Chez Nous - 28 agosto 2026, 08:00

Une insensibilité honteuse

Vergognosa insensibilità

Une insensibilité honteuse

Ci sono parole che la politica pronuncia con una facilità disarmante: inclusione, accessibilità, pari opportunità, diritti, attenzione alle fragilità. Parole che riempiono comunicati stampa, convegni, inaugurazioni e dichiarazioni solenni, soprattutto quando c’è una telecamera accesa o quando è necessario dimostrare quanto una comunità sia moderna, civile e attenta a tutti. Poi, però, arriva la realtà. E la realtà, qualche volta, è molto meno elegante delle parole pronunciate nei palazzi. La realtà può essere una persona in carrozzina che vorrebbe semplicemente percorrere un sentiero di montagna e che invece si trova davanti buche, pietre, fondo sconnesso e ostacoli che rendono quella passeggiata difficile, pericolosa o addirittura impossibile. È esattamente ciò che sta accadendo a Chevrère, nel Comune di Champdepraz, dove il percorso accessibile realizzato proprio per consentire alle persone con disabilità di vivere la montagna in autonomia e sicurezza continua a essere, secondo la denuncia dell’Associazione Valdostana Paraplegici e della Disval, praticamente impraticabile.

A riportare ancora una volta l’attenzione sulla vicenda è Egidio Marchese, che insieme ad altre persone in carrozzina ha effettuato un nuovo sopralluogo sul percorso. Qualcosa, rispetto alle precedenti segnalazioni, è stato fatto: l’erba è stata tagliata in alcuni punti, una staccionata è stata riparata. Ma il problema vero è rimasto sostanzialmente intatto. Il fondo continua a essere sconnesso, le pietre e le buche rendono difficoltoso il passaggio, gli ostacoli compromettono la percorrenza e persino una carrozzina elettrica può trovarsi in seria difficoltà. E allora viene spontanea una domanda, forse brutale ma necessaria: davvero dobbiamo considerare un risultato il semplice taglio dell’erba su un percorso che è stato progettato e finanziato proprio per garantire alle persone con disabilità la possibilità di muoversi autonomamente? Davvero dopo mesi di segnalazioni, sopralluoghi e rassicurazioni dobbiamo accontentarci di una manutenzione così parziale da non risolvere il problema per cui si è intervenuti?

Marchese aveva già pronunciato una frase che meriterebbe di essere ricordata molto più spesso: «L’accessibilità non è un lusso né un progetto da esibire quando arrivano i finanziamenti europei». È una frase semplice, ma centra perfettamente il problema. Perché quel sentiero non è stato costruito per fare bella figura sulla carta, né per arricchire qualche relazione progettuale. È stato realizzato nell’ambito di un progetto europeo proprio con l’obiettivo di consentire alle persone con disabilità di vivere la montagna. E una volta realizzato, avrebbe dovuto essere mantenuto in quelle condizioni. Non basta dunque inaugurare un’opera accessibile: bisogna mantenerla accessibile. Non basta parlare di inclusione quando si ottiene un finanziamento: bisogna praticarla anche negli anni successivi, quando non ci sono più nastri da tagliare, fotografie da pubblicare e comunicati da diffondere.

Ed è qui che la vicenda di Chevrère diventa molto più significativa di un semplice problema di manutenzione. Diventa il simbolo di una contraddizione che la nostra politica dovrebbe avere il coraggio di affrontare. Da una parte ci riempiamo la bocca di parole come inclusione, diritti e pari opportunità; dall’altra sembriamo avere sempre più difficoltà a garantire le condizioni minime perché quelle parole diventino realtà. E mentre accade questo, continuiamo a discutere, investire, progettare e comunicare una Valle d’Aosta turistica nella quale trovano grande spazio le piste da sci, gli impianti di risalita, i grandi comprensori, gli eventi e tutto ciò che ruota intorno a un modello di turismo e di business sicuramente importante, ma che non può diventare l’unico metro con cui misurare la qualità delle nostre politiche sulla montagna.

