Ci sono parole che, pronunciate da un Papa, dovrebbero scuotere le coscienze. E invece rischiano di scivolare addosso a una società ormai assuefatta a tutto: alle guerre, alle devastazioni, all'inquinamento, al consumo dissennato del territorio, alla distruzione del paesaggio, alla crescita delle disuguaglianze. Anche all'idea, ormai quasi normale, che il mondo sia una gigantesca dispensa dalla quale prendere senza mai restituire nulla.
Nel messaggio per l'XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, che sarà celebrata il 1° settembre 2026, Papa Leone XIV mette insieme due tragedie che troppo spesso fingiamo di considerare separate: la guerra e la devastazione ambientale. Non lo sono affatto. La distruzione del creato genera povertà, alimenta disuguaglianze, esaspera le tensioni e prepara il terreno a nuovi conflitti.
Ma c'è un punto ancora più scomodo: la devastazione del mondo comincia molto prima delle ruspe, delle bombe, delle discariche abusive e delle foreste abbattute. Comincia nel cuore dell'uomo.
Comincia quando smettiamo di considerare la natura un bene da custodire e iniziamo a considerarla una cosa da sfruttare.
Ed è qui che la nostra cosiddetta società civile dovrebbe avere il coraggio di guardarsi allo specchio.
Società civile? Quale società civile?
Quella che si indigna per un albero abbattuto, purché non sia nel proprio giardino? Quella che pretende strade, parcheggi, seconde case, centri commerciali, impianti, infrastrutture e consumo di suolo, salvo poi scandalizzarsi quando il paesaggio scompare? Quella che proclama di amare la montagna mentre la trasforma in un prodotto da vendere? Quella che parla di sostenibilità con una mano e con l'altra continua a pretendere comodità, consumo e crescita infinita?
Siamo diventati straordinariamente bravi a costruire alibi.
Abbiamo inventato un linguaggio rassicurante per non chiamare le cose con il loro nome. Non diciamo più "cementificazione": diciamo sviluppo. Non diciamo "saccheggio del territorio": diciamo valorizzazione. Non diciamo "consumo": diciamo stile di vita. Non diciamo "interesse economico": diciamo opportunità. E quando il danno è ormai compiuto, ci affrettiamo a piantare qualche alberello, organizzare una giornata ecologica e pubblicare una fotografia con tanto di slogan verde.
È ipocrisia. Pura e semplice.
E la politica non è innocente. Anzi.
La politica è spesso la prima responsabile di questo gigantesco equivoco. Perché richiede coraggio amministrare il futuro, mentre è molto più facile amministrare il consenso.
Dire dei no oggi per salvare un territorio domani significa rischiare di perdere voti. Approvare un'opera, concedere una deroga, autorizzare una nuova costruzione, spalancare una porta all'ennesimo intervento sul territorio consente invece di presentarsi come moderni, dinamici, favorevoli all'economia.
Peccato che il territorio non voti.
E nemmeno una montagna distrutta può protestare.
Non votano i ghiacciai che arretrano. Non votano i boschi che scompaiono. Non votano i corsi d'acqua avvelenati. Non votano i suoli impermeabilizzati. Non votano le generazioni che verranno e alle quali stiamo consegnando un conto che non hanno mai sottoscritto.
Questa è forse la più grande vigliaccheria della politica contemporanea: prendere decisioni i cui costi ricadranno su persone che oggi non hanno né voce né potere.
Ci riempiamo la bocca della parola "futuro", ma continuiamo a consumarlo.
E allora sarebbe ora di smetterla anche con la retorica della "società civile" come entità moralmente superiore alla politica. La società civile siamo noi. Siamo noi quando chiediamo più infrastrutture senza domandarci quanto territorio consumeranno. Siamo noi quando pretendiamo prezzi bassi senza chiederci quale sfruttamento umano e ambientale li renda possibili. Siamo noi quando vogliamo tutto, subito, sempre e possibilmente senza pagare il prezzo delle nostre scelte.
