FEDE E RELIGIONI - 19 agosto 2026, 08:00

L’orto del Papa, nei Giardini Vaticani, diventa al 100% biologico

Nei Giardini Vaticani, accanto al monastero Mater Ecclesiae, un piccolo appezzamento coltivato da secoli viene gestito integralmente secondo criteri biologici. Una scelta che unisce agronomia, tradizione e tutela del Creato, nel solco della Laudato si’ di Papa Francesco e dei richiami di Papa Leone XIV a considerare la terra non come un possesso, ma come un dono da custodire

L’orto del Papa, nei Giardini Vaticani, diventa al 100% biologico

Nei Giardini Vaticani, accanto al monastero Mater Ecclesiae, un piccolo appezzamento coltivato da secoli viene gestito integralmente secondo criteri biologici. Una scelta che unisce agronomia, tradizione e tutela del Creato, nel solco della Laudato si’ di Papa Francesco e dei richiami di Papa Leone XIV a considerare la terra non come un possesso, ma come un dono da custodire.

C’è un luogo, nel cuore della Città del Vaticano, dove la storia della Chiesa incontra ogni giorno la concretezza della terra. È l’orto accanto al monastero Mater Ecclesiae, nei Giardini Vaticani, che oggi diventa pienamente biologico. Poco meno di 400 metri quadrati coltivabili distribuiti su quattro terrazzamenti, dove pomodori, zucchine, agrumi, basilico, peperoni e verdure invernali seguono il ritmo delle stagioni e non quello della produzione forzata.

La scelta si inserisce nel solco della Laudato si’, la lettera enciclica pubblicata da Papa Francesco nel 2015, e richiama una concezione della cura del Creato che continua anche con Papa Leone XIV. Nel 2025, rivolgendosi agli agronomi e ai forestali italiani, il Pontefice ha definito il loro lavoro una “forma concreta di carità verso nostra Madre Terra e verso le generazioni che verranno”, ricordando che la terra “non è un possesso, ma un dono”. Una visione che, nei Giardini Vaticani, assume una dimensione sorprendentemente concreta: quella di un orto curato ogni giorno con pazienza, competenza e rispetto dei cicli naturali.

Qui l'obiettivo non è ottenere la massima quantità possibile di prodotto, ma accompagnare la terra e le piante secondo i loro tempi. Una filosofia che parte dalla fertilità del terreno e arriva fino alla scelta delle colture e alla gestione dei parassiti. Al posto del letame che un tempo proveniva dalle Ville Pontificie di Castel Gandolfo, oggi viene utilizzato esclusivamente concime pellettato certificato, scelto in relazione alla stagione e alle esigenze delle singole piante.

Anche la difesa delle coltivazioni segue criteri improntati alla prudenza. Le buone pratiche agronomiche permettono infatti di mantenere la presenza dei parassiti al di sotto della soglia di danno, riducendo così la necessità di ricorrere ai prodotti fitosanitari. Quando un trattamento soggetto all'obbligo del patentino viene effettuato, viene annotato nel cosiddetto “quaderno di campagna”, secondo quanto previsto dalla normativa. Le sostanze naturali, invece, non sono sottoposte allo stesso obbligo di registrazione.

La fertilità viene mantenuta attraverso tecniche che cercano di sfruttare gli stessi meccanismi della natura. La rotazione delle colture, per esempio, consente di alternare piante con caratteristiche differenti. I legumi, come i fagiolini, contribuiscono a fissare naturalmente l'azoto, mentre quest'anno è stato sperimentato sui pomodori anche un fertilizzante a base di alghe marine.

Particolare attenzione viene riservata anche alle piantine. Arrivano dall'esterno già trattate secondo criteri naturali: una scelta dettata anche dalla volontà di ridurre il rischio di introdurre fitopatie attraverso un semenzaio interno che, in caso di contaminazione, potrebbe compromettere l'intero raccolto. Ma il progetto guarda già avanti e prevede lo studio di un semenzaio interno, insieme a una serra destinata ai bonsai.

A occuparsi concretamente dell'orto è il Servizio Giardini e Ambiente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, affidato al dottore forestale Stefano Giampaolo, responsabile del Servizio, nell'ambito della Direzione delle Infrastrutture e Servizi guidata dal direttore Salvatore Farina. Il lavoro quotidiano è affidato al giardiniere Gilberto Bianchi, professionista esperto che negli ultimi tempi è stato affiancato da giovani collaboratori. Il passaggio di conoscenze diventa così parte integrante della coltivazione: non soltanto tecnica agricola, ma patrimonio di esperienza costruito attraverso gesti ripetuti, osservazione e conoscenza del terreno.

