ATTUALITÀ - 28 agosto 2026, 12:00

Quando si bruciava la conoscenza

Un viaggio, non privo di amara ironia, tra inquisitori di ieri e negazionisti di oggi. I “novax” contemporanei non bruciano nessuno, ma ripropongono una diffidenza antica verso il sapere e l’evidenza scientifica: cambia il linguaggio, non sempre il meccanismo mentale

Quando si bruciava la conoscenza

Aosta, 1449. Nelle carte di un processo che la storica Silvia Bertolin ha riportato alla luce studiando gli archivi giudiziari valdostani, compaiono i nomi di Giovanna di Cavoretto, Beatrice Benesta, Alessia, moglie di Giovanni Barat, e Marietta dou Biel. Donne comuni della nostra valle, interrogate — spesso sotto tortura, come documentano gli atti dell’epoca — per sortilegio ed eresia.

Non è un caso isolato: pochi decenni prima, verso il 1436, il savoiardo Ponce Feugeyron, inquisitore mandato dal papa a occuparsi delle Alpi occidentali, aveva dato forma scritta, nel trattato Errores Gazariorum, a quell’immaginario di streghe volanti e sabba notturni che avrebbe alimentato roghi e processi per due secoli, da Aosta al Vallese, dal Delfinato al Piemonte.

Chi erano, in concreto, questi “eretici” e queste “streghe”? Spesso donne che conoscevano le erbe, sapevano assistere un parto, alleviare una febbre, preparare un unguento. Un sapere pratico, tramandato di madre in figlia, che nella cultura contadina della valle rispondeva a un bisogno reale: curarsi, in un’epoca in cui il medico — quando c’era — restava un lusso per pochi.

Ed è proprio questo sapere, non riconducibile ai canoni della medicina ufficiale né a quelli della dottrina religiosa, a diventare sospetto. Il ricercatore Ezio Gerbore ha portato alla luce un’inchiesta valdostana del Quattrocento sulla morte di neonati nelle culle: episodi tragici, oggi facilmente spiegabili con l’elevata mortalità infantile dell’epoca, che allora furono letti come prova di sortilegio.

Il meccanismo si ripete con una regolarità quasi disturbante: davanti a un fenomeno che non si sa spiegare — una malattia, una morte improvvisa, un raccolto perduto — si cerca un colpevole invece di una causa. E il colpevole, troppo spesso, è chi ha osato sapere qualcosa che gli altri non sapevano.

La diffidenza verso il sapere “diverso” non riguardò solo le guaritrici di paese. Meno di due secoli dopo i processi valdostani, nel 1633, il Sant’Uffizio processava Galileo Galilei per aver difeso, sulla base dell’osservazione del cielo, il sistema copernicano. Un astronomo costretto ad abiurare le proprie convinzioni scientifiche di fronte a un tribunale che anteponeva il dogma all’evidenza.

Tra la Valle d’Aosta del Quattrocento e la Roma del Seicento corre meno di quanto si pensi: in entrambi i casi, chi propone un’osservazione o una spiegazione che sfida il sapere costituito rischia di pagarla a caro prezzo. Ogni epoca, verrebbe da dire, ha avuto i propri oscurantisti.

Per fortuna, oggi non si manda più nessuno al rogo. Ma se si guarda con un minimo di distacco storico al modo in cui, periodicamente, la ricerca medico-scientifica continua a scontrarsi con ondate di diffidenza e negazione, viene da sorridere — un sorriso amaro, va detto.

Cambiano gli strumenti e il linguaggio: dove un tempo si parlava di sortilegio e patto diabolico, oggi si discute sui social di complotti e “verità nascoste”. Ma lo schema di fondo, quello di guardare con sospetto chi porta conoscenze nuove, sembra sopravvivere ai secoli con sorprendente ostinazione.

Ricordare i nomi di Giovanna di Cavoretto, Beatrice Benesta, Alessia e Marietta dou Biel non è un esercizio di erudizione locale fine a se stesso. È un modo per restituire dignità a chi la storia valdostana aveva relegato ai margini e, insieme, un invito a riconoscere, nel presente, gli stessi riflessi che un tempo portarono ai roghi: la fretta di condannare ciò che non si capisce, invece di prendersi il tempo — faticoso, ma necessario — di studiarlo.

Fonti storiche: S. Bertolin, Processi per fede e sortilegi nella Valle d'Aosta del Quattrocento, Tipografia Valdostana, Aosta, 2012; E. Gerbore, Un'inchiesta per la morte di neonati nelle culle nella Valle d'Aosta del Quattrocento.

Vittore Lume-Rezoli

SU