Il problema non è soltanto che stiamo distruggendo il pianeta.
Il problema è che ci siamo convinti di avere il diritto di farlo.
Questa è la vera malattia.
Abbiamo confuso la libertà con l'assenza di responsabilità. Abbiamo scambiato il progresso con l'accumulazione. Abbiamo trasformato la natura in una merce e il territorio in un bilancio economico.
E così siamo diventati, senza quasi accorgercene, dilapidatori di un bene irripetibile.
Irripetibile, appunto. Perché possiamo ricostruire un edificio. Possiamo rifare una strada. Possiamo riparare un ponte. Possiamo persino, con enorme fatica, bonificare un'area contaminata.
Ma non possiamo ricreare un ghiacciaio perduto come se nulla fosse accaduto.
Non possiamo restituire cento anni di vita a un bosco abbattuto.
Non possiamo ricostruire un paesaggio nella sua complessità dopo averlo frantumato.
Non possiamo comprare al supermercato un'altra Terra.
Eppure continuiamo ad agire come se fosse inesauribile.
Le parole di Leone XIV dovrebbero allora essere ascoltate non come un semplice richiamo religioso, ma come un'accusa politica e morale. Perché la cura del creato non è una faccenda da anime belle, né un passatempo per ambientalisti. È una questione di giustizia, di economia, di sicurezza, di pace e soprattutto di responsabilità.
La vera battaglia, prima ancora che sui campi di guerra, si combatte nel cuore dell'uomo.
È lì che decidiamo se tutto ha un prezzo o se esistono ancora beni che non devono essere venduti.
È lì che decidiamo se una montagna vale soltanto per quanto può rendere, se un bosco è soltanto legname, se un fiume è soltanto una risorsa, se il territorio è soltanto una superficie edificabile.
Ed è lì che la politica dovrebbe avere il coraggio di dire una parola ormai considerata quasi scandalosa: basta.
Basta con il dogma della crescita senza limiti.
Basta con l'idea che ogni spazio libero sia uno spazio da occupare.
Basta con la trasformazione del territorio in una gigantesca opportunità immobiliare.
Basta con la politica che si inchina all'interesse immediato e chiama "realismo" la propria incapacità di guardare oltre la prossima legislatura.
Basta anche con un ambientalismo da salotto, fatto di dichiarazioni solenni e comportamenti quotidiani esattamente contrari.
Perché non c'è niente di progressista nel lasciare ai nostri figli un mondo più ricco di cemento e più povero di natura.
Non c'è niente di moderno nel consumare ciò che non può essere ricreato.
Non c'è niente di civile nel vivere come se fossimo gli ultimi abitanti della Terra.
La civiltà, semmai, comincia quando comprendiamo di non essere padroni assoluti di ciò che abbiamo ricevuto.
Il creato non ci appartiene.
Il territorio non ci appartiene.
Il futuro non ci appartiene.
Ne siamo soltanto custodi temporanei.
E forse è proprio questa la verità che abbiamo più disperatamente bisogno di riscoprire.
Perché una generazione che consuma tutto ciò che ha ricevuto senza preoccuparsi di ciò che lascerà in eredità non è una generazione libera.
È una generazione irresponsabile.
E una politica che, pur sapendo tutto questo, continua a sacrificare il bene comune sull'altare del consenso, dell'affare immediato e dell'interesse particolare non è una politica lungimirante.
È semplicemente complice.
Complice di una rapina gigantesca, perpetrata alla luce del sole.
La rapina del nostro futuro.
Dilapidatori di un bene irripetibile
Il est des paroles qui, prononcées par un pape, devraient ébranler les consciences. Et pourtant, elles risquent de glisser sur une société désormais habituée à tout : aux guerres, aux destructions, à la pollution, à la consommation effrénée des sols, à la dégradation des paysages, à l’aggravation des inégalités. Habituée aussi à considérer comme normal que le monde soit une immense réserve dans laquelle chacun peut puiser sans jamais se demander ce qu’il laissera derrière lui.