Perché la montagna è davvero di tutti soltanto se può essere vissuta da tutti. Anche da chi non può camminare. Anche da chi si muove su una carrozzina. Anche da chi ha esigenze diverse da quelle del turista considerato, per comodità, “normale”. Altrimenti continuiamo semplicemente a raccontarci una bella favola. Possiamo costruire la Valle d’Aosta più tecnologica, più attrattiva e più competitiva del mondo, possiamo progettare nuovi impianti e nuove infrastrutture, possiamo spendere milioni per rendere sempre più efficiente la nostra offerta turistica, ma se una persona con disabilità non riesce a percorrere in sicurezza un sentiero nato specificamente per lei, allora c’è qualcosa che non funziona. E non è una questione di sensibilità politica. È una questione di civiltà amministrativa.

La cosa che fa ancora più rabbia è l’attenzione a intermittenza. Quando arriva un finanziamento, tutti scoprono l’importanza dell’inclusione. Quando si inaugura un’opera, le persone con disabilità diventano protagoniste delle fotografie e dei comunicati. Quando bisogna dimostrare che la nostra regione è moderna e accogliente, l’accessibilità diventa una parola indispensabile. Poi passa l’inaugurazione, passano le fotografie, passano le dichiarazioni e arriva la parte meno spettacolare: quella della manutenzione quotidiana, del controllo, delle responsabilità, dei soldi da trovare e degli interventi da programmare. Ed è proprio in quel momento che, troppo spesso, l’inclusione sembra finire in fondo alla lista delle priorità.

E sia chiaro: non si tratta di contrapporre le persone con disabilità agli sciatori, ai turisti o agli impianti di risalita. Sarebbe una semplificazione stupida. Il problema è un altro: quali sono le priorità di una comunità e quanto valgono concretamente i diritti di chi ha meno possibilità di far sentire la propria voce? Perché se troviamo risorse, energie e attenzione per tutto ciò che produce visibilità, consenso e ritorno economico, ma poi non riusciamo a garantire la manutenzione di un percorso accessibile, allora qualche domanda dobbiamo porcela. E dobbiamo porcela soprattutto coloro che ogni giorno pronunciano solenni dichiarazioni sull’inclusione.

Una società seria non misura la propria civiltà soltanto dalle grandi opere che riesce a realizzare. La misura anche dalla capacità di prendersi cura delle opere più piccole, soprattutto quando quelle opere servono a garantire diritti fondamentali. Il sentiero di Chevrère non è un monumento, non è una grande infrastruttura e probabilmente non porterà migliaia di visitatori. Ma per una persona in carrozzina può significare la differenza tra poter vivere autonomamente un pezzo della propria montagna e dover rinunciare. E allora quel sentiero dovrebbe avere un valore enorme, proprio perché rappresenta concretamente il principio secondo cui il territorio appartiene a tutti.

Marchese chiede che entro marzo 2027 il percorso venga ripristinato e reso nuovamente agibile e realmente fruibile. È una richiesta precisa, ragionevole e soprattutto verificabile. Non servono altri proclami, altre rassicurazioni generiche o interventi cosmetici. Serve un progetto serio, servono lavori adeguati e soprattutto serve un piano permanente di manutenzione, perché non avrebbe alcun senso spendere nuovamente denaro pubblico per sistemare oggi il sentiero e ritrovarsi tra qualche anno esattamente nella stessa situazione. Se davvero crediamo nell’inclusione, questa dovrebbe essere una priorità elementare, non una concessione da fare quando qualcuno alza la voce.

Le persone con disabilità, infatti, non hanno bisogno della compassione della politica e nemmeno di essere trasformate in testimonial dell’inclusione nelle occasioni ufficiali. Hanno bisogno di diritti concreti. Hanno bisogno di poter utilizzare le infrastrutture pubbliche per le quali sono state spese risorse pubbliche. Hanno bisogno di poter vivere la montagna senza dover chiedere continuamente aiuto. E soprattutto hanno bisogno che chi amministra smetta di considerarli una categoria da ricordare nei discorsi e cominci finalmente a considerarli per quello che sono: cittadini, esattamente come tutti gli altri.