Anche le religiose del monastero hanno un ruolo nella gestione dell'orto. Sono loro a indicare le necessità della comunità e le coltivazioni richieste, sempre tenendo conto della stagionalità. L'irrigazione rimane interamente manuale, un altro elemento che restituisce alla coltivazione una dimensione artigianale lontana dalla logica della produzione intensiva.

Il calendario è quello della natura. L'orto produce aglio fresco, basilico, semenzali, peperoncini, agrumi e zucche. Tra le varietà coltivate figura anche un peperoncino peruviano particolarmente intenso, mentre quest'anno sono stati piantati i primi kiwi, su richiesta delle suore. Tra la fine di agosto e l'inizio di settembre prende invece avvio la semina invernale, con verze, broccoli, spinaci e lattuga.

Il periodo più generoso è maggio, mentre l'estate rappresenta la fase più complessa a causa delle alte temperature. Pomodori, melanzane, peperoni, fagiolini, zucchine e cetrioli arrivano progressivamente alla fine del loro ciclo. Tra questi ultimi anche una varietà pugliese.

Particolarmente preziosi sono gli agrumi, alcune delle cui piante hanno circa 150 anni. Nel corso del tempo sono state innestate varietà oggi praticamente introvabili sul mercato. La loro coltivazione avviene senza trattamenti e permette quindi di consumare persino la buccia. Le suore trasformano gli agrumi in marmellate, bucce candite e biscotti, destinati in parte agli ospiti e in parte alla vendita. La produzione dell'orto ha inoltre avuto nel tempo una destinazione solidaristica, rifornendo realtà caritative come Casa Dono di Maria, attività che oggi torna a essere alimentata con nuovo slancio.

Ma la vera particolarità dell'orto è la sua storia. Bisogna tornare indietro di circa 800 anni, al Medioevo, quando Papa Niccolò III Orsini, tra il 1277 e il 1280, trasferì la residenza pontificia dal Laterano al Vaticano e volle realizzare all'interno delle nuove mura anche un frutteto e un viridarium. Non era un semplice spazio ornamentale: quella terra aveva una precisa funzione produttiva e contribuiva al fabbisogno della mensa papale.

Otto secoli dopo, la vocazione non è scomparsa. È rimasta accanto al monastero Mater Ecclesiae, voluto da Giovanni Paolo II e realizzato tra il 1992 e il 1994 affinché nel cuore della Chiesa fosse presente una comunità di clausura dedicata alla preghiera per il Papa.

Furono proprio le monache, all'inizio, a lavorare direttamente quella terra. E una frase pronunciata dalla badessa benedettina Maria Sofia Cichetti, allora priora del monastero, sintetizza forse meglio di qualsiasi documento il significato di quella esperienza. Il 26 agosto 2009, parlando a L'Osservatore Romano, spiegava che “coltivare è una preghiera fatta con le mani”. Parole che oggi acquistano un significato quasi profetico, perché quell'idea di lavoro silenzioso, paziente e rispettoso della terra è diventata parte integrante della nuova gestione biologica dell'orto.

Tra quelle stesse aiuole amava passeggiare anche Benedetto XVI, da Papa emerito, durante le sue giornate dedicate alla preghiera e allo studio.

In fondo, è proprio questa continuità a rendere particolare un orto di dimensioni così ridotte. Non è soltanto una scelta agricola e non è nemmeno soltanto una questione ambientale. È un piccolo esempio di come la sostenibilità possa diventare una pratica quotidiana, capace di mettere insieme tradizione e innovazione, produzione e rispetto della natura, lavoro e spiritualità.

In un'epoca nella quale l'agricoltura è spesso chiamata a produrre sempre di più e sempre più velocemente, l'orto dei Giardini Vaticani sembra scegliere una strada diversa: produrre ciò che serve, quando la terra lo permette, senza forzarne i ritmi. E così, accanto alle grandi questioni globali sulla tutela dell'ambiente, sopravvive una lezione molto antica: prendersi cura della terra significa innanzitutto imparare ad ascoltarla.

je.fe.

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