Dans son message pour la XIe Journée mondiale de prière pour la sauvegarde de la Création, qui sera célébrée le 1er septembre 2026, le pape Léon XIV met en lumière deux tragédies que nous nous obstinons trop souvent à considérer séparément : la guerre et la destruction de l’environnement.
Elles ne sont pourtant pas séparées.
La destruction de la nature engendre la pauvreté, creuse les inégalités, attise les tensions et prépare le terrain à de nouveaux conflits.
Mais il y a une vérité encore plus dérangeante : la dévastation du monde commence bien avant les bulldozers, les bombes, les décharges sauvages ou l’abattage des forêts.
Elle commence dans le cœur de l’homme.
Elle commence lorsque nous cessons de considérer la nature comme un bien à protéger pour la considérer comme une chose à exploiter.
Et c’est précisément là que notre prétendue « société civile » devrait avoir le courage de se regarder dans un miroir.
La société civile ? Quelle société civile ?
Celle qui s’indigne lorsqu’un arbre est abattu, à condition que ce ne soit pas dans son jardin ? Celle qui réclame des routes, des parkings, des résidences secondaires, des centres commerciaux, des infrastructures et toujours davantage d’espace à bétonner, avant de s’indigner lorsque le paysage disparaît ?
Celle qui proclame son amour de la montagne tout en la transformant en produit touristique ?
Celle qui parle de durabilité d’une main et continue, de l’autre, à réclamer toujours plus de confort, de consommation et une croissance sans fin ?
Nous sommes devenus extraordinairement habiles à fabriquer des excuses.
Nous avons inventé un vocabulaire rassurant pour ne plus appeler les choses par leur nom.
Nous ne disons plus « bétonisation » : nous disons « développement ».
Nous ne disons plus « saccage du territoire » : nous disons « valorisation ».
Nous ne disons plus « consommation effrénée » : nous disons « mode de vie ».
Nous ne disons plus « intérêts économiques » : nous disons « opportunités ».
Et lorsque les dégâts sont irréversibles, nous nous empressons de planter quelques arbres, d’organiser une journée consacrée à l’environnement et de publier une photographie accompagnée d’un slogan écologique.
C’est de l’hypocrisie.
Rien de plus.
Et la politique n’est certainement pas innocente.
Elle est même souvent la première responsable de ce gigantesque malentendu.
Car gouverner pour l’avenir exige du courage, tandis qu’il est beaucoup plus facile de gouverner pour le prochain scrutin.
Dire non aujourd’hui pour préserver un territoire demain, c’est prendre le risque de perdre des voix.
Autoriser un projet, accorder une dérogation, permettre une nouvelle construction, ouvrir la porte à une énième transformation du territoire permet au contraire de se présenter comme moderne, dynamique, favorable à l’économie et à l’emploi.
Seulement voilà : le territoire, lui, ne vote pas.
Pas plus que les glaciers qui reculent.
Pas plus que les forêts qui disparaissent.
Pas plus que les rivières que nous dégradons.
Pas plus que les sols que nous rendons imperméables.
Et certainement pas les générations futures, auxquelles nous sommes en train de présenter une facture qu’elles n’ont jamais demandé à recevoir.
Voilà peut-être la plus grande lâcheté de la politique contemporaine : prendre aujourd’hui des décisions dont le prix sera payé demain par des personnes qui, pour l’instant, n’ont ni voix ni pouvoir.
Nous parlons sans cesse d’« avenir ».
Mais nous continuons à le consommer.
Il faudrait également cesser de présenter la « société civile » comme une entité moralement supérieure au monde politique.
La société civile, c’est nous.
C’est nous lorsque nous réclamons toujours davantage d’infrastructures sans nous demander combien de territoire elles vont dévorer.
C’est nous lorsque nous exigeons des prix toujours plus bas sans nous interroger sur l’exploitation humaine et environnementale qui les rend possibles.