La Valle d’Aosta ama raccontarsi come una terra della montagna, dell’autonomia, della solidarietà, della qualità della vita e dell’attenzione alle persone. Benissimo. Ma l’autonomia, prima ancora di essere quella delle istituzioni, dovrebbe significare anche la possibilità di una persona di vivere il proprio territorio senza essere costretta dalla propria disabilità a dipendere dagli altri. Se un sentiero progettato per essere accessibile diventa impraticabile e nessuno interviene in modo risolutivo nonostante le ripetute denunce, allora quelle belle parole rischiano di diventare soltanto retorica.

E forse è proprio questa la cosa più vergognosa. Non che un sentiero possa deteriorarsi: può succedere. La vergogna è che, dopo una prima denuncia, dopo una seconda denuncia, dopo sopralluoghi e promesse, ci si possa accontentare di qualche intervento marginale senza risolvere il problema. La vergogna è che chi dovrebbe garantire un diritto possa sembrare più preoccupato della forma che della sostanza. La vergogna è parlare continuamente di inclusione e poi lasciare che una persona in carrozzina si trovi davanti un sentiero che non riesce a percorrere.

Basta con l’inclusione da comunicato stampa.

Se vogliamo davvero essere una regione civile, dobbiamo smettere di misurare l’attenzione verso le persone con disabilità dal numero di convegni organizzati o dalle belle parole pronunciate nelle inaugurazioni. Misuriamola dalle cose concrete. Da un sentiero che può essere percorso. Da una panchina utilizzabile. Da un percorso senza ostacoli. Da un’infrastruttura che continua a funzionare anche anni dopo essere stata inaugurata.

Perché alla fine è tutto terribilmente semplice: non servono privilegi, servono pari opportunità. E se per garantire una passeggiata in montagna a una persona in carrozzina dobbiamo aspettare ancora mesi e anni, mentre troviamo sempre tempo per discutere di business, turismo e grandi opere, allora forse il problema non è la mancanza di risorse.

È la mancanza di priorità.

Ed è una mancanza che, francamente, non possiamo più accettare.

Vergognosa insensibilità

Il y a des mots que la politique prononce avec une facilité désarmante : inclusion, accessibilité, égalité des chances, droits, attention aux personnes les plus fragiles. Des mots qui remplissent les communiqués de presse, les conférences, les inaugurations et les déclarations solennelles, surtout lorsqu’une caméra est allumée ou lorsqu’il faut démontrer à quel point une collectivité est moderne, civile et attentive à chacun. Puis il y a la réalité. Et la réalité est parfois beaucoup moins élégante que les discours prononcés dans les bureaux et les salles de conseil. La réalité, c’est aussi une personne en fauteuil roulant qui voudrait simplement emprunter un chemin de montagne et qui se retrouve face à des trous, des pierres, un sol dégradé et des obstacles qui rendent cette promenade difficile, dangereuse, voire impossible. C’est précisément ce qui se passe à Chevrère, sur la commune de Champdepraz, où le parcours accessible créé justement pour permettre aux personnes en situation de handicap de profiter de la montagne de manière autonome et en toute sécurité reste, selon les associations représentatives, pratiquement impraticable.

C’est Egidio Marchese, avec l’Association valdôtaine des paraplégiques et la Disval, qui revient une nouvelle fois sur cette situation après avoir effectué une visite sur place avec d’autres personnes en fauteuil roulant. Quelques interventions ont bien été réalisées depuis les précédents signalements : l’herbe a été coupée à certains endroits et une partie de la clôture a été réparée. Mais le problème essentiel demeure. Le sol reste fortement dégradé, les pierres et les trous rendent le passage difficile, les obstacles compliquent la circulation et même les fauteuils électriques peuvent rencontrer de sérieuses difficultés. Alors une question, peut-être brutale mais nécessaire, s’impose : faut-il vraiment considérer comme un résultat le simple fait d’avoir coupé l’herbe sur un parcours qui a précisément été conçu et financé pour garantir aux personnes en situation de handicap la possibilité de se déplacer de manière autonome ? Après des mois de signalements, de visites sur place et de promesses, devons-nous réellement nous satisfaire d’une intervention aussi partielle qu’elle ne règle pas le problème pour lequel elle était censée être réalisée ?

