INTEGRAZIONE E SOLIDARIETÀ - 28 agosto 2026, 12:36

Il suicidio non è un tabù da nascondere: ad Aosta una comunità sceglie di parlarne

Mercoledì 9 settembre al Plus di Aosta una serata per rompere il silenzio. Il Mandorlo Fiorito ODV Grand Paradis, con Plus coprogettazione, porta al centro della discussione testimonianze, ascolto, musica e prevenzione. Perché fingere che il problema non esista non salva nessuno. Parlare, invece, può farlo

Paola LOngo Cantisano pres. Mandorlo Fiorito

Paola LOngo Cantisano pres. Mandorlo Fiorito

Ci sono parole che fanno paura. Una di queste è suicidio.

Una parola che spesso viene evitata, aggirata, sostituita da espressioni più vaghe. Come se non nominarla potesse renderla meno presente. Come se il silenzio fosse una forma di protezione.

Non lo è.

Anzi, quando una persona sta attraversando una crisi profonda, il silenzio può diventare una delle forme più pesanti di isolamento. È proprio da questa consapevolezza che nasce “Cambiare la narrazione”, l'iniziativa promossa da Il Mandorlo Fiorito ODV Grand Paradis, con Plus coprogettazione, in occasione della giornata internazionale per la prevenzione del suicidio.

L'appuntamento è per mercoledì 9 settembre 2026, alle 18.30, al Plus di Aosta.

E il messaggio è tutt'altro che timido: il suicidio riguarda la comunità e la prevenzione riguarda tutti.

Non una conferenza, ma uno spazio per guardare in faccia il problema

La serata non nasce per fare una lezione sul suicidio. Nasce per mettere insieme parole, esperienze e persone.

Nel corso dell'incontro sarà proiettato un video che raccoglie quattro anni di testimonianze e iniziative sul territorio. Un racconto costruito attraverso esperienze concrete, non attraverso statistiche fredde o formule da convegno.

Poi ci sarà il dialogo tra due donne che hanno scelto di raccontare le proprie esperienze, mettendosi in gioco per provare a scardinare quei tabù e quei pregiudizi che troppo spesso circondano il disagio psicologico e la sofferenza.

Ed è forse questo il punto più importante dell'iniziativa: non trasformare chi soffre in un problema da nascondere, ma restituirgli voce, dignità e ascolto.

Quando si parla di prevenzione del suicidio, si rischia di pensare immediatamente all'intervento nel momento più drammatico.

Ma la prevenzione comincia molto prima.

Comincia quando qualcuno si accorge che una persona non sta bene.

Quando si trova il coraggio di chiedere: “Come stai davvero?”

Quando, davanti a una risposta difficile, invece di cambiare discorso si decide di rimanere lì.

Quando una famiglia, un amico, un insegnante, un collega o un vicino di casa capisce che ascoltare non significa avere necessariamente la soluzione a tutto.

A volte significa semplicemente non lasciare sola una persona dentro quello che sta vivendo.

È una responsabilità individuale, ma anche collettiva. Per questo iniziative come quella del Mandorlo Fiorito hanno un valore che va oltre la singola serata.

A chiudere e accompagnare l'incontro ci sarà un aperitivo in musica, con Maura Susanna, Mikol Frachey, Ruben Voyat ed Edoardo Milleret.

Una scelta tutt'altro che casuale: parole e musica insieme per costruire uno spazio nel quale affrontare un tema pesante senza trasformare la serata in un luogo di disperazione.

Perché parlare di suicidio non significa parlare soltanto di morte.

Significa parlare di fragilità, solitudine, relazioni, ascolto, salute mentale, comunità. E soprattutto significa parlare della possibilità che una situazione possa cambiare.

C'è un aspetto che merita di essere sottolineato.

In una realtà come quella valdostana, dove le dimensioni della comunità possono essere una grande risorsa, la vicinanza tra le persone può diventare anche uno strumento di prevenzione. Ma soltanto se quella vicinanza non si traduce in giudizio, pettegolezzo o imbarazzo.

Conoscere qualcuno non significa necessariamente sapere come sta.

E dietro una persona che continua a lavorare, sorride, esce, conversa e apparentemente conduce una vita normale può esserci una sofferenza che nessuno vede.

Ecco perché cambiare la narrazione significa anche smettere di considerare la richiesta di aiuto come una debolezza.

Chiedere aiuto è un atto di forza. Ascoltare è un atto di responsabilità. Intervenire quando serve è un atto di comunità.

La serata del 9 settembre vuole partire proprio da qui.

Non dalle risposte facili. Non dalle frasi di circostanza. Ma dalla disponibilità a sedersi, ascoltare e parlare.

L'invito degli organizzatori è semplice e potente: partecipare e portare con sé qualcuno.

Perché la prevenzione non può essere delegata esclusivamente agli specialisti.

Servono certamente servizi, competenze e professionisti. Ma serve anche una società capace di riconoscere la sofferenza e di non voltarsi dall'altra parte.

Una comunità che parla è una comunità che si prende cura.

E forse è proprio questa la vera sfida di “Cambiare la narrazione”: non eliminare il dolore con una serata, perché nessuna iniziativa può farlo, ma contribuire a costruire una cultura nella quale parlare di suicidio non sia più considerato scandaloso, sconveniente o imbarazzante.

Perché il silenzio non è sempre discrezione.

A volte è semplicemente solitudine.

E davanti alla solitudine, una comunità dovrebbe scegliere di esserci.

pi.mi.

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