Enzo Bianchi è morto oggi, all’età di 83 anni. Fondatore della Comunità monastica di Bose, biblista, scrittore e uomo di cultura, è stato per decenni una delle figure più autorevoli del cattolicesimo italiano e del dialogo tra credenti e non credenti.
Ma per la Valle d’Aosta Enzo Bianchi è stato qualcosa di più.
È stato, a pieno titolo, un “Ami de la Vallée d’Aoste”. Un riconoscimento che la Regione gli conferì nel 2014, insieme ad altre personalità che avevano saputo distinguersi per il loro legame con la nostra comunità. In quell’occasione venne ricordato anche il suo ruolo nella vita culturale del Forte di Bard, dove per anni aveva coordinato i Colloqui del Forte.
Ed è forse proprio il Forte di Bard il luogo che più di ogni altro racconta il rapporto tra Bianchi e la Valle.
Per anni quei Colloqui hanno portato ai piedi delle nostre montagne personalità del mondo della cultura, del giornalismo, dello spettacolo, dell’imprenditoria e della Chiesa. Bianchi aveva trasformato quegli appuntamenti in un luogo di incontro e di confronto, dimostrando che anche una piccola regione alpina poteva diventare uno spazio privilegiato per discutere delle grandi questioni del nostro tempo.
Non era soltanto il richiamo del personaggio a rendere importanti quegli incontri. Era soprattutto il metodo.
Bianchi credeva nel dialogo. Credeva nella necessità di mettere insieme persone diverse, sensibilità diverse, persino idee profondamente diverse. E in questo senso la sua presenza in Valle d’Aosta ha lasciato un'eredità che va oltre la dimensione religiosa.
La sua idea di cultura era quella di una cultura capace di interrogare, non di dare risposte preconfezionate.
Era un uomo di fede, ma non ha mai pensato che la fede dovesse significare chiudersi nel proprio mondo. Al contrario, ha sempre cercato il confronto con la società, con la politica, con gli intellettuali, con chi credeva e con chi non credeva.
È anche per questo che la sua voce è stata ascoltata ben oltre il mondo cattolico.
Bianchi apparteneva alla generazione che aveva vissuto il Concilio Vaticano II come una grande apertura della Chiesa al mondo contemporaneo. La Comunità di Bose, nata nel 1965 nel Biellese, rappresentò una delle esperienze più significative di quella stagione: una comunità monastica aperta al dialogo ecumenico, con la presenza di cattolici e protestanti.
Ma sarebbe riduttivo ricordarlo soltanto come il fondatore di Bose.
Enzo Bianchi è stato soprattutto un uomo che ha fatto della parola uno strumento di incontro.
Ha scritto libri, articoli, saggi. Ha parlato di fede, di fraternità, di accoglienza, di solitudine, di vecchiaia e di morte. E negli ultimi anni aveva riflettuto sempre più intensamente proprio sul tema della vita e del suo limite.
Nel 2025, al Forte di Bard, aveva presentato il suo libro “Fraternità”, tornando ancora una volta in quel luogo che aveva contribuito a rendere uno dei centri culturali più interessanti dell’arco alpino. Era stata una delle sue ultime presenze in Valle.
Ed è significativo che uno degli ultimi messaggi lasciati attraverso la sua attività culturale fosse proprio quello della fraternità.
Una parola che oggi assume un significato ancora più forte.
In una società sempre più divisa, nella quale spesso prevalgono il conflitto, la contrapposizione e la ricerca del nemico, Bianchi ha continuato a ricordare che la differenza non deve necessariamente trasformarsi in distanza.
Forse è questo il suo insegnamento più importante anche per la Valle d’Aosta.
Una comunità piccola, plurilingue, autonoma, posta all’incrocio tra culture diverse, ha bisogno del confronto e non della chiusura. Ha bisogno di coltivare la propria identità senza trasformarla in isolamento.
Bianchi aveva capito bene questa dimensione della Valle.
E la Valle, a sua volta, aveva riconosciuto in lui non soltanto un grande uomo di Chiesa, ma un intellettuale capace di contribuire alla crescita culturale della nostra comunità.
La sua morte lascia dunque un vuoto che non riguarda soltanto la Comunità di Bose o il mondo cattolico.
Riguarda anche quel mondo culturale che negli anni ha trovato nel Forte di Bard un luogo di incontro e di discussione.
Riguarda una Valle che aveva scelto di chiamarlo “amico”.
E forse oggi, più che ricordare soltanto ciò che Enzo Bianchi ha fatto, vale la pena ricordare ciò che ha cercato di insegnarci: che la cultura serve a costruire ponti, che la fede non deve avere paura delle domande e che il dialogo è possibile anche quando le risposte non sono le stesse.
Enzo Bianchi se ne va a 83 anni, dopo una vita intensa, segnata dalla ricerca spirituale, dalla scrittura e dall'incontro con migliaia di persone.
La Valle d’Aosta lo saluta con riconoscenza.
Non come si saluta un ospite che è passato.
Ma come si saluta un amico che, per molti anni, ha scelto di tornare.