Marchese avait déjà prononcé une phrase qui mériterait d’être beaucoup plus souvent rappelée : « L’accessibilité n’est pas un luxe ni un projet à exhiber lorsque les financements européens arrivent. » Tout est dit. Car ce chemin n’a pas été créé pour faire bonne figure dans un dossier administratif ou pour enrichir une présentation institutionnelle. Il a été réalisé dans le cadre d’un projet européen précisément pour permettre aux personnes en situation de handicap de vivre et de découvrir la montagne. Une fois réalisé, il aurait donc dû être entretenu afin de conserver cette fonction. Une infrastructure accessible ne devient pas réellement accessible le jour de son inauguration. Elle le reste seulement si l’on accepte de l’entretenir au fil des années. L’inclusion ne peut pas être un argument utilisé au moment d’obtenir un financement, puis disparaître dès que les panneaux d’inauguration sont rangés.

C’est précisément là que l’affaire de Chevrère devient beaucoup plus importante qu’un simple problème d’entretien. Elle révèle une contradiction que notre classe politique devrait avoir le courage de regarder en face. D’un côté, nous multiplions les discours sur l’inclusion, les droits et l’égalité des chances ; de l’autre, nous semblons avoir de plus en plus de difficultés à créer les conditions concrètes permettant à ces principes de devenir réalité. Et pendant ce temps, nous continuons à discuter, à investir, à programmer et à promouvoir une Vallée d’Aoste touristique où les pistes de ski, les remontées mécaniques, les grands domaines, les événements et tout ce qui tourne autour d’un modèle touristique et économique occupent une place considérable. Ce modèle peut évidemment être important pour notre économie, mais il ne peut pas devenir le seul critère permettant de définir nos politiques de montagne.

Car la montagne n’est réellement à tout le monde que lorsqu’elle peut être vécue par tout le monde. Y compris par ceux qui ne peuvent pas marcher. Y compris par ceux qui se déplacent en fauteuil roulant. Y compris par ceux qui ont des besoins différents de ceux du touriste considéré, par facilité, comme « normal ». Sinon, nous ne faisons que nous raconter une belle histoire. Nous pouvons construire la Vallée d’Aoste la plus moderne, la plus attractive et la plus compétitive possible ; nous pouvons investir des millions dans les infrastructures touristiques, développer de nouveaux équipements et améliorer sans cesse notre offre. Mais si une personne en situation de handicap ne peut pas emprunter en toute sécurité un chemin qui a précisément été créé pour elle, alors quelque chose ne fonctionne pas. Et ce n’est pas simplement une question de sensibilité politique. C’est une question de civilisation et de responsabilité publique.

Ce qui provoque le plus de colère, c’est cette attention à géométrie variable. Lorsque des financements arrivent, tout le monde découvre l’importance de l’inclusion. Lorsqu’une infrastructure est inaugurée, les personnes en situation de handicap deviennent soudain les protagonistes des photographies et des communiqués. Lorsqu’il faut démontrer que notre région est moderne, accueillante et ouverte à tous, l’accessibilité devient un mot incontournable. Puis l’inauguration passe, les photographies disparaissent, les déclarations sont oubliées et arrive la partie la moins spectaculaire : l’entretien quotidien, les contrôles, les responsabilités, les interventions à programmer et les ressources à trouver. Et c’est précisément à ce moment-là que l’inclusion semble trop souvent disparaître au bas de la liste des priorités.

Soyons clairs : il ne s’agit évidemment pas d’opposer les personnes en situation de handicap aux skieurs, aux touristes ou aux remontées mécaniques. Ce serait une caricature et une stupidité. La véritable question est ailleurs : quelles sont les priorités d’une collectivité et quelle valeur accordons-nous concrètement aux droits de ceux qui ont le moins de possibilités de faire entendre leur voix ? Si nous trouvons des ressources, du temps, de l’énergie et de l’attention pour tout ce qui apporte de la visibilité, du consensus ou des retombées économiques, mais que nous ne parvenons pas à garantir l’entretien d’un parcours accessible, alors nous devons nous interroger. Et ceux qui prononcent quotidiennement de grands discours sur l’inclusion devraient être les premiers à se poser cette question.

