Prima di ricevere il Premio Aragona 2026, nella giornata del 26 agosto, Marco Sorbara ha voluto incontrare Rocco Femia. Una scelta tutt'altro che casuale, maturata dopo un precedente confronto a Napoli e resa ancora più significativa dalla recente decisione della Cassazione che ha rigettato la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione presentata dal sindaco di Marina di Gioiosa Ionica.
Due storie giudiziarie diverse, ma segnate entrambe dalla privazione della libertà e da una successiva assoluzione. Femia ha trascorso cinque anni e dieci giorni in carcere prima di essere definitivamente assolto per non aver commesso il fatto. Sorbara ha trascorso 909 giorni tra carcere e detenzione domiciliare, prima dell'assoluzione definitiva perché il fatto non sussiste.
«Prima di andare a ricevere un premio così importante ho sentito che dovevo passare da Rocco», ha spiegato Sorbara. «In un momento come questo non bastano le telefonate o i messaggi. Volevo guardarlo negli occhi, abbracciarlo e fargli sentire concretamente tutto il mio sostegno».
L'incontro arriva pochi giorni dopo una serata particolarmente partecipata a Marina di Gioiosa Ionica. Il 20 agosto una piazza gremita aveva accolto la presentazione di Basta coprire i polsi. Storia vera di un sindaco innocente, il libro nel quale Femia racconta la propria vicenda insieme alla giornalista Simona Musco, con la moderazione di Tommaso Labate.
Una storia che, nel corso degli anni, è passata dalle aule giudiziarie alla vita di una comunità. Femia era stato arrestato nel maggio 2011, quando ricopriva la carica di sindaco, con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e di rapporti con il clan Mazzaferro. Dopo le condanne nei primi due gradi di giudizio, la Cassazione aveva disposto un nuovo processo d'appello, conclusosi con l'assoluzione per non aver commesso il fatto.
La sentenza è diventata definitiva, ma nel frattempo Femia aveva trascorso oltre cinque anni in carcere. Un periodo che ha avuto conseguenze sulla sua attività politica, professionale e familiare, fino alla necessità di vendere la propria attività per affrontare le difficoltà economiche legate alla vicenda giudiziaria.
Poi il ritorno alla vita pubblica. E il ritorno alla guida del Comune, scelto nuovamente dagli elettori.
È anche questo uno degli aspetti più significativi della storia di Femia: una comunità che, dopo averlo visto finire al centro di un'inchiesta per mafia, ha deciso di riaffidargli il governo della città.
Sul piano giudiziario, invece, la vicenda non si è conclusa con l'assoluzione. Femia ha chiesto allo Stato la riparazione per gli anni trascorsi in carcere, ma la richiesta è stata rigettata.
Il punto è delicato perché il giudizio sulla riparazione per ingiusta detenzione segue criteri diversi rispetto all'accertamento della responsabilità penale. L'assoluzione non determina automaticamente il diritto all'indennizzo e viene valutato anche l'eventuale comportamento della persona che possa aver contribuito, con dolo o colpa grave, all'applicazione della misura cautelare.
È proprio questa distinzione a rendere la vicenda particolarmente significativa. Perché da una parte resta una sentenza definitiva di assoluzione, dall'altra il mancato riconoscimento della riparazione.
Nel procedimento sono stati presi in considerazione anche comportamenti e rapporti già esaminati nel processo. Eppure la stessa Corte d'Appello che aveva assolto Femia aveva evidenziato l'assenza di un quadro probatorio significativo ai fini della sua colpevolezza e aveva ricostruito una serie di iniziative amministrative che andavano nella direzione del contrasto agli interessi mafiosi.
Tra queste, l'affidamento degli appalti alla Stazione unica appaltante provinciale, anche per importi inferiori ai 150 mila euro, l'acquisto di mezzi comunali per effettuare direttamente piccoli lavori e provvedimenti amministrativi nei confronti di beni riconducibili a esponenti della criminalità organizzata.
Una ricostruzione che rende ancora più complesso il confronto pubblico sul caso. E che spiega perché Sorbara insista sulla necessità di non trasformare la propria esperienza in una battaglia contro la magistratura.
«La vicenda di Rocco e la mia non devono diventare una battaglia contro la magistratura, contro le forze dell'ordine o contro lo Stato», ha sottolineato. «Sarebbe l'esatto contrario del messaggio che voglio portare».
Il ragionamento di Sorbara parte dalla fiducia nelle istituzioni, ma non rinuncia alla necessità di porre domande. «Io credo nello Stato», ha detto. «Proprio perché credo nella giustizia penso che dobbiamo avere il coraggio di interrogarci anche quando qualcosa non ha funzionato».
È una posizione che sposta il confronto dal terreno della contrapposizione a quello della responsabilità istituzionale. Una democrazia forte, secondo Sorbara, non è quella che considera intoccabili le proprie decisioni, ma quella che riesce a misurarsi anche con le conseguenze degli errori.
«Uno Stato forte non deve avere paura di guardare alle conseguenze dei propri errori», ha affermato.
Il tema è anche profondamente sociale. Dietro le formule giuridiche ci sono anni di vita sottratti alla libertà, famiglie costrette a cambiare la propria quotidianità, rapporti personali compromessi e attività economiche messe in discussione.
«Cinque anni e dieci giorni non sono un numero», ha ricordato Sorbara parlando dell'esperienza di Femia. «Sono una parte enorme della vita di una persona. Sono famiglia, figli, lavoro, dignità, paura, solitudine, speranza. Un'assoluzione restituisce giuridicamente l'innocenza, ma nessuna sentenza può restituire il tempo».
È qui che il percorso di Sorbara e quello di Femia si incontrano nuovamente. Non soltanto nella sofferenza vissuta, ma nella scelta di trasformarla in una testimonianza.
Sorbara ha fatto di questa testimonianza una parte della propria attività pubblica, anche attraverso La Gabbia – 4 passi per 2, il progetto con il quale porta nelle scuole e nei luoghi frequentati dai giovani una riproduzione di una cella per parlare di libertà, legalità, responsabilità e valore delle istituzioni.
«La mia esperienza avrebbe potuto lasciarmi soltanto rabbia», ha raccontato. «Ho scelto invece di provare a trasformarla in qualcosa che servisse agli altri».
È lo stesso messaggio che Sorbara ha voluto portare a Femia durante l'incontro di Marina di Gioiosa Ionica. «Il coraggio non è dimenticare quello che abbiamo vissuto. Il coraggio è decidere che cosa farne».
E così, prima di raggiungere l'appuntamento con il Premio Aragona, il presidente ha voluto lasciare al sindaco un messaggio che va oltre la solidarietà personale: «Rocco, io sono con te. Hai tutto il mio sostegno. Continuiamo ad avere coraggio, continuiamo a raccontare e continuiamo a credere nella giustizia».
Una frase che racchiude il senso di una giornata nella quale due esperienze personali sono diventate occasione di una riflessione più ampia. «Non per vendetta e non contro qualcuno», ha aggiunto Sorbara, «ma perché quello che abbiamo vissuto possa servire a evitare altra sofferenza».
Perché un'assoluzione può chiudere definitivamente un procedimento, ma non cancella automaticamente ciò che è accaduto prima. Il tempo trascorso, le conseguenze economiche, le ferite familiari e il peso sociale di un'accusa possono sopravvivere alla fine del processo.
Ed è proprio da qui che Sorbara allarga lo sguardo: «Chi ha conosciuto una gabbia sa quanto vale la libertà. E sa anche quanto sia importante non lasciare mai solo chi sta combattendo per ricostruire la propria vita».





