La polemica sul sostegno del Comune di Aosta agli appuntamenti culturali collegati all’Aosta Pride 2026 racconta qualcosa di più profondo di una semplice disputa su contributi e calendario. Racconta, ancora una volta, la tentazione di trasformare le differenze culturali, identitarie e politiche in una gara tra appartenenze, come se per riconoscere una comunità fosse necessario negarne un’altra. Ed è proprio questa impostazione che la nota della Giunta comunale contesta con decisione.
L’Amministrazione parte da un principio difficilmente contestabile: «Per questa Amministrazione tutte le persone e tutte le identità hanno eguale dignità e valore». Non è una dichiarazione neutra, e giustamente non pretende di esserlo. È una scelta politica nel senso più autentico del termine: stabilire quali valori debbano guidare l'azione pubblica. Ma proprio per questo appare singolare che il sostegno a iniziative culturali legate al Pride venga rappresentato come una sorta di concessione ideologica, anziché come una delle tante scelte attraverso cui un'amministrazione interpreta il proprio ruolo.
La Giunta lo dice esplicitamente: «Il Pride ha certamente anche una dimensione politica, nel significato più alto del termine». Ed è difficile sostenere il contrario. Il Pride nasce infatti da una storia di discriminazioni, rivendicazioni e battaglie per l'uguaglianza. Ma riconoscere questa dimensione politica non significa trasformarlo in una manifestazione di partito. Confondere i due piani significa, semmai, ridurre una questione civile a una contesa tra schieramenti.
Il punto centrale è dunque capire che cosa stia finanziando realmente il Comune. La nota precisa che il sostegno riguarda «una parte della programmazione culturale della Pride Week», fatta di spettacoli teatrali, stand-up comedy, cinema, incontri e laboratori distribuiti in diversi luoghi della città. Non un finanziamento indistinto a una struttura politica, dunque, ma un intervento su attività culturali pubbliche. Si può naturalmente discutere sull'opportunità di ogni singola spesa, perché ogni euro pubblico deve essere valutato e rendicontato. Ma sostenere che il semplice tema LGBTQIA+ renda automaticamente una manifestazione meno degna di sostegno pubblico significa introdurre una discriminazione nel giudizio prima ancora di valutare contenuti, qualità e ricaduta sulla città.
Ed è qui che la polemica di Fratelli d'Italia, per come viene ricostruita e contestata dalla Giunta, appare particolarmente debole. Perché porta il confronto su un terreno identitario nel quale sembra che la valorizzazione delle tradizioni valdostane debba necessariamente avvenire contro qualcuno. La nota respinge infatti quello che definisce un accostamento improprio con i Carnavals de Montagne, chiarendo che la mancata edizione del 2026 non sarebbe stata determinata dalla scelta di finanziare altre iniziative.
La spiegazione fornita dall'Amministrazione è precisa: «L’unica data concretamente disponibile era quella immediatamente precedente al passaggio ad Aosta della Fiamma Olimpica», con conseguenti esigenze organizzative, logistiche e di sicurezza. Gli organizzatori, aggiunge la Giunta, non disponevano di altre date compatibili con il calendario dei carnevali. È un elemento tutt'altro che secondario, perché smonta alla radice l'idea di una competizione finanziaria o culturale tra Pride e tradizione valdostana.
E c'è anche un dato concreto: il Comune indica nel 10 gennaio 2027 la data del ritorno ad Aosta dei Carnavals de Montagne. Dunque, se da una parte c'è un investimento sulla programmazione culturale del Pride, dall'altra non emerge affatto l'intenzione di cancellare o marginalizzare una manifestazione legata alla tradizione locale. Al contrario, la stessa Amministrazione rivendica di avere lavorato al suo ritorno.
Il problema politico, allora, è proprio la costruzione della contrapposizione. «Mettere in competizione la tutela delle tradizioni valdostane con il riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQIA+ significa costruire una contrapposizione che non ci appartiene», sostiene la Giunta. È probabilmente il passaggio più significativo dell'intera nota, perché sposta la discussione dal singolo finanziamento alla concezione stessa della comunità.