Une société sérieuse ne mesure pas son degré de civilisation uniquement à l’aune des grandes infrastructures qu’elle construit. Elle se mesure aussi à sa capacité à entretenir les équipements les plus modestes, particulièrement lorsqu’ils servent à garantir des droits fondamentaux. Le chemin de Chevrère n’est ni un monument, ni une infrastructure gigantesque et il ne fera probablement pas venir des milliers de visiteurs. Mais pour une personne en fauteuil roulant, il peut représenter la différence entre pouvoir profiter librement d’un morceau de montagne et devoir y renoncer. Et c’est précisément pour cette raison qu’il devrait avoir une valeur considérable : parce qu’il traduit concrètement le principe selon lequel le territoire appartient à tous.

Marchese demande que, d’ici mars 2027, le parcours soit restauré et redevienne réellement accessible et utilisable. Ce n’est ni une demande excessive ni une faveur. C’est une demande précise, raisonnable et surtout parfaitement vérifiable. Il ne faut plus de promesses vagues, de déclarations rassurantes ou de réparations cosmétiques. Il faut un projet sérieux, des travaux adaptés et surtout un véritable plan d’entretien permanent. Car il serait absurde de dépenser à nouveau de l’argent public pour remettre aujourd’hui le chemin en état et de constater, dans quelques années, exactement le même abandon.

Les personnes en situation de handicap n’ont pas besoin de la compassion de la politique. Elles n’ont pas non plus besoin d’être transformées en symboles de l’inclusion à l’occasion des cérémonies officielles. Elles ont besoin de droits concrets. Elles ont besoin de pouvoir utiliser les infrastructures publiques financées par l’argent public. Elles ont besoin de pouvoir profiter de la montagne sans devoir constamment demander de l’aide. Et surtout, elles ont besoin que ceux qui administrent notre territoire cessent de les considérer comme une catégorie que l’on évoque dans les discours et commencent enfin à les considérer pour ce qu’ils sont : des citoyens, exactement comme les autres.

La Vallée d’Aoste aime se présenter comme une terre de montagne, d’autonomie, de solidarité, de qualité de vie et d’attention portée aux personnes. Très bien. Mais l’autonomie, avant même d’être celle des institutions, devrait aussi signifier la possibilité pour chaque personne de vivre son territoire sans que son handicap la condamne à dépendre des autres. Lorsqu’un parcours conçu pour être accessible devient impraticable et que, malgré les signalements répétés, aucune solution définitive n’est apportée, alors les beaux discours risquent de ne plus être que de la rhétorique.

Et c’est peut-être cela, au fond, le plus honteux. Qu’un chemin puisse se détériorer, cela peut arriver. La honte commence lorsque, après un premier signalement, puis un deuxième, après des visites sur place et des promesses, on se contente de quelques interventions marginales sans résoudre le problème. La honte, c’est lorsque ceux qui devraient garantir un droit semblent davantage préoccupés par l’apparence que par le résultat. La honte, c’est de parler sans cesse d’inclusion tout en laissant une personne en fauteuil roulant face à un chemin qu’elle ne peut pas emprunter.

Il faut en finir avec l’inclusion de façade.

Si nous voulons réellement être une région civile et solidaire, nous devons cesser de mesurer notre attention envers les personnes en situation de handicap au nombre de conférences organisées ou de belles paroles prononcées lors des inaugurations. Mesurons-la à des choses concrètes : à un chemin que l’on peut réellement parcourir, à un banc que l’on peut utiliser, à un itinéraire sans obstacles, à une infrastructure qui continue de fonctionner plusieurs années après son inauguration.

Car, au fond, c’est terriblement simple : il ne s’agit pas d’accorder des privilèges, mais de garantir l’égalité des chances. Et si, pour permettre à une personne en fauteuil roulant de faire une promenade en montagne, il faut encore attendre des mois et des années, alors que nous trouvons toujours le temps de discuter de business, de tourisme et de grands projets, peut-être que le problème ne réside pas dans l’absence de ressources.

Il réside dans l’absence de priorités.

Et cette absence de priorités, franchement, nous ne pouvons plus l’accepter.

piero.minuzzo@gmail.com

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