di oggi non possa essere liquidato semplicemente come una polemica animalista. Dietro la questione dei cani c'è infatti anche un problema sociale. Se una persona viene obbligata a trascorrere ore in strada per consegnare ogni sera una determinata somma di denaro, non siamo più soltanto davanti a una questione di decoro urbano o di accattonaggio: entrano in gioco la dignità della persona, lo sfruttamento della marginalità e la capacità dello Stato di individuare chi organizza e trae profitto da quella situazione.
Croce parla di cifre che, secondo la sua denuncia, potrebbero arrivare complessivamente a circa 10.000 euro al giorno, con un giro d'affari potenziale di diversi milioni di euro all'anno. Sono stime attribuite all'associazione e che richiederebbero naturalmente riscontri investigativi per essere considerate dati accertati. Ma anche senza fermarsi al conto economico, il punto politico rimane: se l'elemosina organizzata produce profitti rilevanti attraverso lo sfruttamento contemporaneo di persone e animali, il contrasto non può limitarsi al sequestro del singolo cane trovato in strada.
«Non basta sequestrare i cani usati per le elemosine», afferma Croce, chiedendo controlli a tappeto nelle città interessate e soprattutto indagini capaci di risalire ai livelli organizzativi superiori. È questa probabilmente la parte più importante della denuncia: intervenire sull'animale senza affrontare l'eventuale rete che lo utilizza rischia di risolvere soltanto l'ultimo anello della catena.
Sul piano sociale, però, esiste anche il rischio opposto: criminalizzare indistintamente chi vive per strada. Una politica efficace dovrebbe saper distinguere il clochard che considera il proprio cane un compagno inseparabile da chi utilizza l'animale come strumento di guadagno o lo sottopone a condizioni di sofferenza. È una distinzione che richiede controlli veterinari, forze dell'ordine, servizi sociali e associazioni capaci di collaborare.
E proprio qui si apre una questione più ampia che riguarda anche i territori alpini e il Piemonte, oltre alla vicina Valle d'Aosta. La dimensione del fenomeno non può essere valutata soltanto sulla base delle grandi metropoli. Le città turistiche, i centri commerciali, le stazioni ferroviarie e le aree caratterizzate da forte presenza di visitatori possono diventare luoghi nei quali la presenza di un cucciolo aumenta la capacità di suscitare compassione e, conseguentemente, di raccogliere denaro. Per questo anche i territori più piccoli non possono considerarsi automaticamente estranei al problema.
La stessa esperienza del Trentino mostra inoltre come la questione possa arrivare fino alla gestione concreta degli animali. Nel 2024, per esempio, due cucciole, Lizzy e Betty, erano state recuperate da volontarie impegnate sul fronte del contrasto all'utilizzo dei cani nell'elemosina. Nella stessa area erano state raccontate anche situazioni relative a presunti traffici di animali, microchip irregolari e cani tenuti in condizioni problematiche.
Il quadro che emerge, dunque, è quello di un fenomeno che merita attenzione senza semplificazioni. La tutela degli animali deve procedere insieme alla tutela delle persone vulnerabili. Se esiste un racket, bisogna colpire chi lo organizza e chi ne trae profitto; se esiste una situazione di povertà estrema, bisogna offrire alla persona una via d'uscita; se c'è un animale maltrattato, bisogna intervenire immediatamente.
C'è poi una responsabilità che riguarda tutti noi. Il passante che lascia una moneta non può conoscere sempre ciò che si nasconde dietro quella richiesta. Ma può imparare a osservare: le condizioni dell'animale, la presenza costante di cuccioli, eventuali cambi frequenti degli animali, situazioni di evidente sofferenza. In presenza di sospetti concreti, la strada non è affrontare personalmente chi chiede denaro, ma rivolgersi alle autorità competenti o alle associazioni presenti sul territorio.
L'obiettivo, insomma, non dovrebbe essere quello di rendere invisibili i poveri dalle strade delle nostre città. Dovrebbe essere esattamente il contrario: rendere visibili le persone vulnerabili per sottrarle allo sfruttamento e, contemporaneamente, impedire che un animale indifeso diventi una semplice «macchina per fare soldi».
«Questo orrore, questo nuovo schiavismo deve finire», sostiene Croce, chiedendo un intervento capace di andare oltre il semplice sequestro degli animali. Ed è proprio questa la sfida che la denuncia consegna alla politica e alle istituzioni: non limitarsi a intervenire quando il caso diventa virale, ma costruire una rete stabile di controlli, servizi sociali e tutela veterinaria.
Perché dietro quei 300 cani, se il dato denunciato da AIDAA troverà conferma nelle verifiche delle autorità, non ci sarebbero soltanto 300 animali da salvare. Ci sarebbero storie di cuccioli sottratti a una vita normale, persone potenzialmente sfruttate e un sistema economico costruito sulla compassione dei cittadini. E allora la questione smette di essere soltanto animalista e diventa una questione di civiltà. Come ricorda Croce, «non basta sequestrare i cani»: bisogna capire chi li porta in strada, chi incassa il denaro e chi organizza il meccanismo. Solo così la solidarietà spontanea dei cittadini potrà tornare a essere ciò che dovrebbe sempre essere: un aiuto a chi ha davvero bisogno, non una fonte di profitto per chi sfrutta la disperazione degli altri e la fragilità degli animali.




