FEDE E RELIGIONI - 18 agosto 2026, 08:00

Due popoli, due Stati: la linea della Santa Sede che ottant’anni di guerre non hanno cancellato

Dall’appello di Pio XII nel 1948 alle parole di Leone XIV del 16 agosto 2026, la diplomazia della Santa Sede ha mantenuto una linea sostanzialmente costante sul conflitto israelo-palestinese: garantire sicurezza e diritti a Israele e una patria al popolo palestinese, attraverso la prospettiva di due Stati. Una posizione maturata nel tempo, rilanciata da Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, oggi riproposta con forza mentre la guerra e la crisi umanitaria rendono sempre più difficile trasformare il principio in realtà

Due popoli, due Stati: la linea della Santa Sede che ottant’anni di guerre non hanno cancellato

Ci sono posizioni politiche che cambiano con i governi, altre che si adattano alle convenienze diplomatiche del momento. E poi ci sono quelle che, proprio perché attraversano decenni di storia, finiscono per diventare una sorta di bussola. La posizione della Santa Sede sul conflitto israelo-palestinese appartiene a questa seconda categoria. Sono cambiati i Pontefici, sono cambiate le guerre, sono cambiate le alleanze internazionali e soprattutto è cambiato drammaticamente il Medio Oriente, ma l'idea di fondo è rimasta: due popoli, due Stati, due diritti da riconoscere e proteggere.

L'ultimo a ribadirlo è stato Papa Leone XIV, durante l'Angelus del 16 agosto 2026 a Castel Gandolfo. Dopo aver denunciato le violenze contro i civili palestinesi in Cisgiordania, il Pontefice ha rivolto un appello alla comunità internazionale chiedendo «con urgenza» di fare in modo che possa avanzare la soluzione dei due Stati, indicandola come strada verso una «pace giusta e duratura». Una formula che non nasce dall'attualità, ma affonda le proprie radici in quasi ottant'anni di pronunciamenti della Santa Sede.

Il punto di partenza è il 1947, quando l'Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò il piano di spartizione della Palestina mandataria. In quella fase la Santa Sede concentrava soprattutto la propria attenzione sulla tutela dei Luoghi Santi e sullo status di Gerusalemme. Nel 1948, con l'enciclica In multiplicibus curis, Pio XII chiedeva che nella «terra sacra» della Palestina fosse garantito «un ordine» capace di assicurare sicurezza e condizioni di vita dignitose. L'anno successivo, nella Redemptoris nostri cruciatus, tornava sulla questione di Gerusalemme chiedendo «con ogni mezzo legale» una «conveniente situazione giuridica» per la città santa.

Era ancora una fase nella quale la priorità della diplomazia vaticana era soprattutto la protezione dei luoghi legati alla storia cristiana e la ricerca di uno status internazionale per Gerusalemme. Ma nel corso dei decenni la prospettiva si sarebbe progressivamente allargata, fino a comprendere in modo sempre più esplicito i diritti politici dei due popoli.

Con Paolo VI arriva un passaggio importante. Nel 1964 Montini diventa il primo Papa dell'epoca moderna a recarsi in Terra Santa e, negli anni successivi, la questione palestinese assume progressivamente un rilievo politico più evidente nella sua diplomazia. Alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni, nel 1967, Paolo VI si rivolge al segretario generale delle Nazioni Unite U Thant, chiedendo «ogni sforzo» perché Gerusalemme, proprio per il suo carattere sacro, potesse essere considerata una città «aperta e inviolabile», sottratta alle operazioni militari e alle conseguenze della guerra.

Il passaggio decisivo arriva però con Giovanni Paolo II, che porta la posizione della Santa Sede verso una formulazione molto più vicina a quella che conosciamo oggi. Nel 1984, nell'apostolica Redemptionis anno, il Papa polacco mette sullo stesso piano due esigenze che per la diplomazia vaticana diventano inseparabili: la sicurezza di Israele e il diritto del popolo palestinese a una patria.

Per gli israeliani, Giovanni Paolo II invoca «la desiderata sicurezza e la giusta tranquillità che è prerogativa di ogni nazione». Per i palestinesi riconosce invece «il diritto naturale, per giustizia, di ritrovare una patria e di poter vivere in pace e tranquillità con gli altri popoli della regione». È la formulazione di un principio destinato a diventare uno dei cardini della diplomazia della Santa Sede: nessuna pace può essere costruita cancellando i diritti di una delle due parti.

Lo stesso Giovanni Paolo II avrebbe rafforzato questo messaggio durante il pellegrinaggio in Terra Santa del 2000, considerato storico per la portata politica e simbolica. La visita avveniva in una regione ancora segnata da divisioni profonde, ma il Papa sceglieva di trasformare il viaggio in un messaggio di riconciliazione, riconoscendo la necessità di una soluzione capace di garantire dignità e sicurezza a entrambi i popoli.