C’est nous lorsque nous voulons tout, immédiatement, en permanence, et si possible sans jamais payer le prix de nos propres choix.
Le problème n’est pas seulement que nous sommes en train de détruire la planète.
Le problème est que nous nous sommes convaincus d’en avoir le droit.
Voilà la véritable maladie.
Nous avons confondu la liberté avec l’absence de responsabilité.
Nous avons confondu le progrès avec l’accumulation.
Nous avons transformé la nature en marchandise et le territoire en simple ligne dans un bilan économique.
Et nous sommes ainsi devenus, presque sans nous en rendre compte, des dilapidateurs d’un bien irremplaçable.
Irremplaçable, justement.
Parce que nous pouvons reconstruire un bâtiment.
Nous pouvons refaire une route.
Nous pouvons réparer un pont.
Nous pouvons même, avec énormément d’efforts et de moyens, réhabiliter un site contaminé.
Mais nous ne pouvons pas recréer un glacier disparu comme si rien ne s’était passé.
Nous ne pouvons pas rendre à une forêt cent années de croissance.
Nous ne pouvons pas reconstituer un paysage dans toute sa complexité après l’avoir morcelé et défiguré.
Nous ne pouvons pas acheter une autre Terre au supermarché.
Et pourtant, nous continuons à agir comme si elle était inépuisable.
Les paroles de Léon XIV devraient donc être entendues non pas comme un simple appel religieux, mais comme une véritable interpellation politique et morale.
Car prendre soin de la Création n’est pas une affaire réservée aux âmes sensibles ou un passe-temps pour écologistes.
C’est une question de justice, d’économie, de sécurité, de paix et, surtout, de responsabilité.
La véritable bataille, avant même de se jouer sur les champs de guerre, se joue dans le cœur de l’homme.
C’est là que nous décidons si tout a un prix ou s’il existe encore des biens qui ne doivent pas être vendus.
C’est là que nous décidons si une montagne ne vaut que par ce qu’elle peut rapporter, si une forêt n’est que du bois, si une rivière n’est qu’une ressource, si un territoire n’est qu’une surface constructible.
Et c’est là que la politique devrait avoir le courage de prononcer un mot devenu presque scandaleux :
Assez.
Assez du dogme d’une croissance sans limites.
Assez de l’idée selon laquelle tout espace libre serait un espace disponible à occuper.
Assez de la transformation du territoire en gigantesque opportunité immobilière.
Assez d’une politique qui s’incline devant l’intérêt immédiat et qui appelle « réalisme » son incapacité à regarder au-delà de la prochaine échéance électorale.
Assez également d’un écologisme de salon, fait de déclarations solennelles et de comportements quotidiens qui disent exactement le contraire.
Car il n’y a rien de progressiste à laisser à nos enfants un monde plus riche en béton et plus pauvre en nature.
Il n’y a rien de moderne à épuiser ce qui ne peut être recréé.
Il n’y a rien de civilisé à vivre comme si nous étions les derniers habitants de la Terre.
La civilisation commence peut-être précisément lorsque nous comprenons que nous ne sommes pas les propriétaires absolus de ce que nous avons reçu.
La Création ne nous appartient pas.
Le territoire ne nous appartient pas.
L’avenir ne nous appartient pas.
Nous n’en sommes que les dépositaires temporaires.
Et c’est peut-être précisément cette vérité que nous devons redécouvrir avec le plus d’urgence.
Car une génération qui consume tout ce qu’elle a reçu sans se demander ce qu’elle transmettra à ceux qui viendront après elle n’est pas une génération libre.
C’est une génération irresponsable.
Et une politique qui, en connaissance de cause, continue de sacrifier l’intérêt général sur l’autel du calcul électoral, du profit immédiat et des intérêts particuliers n’est pas une politique visionnaire.
Elle est tout simplement complice.
Complice d’un gigantesque pillage, perpétré au grand jour.
Le pillage de notre avenir.