Una comunità non diventa più forte sottraendo dignità a una minoranza. E una tradizione non diventa più autentica perché viene utilizzata come barriera contro ciò che appare nuovo, diverso o politicamente scomodo. La cultura valdostana, se davvero la si considera patrimonio vivo e non semplice elemento folkloristico, dovrebbe avere la capacità di convivere con una società che cambia. Aosta può rivendicare le proprie radici senza pretendere che ogni cittadino debba riconoscersi in una sola idea di identità.
La questione ha anche una dimensione sociale ed economica. Gli eventi culturali non sono soltanto simboli: producono presenze, attività, occasioni di incontro, lavoro per operatori culturali e movimento per esercizi e servizi. Teatro, cinema, laboratori, incontri e spettacoli contribuiscono alla vitalità urbana quando riescono a coinvolgere pubblici diversi. Il tema, quindi, dovrebbe essere quello della qualità della programmazione e della sua capacità di generare valore sociale e culturale, non dell'identità di chi viene rappresentato.
La nota della Giunta rivendica poi apertamente la scelta: «L'utilizzo di risorse pubbliche implica certamente delle scelte. Ed è precisamente responsabilità della politica compierle e spiegarle». È un'affermazione condivisibile, anche da chi non sostiene l'Amministrazione. La democrazia non consiste nell'evitare le scelte per paura delle polemiche, ma nel renderle leggibili ai cittadini, assumendosene la responsabilità.
La parte più politica arriva però alla fine. «Non riteniamo che l’identità di qualcuno valga meno perché minoritaria, né che i suoi diritti diventino “ideologici” nel momento in cui vengono portati nello spazio pubblico», afferma la Giunta. Qui la distanza dalle tesi di Fratelli d'Italia diventa netta. Ed è una distanza che non riguarda soltanto il Pride, ma due modi differenti di concepire lo spazio pubblico: da una parte l'idea che alcune identità debbano essere ricondotte soprattutto alla dimensione privata; dall'altra la convinzione che una democrazia matura debba garantire rappresentazione e dignità anche alle minoranze.
Naturalmente, nessuna amministrazione dovrebbe pretendere che le proprie scelte siano sottratte alla critica. Il dissenso è legittimo e persino necessario. Ma il dissenso perde forza quando trasforma una scelta culturale in una guerra tra identità e quando suggerisce che sostenere una minoranza significhi necessariamente togliere qualcosa alla maggioranza. È una logica a somma zero che non aiuta né la politica né la città.
La conclusione della nota è infatti inequivocabile: «Questa è una scelta politica, certamente. Ed è una scelta che l’Amministrazione rivendica. Stare dalla parte dell’uguaglianza, della dignità e della libertà di tutte e di tutti».
Al di là delle appartenenze partitiche, è questo il punto sul quale dovrebbe misurarsi la discussione. Aosta non deve scegliere tra i propri carnevali e i diritti civili, tra la memoria della Valle d'Aosta e la società contemporanea, tra tradizione e pluralismo. Può e deve tenere insieme tutte queste dimensioni. Una città è davvero forte quando non ha bisogno di stabilire quale identità meriti più spazio delle altre.
E forse è proprio qui che la polemica rischia di produrre un effetto contrario a quello cercato da chi l'ha alimentata: invece di difendere l'identità valdostana, finisce per trasformarla in uno strumento di contrapposizione. Ma l'identità, se vuole essere qualcosa di più di uno slogan politico, non è una fortezza. È la capacità di sapere chi si è senza avere paura di chi è diverso. Aosta può essere orgogliosamente valdostana e contemporaneamente inclusiva, pluralista e rispettosa dei diritti. Non è una contraddizione. È, semmai, la misura di una comunità adulta.