Nove anni dopo, nel 2009, è Benedetto XVI a proseguire sulla stessa strada. Durante il viaggio in Medio Oriente, Ratzinger ribadisce che la prospettiva di una patria palestinese sovrana non è un'utopia, ma una condizione necessaria per spezzare la spirale di violenza. La Santa Sede, afferma, sostiene «il diritto del suo popolo ad una sovrana patria palestinese nella terra dei suoi antenati, sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti». Allo stesso tempo invita israeliani e palestinesi a tenere «viva la fiamma della speranza», perché possano essere riconosciute le «legittime aspirazioni» di entrambi.

Con Papa Francesco, questa linea diventa ancora più visibile sul piano diplomatico e simbolico. Nel 2014, durante il viaggio in Terra Santa, Bergoglio pronuncia parole destinate a diventare una delle sintesi più chiare della posizione della Santa Sede: «È giunto il momento per tutti di avere il coraggio della generosità e della creatività al servizio del bene, il coraggio della pace». Una pace che, nelle parole del Papa, deve poggiare sul riconoscimento «del diritto di due Stati ad esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti».

Pochi giorni dopo, il gesto dei Giardini Vaticani avrebbe dato una dimensione concreta a quell'appello. Francesco riunisce per una preghiera per la pace il presidente israeliano Shimon Peres e quello palestinese Abu Mazen. Un'immagine fortemente simbolica, destinata a restare nella memoria diplomatica del pontificato.

Nel 2015 arriva inoltre un passaggio istituzionale significativo: la Santa Sede firma l'Accordo Globale con lo Stato di Palestina, formalizzando ulteriormente un rapporto diplomatico che riconosce alla questione palestinese una dimensione statuale. Anche negli anni successivi, fino alla morte di Francesco, la diplomazia vaticana continua a sostenere la prospettiva dei due Stati. Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, la definisce più volte «la soluzione politica più urgente da percorrere».

Poi arriva Leone XIV, con una guerra che dopo il 7 ottobre 2023 ha assunto dimensioni drammatiche e con una regione ancora più polarizzata. Anche il nuovo Pontefice sceglie di non modificare la rotta. Durante il viaggio apostolico in Turchia e Libano, nel 2025, aveva già ricordato che la Santa Sede sostiene «da diversi anni pubblicamente» la soluzione dei due Stati, definendola l'unica prospettiva capace di offrire una via d'uscita al conflitto. E nell'udienza al Corpo diplomatico del 9 gennaio 2026 aveva ribadito che «la soluzione a due Stati permane la prospettiva istituzionale che viene incontro alle legittime aspirazioni di entrambi i popoli».

L'appello del 16 agosto 2026 si inserisce dunque in una continuità precisa. Non è soltanto una presa di posizione sulla fase attuale della guerra, ma l'ennesimo capitolo di una dottrina diplomatica costruita nel corso di generazioni. E proprio questa continuità rende particolarmente significativa la scelta di Leone XIV di rivolgersi alla comunità internazionale: la Santa Sede non propone una nuova formula, ma chiede che una formula sostenuta da decenni trovi finalmente una possibilità concreta di applicazione.

Il problema, naturalmente, è che oggi la distanza tra il principio diplomatico e la realtà sul terreno appare enorme. La sicurezza di Israele resta una questione fondamentale, così come il diritto dei palestinesi a una vita libera, dignitosa e politicamente riconosciuta. Ma tra questi due obiettivi si sono accumulati decenni di guerre, terrorismo, occupazione, insediamenti, sfiducia, vittime civili e fallimenti negoziali. Dopo il 7 ottobre 2023, il trauma israeliano e quello palestinese si sono ulteriormente approfonditi, rendendo ancora più difficile immaginare un compromesso politico.

Ed è proprio qui che la posizione della Santa Sede acquista un significato che va oltre la cronaca diplomatica. Il Vaticano non dispone delle leve militari o economiche delle grandi potenze e non può imporre un accordo alle parti. Può però mantenere aperto un orizzonte politico quando la realtà sembra spingere verso la rassegnazione o verso la logica della contrapposizione permanente.

La formula «due popoli, due Stati» oggi può apparire lontanissima, persino irrealistica a chi guarda soltanto alle condizioni presenti. Ma per la Santa Sede il fatto che sia difficile non significa che abbia perso il proprio valore. Al contrario, proprio quando la guerra rende più lontana la pace, mantenere un principio significa evitare che l'emergenza diventi destino.

Da Pio XII a Leone XIV, passando per Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, il filo non si è spezzato: sicurezza per Israele, patria e diritti per i palestinesi, Gerusalemme tutelata e riconoscimento reciproco come premessa di una pace possibile. Ottant'anni di storia hanno cambiato governi, confini, equilibri e generazioni, ma non hanno cancellato quella bussola. Resta da capire se la politica internazionale avrà ancora la forza di seguirla. Perché nel Medio Oriente di oggi la pace assomiglia a una strada quasi scomparsa sotto la polvere: continuare a indicarla non significa averla già percorsa, ma significa impedire che venga cancellata dalla mappa.

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