CRONACA - 13 agosto 2026, 12:32

Immigrazione: la politica si misura con i risultati, non con gli slogan - Il blog di Marco Gheller

C’è un errore che la politica commette troppo spesso: si innamora delle soluzioni prima ancora di chiedersi se funzionano. Vale anche per l’immigrazione

Immigrazione: la politica si misura con i risultati, non con gli slogan - Il blog di Marco Gheller

Su questo tema ognuno ha le proprie convinzioni etiche, politiche e religiose, tutte legittime se si muovono nel rispetto della dignità della persona, dei principi costituzionali, del diritto internazionale e delle convenzioni che l’Europa si è data. È un confronto che continuerà, ed è giusto che sia così.

Ma chi governa non può fermarsi alle convinzioni. Ha un dovere in più: scegliere le politiche che funzionano davvero.

È da qui che vorrei partire. Perché una politica pubblica non dovrebbe essere giudicata dalla forza degli slogan o dalla capacità di occupare il dibattito, ma dai risultati che produce, dal rapporto tra costi e benefici e dalla sua sostenibilità nel tempo.

Ed è con questo metro che vorrei provare a valutare la proposta di realizzare hub per migranti nei Paesi terzi.

Le migrazioni non sono un’emergenza passeggera. Sono una componente strutturale del mondo contemporaneo. Guerre, crisi climatiche, instabilità politica, crescita demografica e profonde disuguaglianze continueranno a spingere milioni di persone a cercare sicurezza e opportunità altrove. Pensare di governare un fenomeno di questa portata limitandosi a spostare i migranti fuori dai confini dell’Unione europea significa intervenire sugli effetti, non sulle cause.

Dopo la crisi di Ceuta è tornata al centro del dibattito europeo la proposta di estendere il modello Albania anche ad altri Paesi terzi. Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo rende questa strada più praticabile sul piano giuridico. Ma la domanda resta la stessa: funziona?

Poi ci sono i numeri. E i numeri, in politica, contano.

Il protocollo Italia-Albania comporta una spesa stimata di circa 653 milioni di euro in cinque anni. L’obiettivo dichiarato era arrivare a gestire fino a 36.000 persone all’anno. Dopo oltre due anni di sperimentazione, i rimpatri effettivamente conclusi attraverso questo sistema sono stati appena 83. È difficile sostenere che il rapporto tra risorse impiegate e risultati ottenuti sia soddisfacente.

Il problema, del resto, non è il luogo in cui vengono svolte le procedure. Il vero collo di bottiglia resta la collaborazione con i Paesi di origine. Se mancano accordi efficaci di riammissione, nessun hub renderà più semplici i rimpatri.

A questo si aggiunge un’altra considerazione. Gestire strutture fuori dall’Unione europea significa sostenere costi enormi: contingenti delle forze di polizia, personale amministrativo, operatori sanitari, mediatori culturali, interpreti, assistenza legale, servizi logistici e continui trasferimenti. L’alternativa sarebbe affidarne parte della gestione ai Paesi ospitanti, con il rischio di dipendere da governi che non sempre garantiscono gli stessi standard di tutela dei diritti e che potrebbero trasformare questa collaborazione in uno strumento di pressione politica.

C’è però un elemento ancora più rilevante. Per molti anni l’immigrazione è stata affrontata quasi esclusivamente come una questione di ordine pubblico, concentrando competenze e risorse sul controllo delle frontiere, sui centri di trattenimento e sulla gestione dell’emergenza. È un approccio necessario, ma insufficiente.

Le esperienze migliori dimostrano che esiste un’altra strada. La rete SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione), coordinata dal Ministero dell’Interno e realizzata dai Comuni, con il supporto di ANCI e degli enti del Terzo Settore, coinvolge oggi oltre 2.000 enti locali. Non offre soltanto accoglienza, ma percorsi di lingua italiana, orientamento ai servizi, formazione professionale, inserimento lavorativo e autonomia abitativa. È un modello che accompagna le persone verso l’autonomia, favorendo inclusione, sicurezza e coesione sociale.

Le differenze tra questo modello e quello degli hub non riguardano solo l’efficacia nella gestione dei flussi. Riguardano anche il modo in cui vengono impiegate le risorse pubbliche. L’accoglienza diffusa genera ricadute economiche sui territori: coinvolge operatori sociali, educatori, mediatori culturali, insegnanti di lingua, professionisti e servizi locali. Se programmata con intelligenza, può contribuire a mantenere vivi piccoli Comuni e aree interne, contrastando lo spopolamento e sostenendo servizi che altrimenti rischierebbero di scomparire.

Il modello degli hub nei Paesi terzi segue invece una logica opposta. Una parte significativa delle risorse finanzia strutture all’estero e richiede l’impiego continuativo di personale italiano: forze di polizia, funzionari amministrativi, operatori sanitari e addetti alla logistica. In altre parole, risorse economiche e professionalità vengono trasferite fuori dal Paese, senza generare benefici diretti per i territori italiani e sottraendo uomini e competenze a servizi che già oggi operano con organici spesso insufficienti.

L’accoglienza diffusa, però, è solo un tassello di una politica migratoria moderna. Governare i flussi significa anche creare canali regolari di ingresso, capaci di ridurre l’immigrazione irregolare e di rispondere ai bisogni del mercato del lavoro. È in questa prospettiva che si inseriscono i corridoi lavorativi, promossi dall’UNHCR insieme ai Ministeri competenti, alle imprese e al Terzo Settore. Le persone vengono selezionate e formate nei Paesi di primo asilo, arrivano in Italia attraverso percorsi legali e con una concreta opportunità di lavoro, sottraendosi ai trafficanti e rispondendo alle esigenze delle imprese. A confermarlo sono i dati di Unioncamere-Excelsior, che certifica che entro il 2028 le aziende italiane avranno bisogno di oltre 640.000 lavoratori stranieri e propone di rafforzare i corridoi formativi e lavorativi come strumento di incontro tra domanda e offerta di lavoro.

La politica dovrebbe uscire dalla sterile contrapposizione tra “porte aperte” e “muri”. Governare l’immigrazione significa coniugare sicurezza, legalità e programmazione, investendo nelle politiche che dimostrano di produrre risultati misurabili.

Se vogliamo davvero governare i flussi migratori, occorre avere il coraggio di investire meno nelle politiche che rincorrono il fenomeno e di più in quelle che lo governano. È una scelta meno spettacolare, ma più coerente con il compito della politica: trasformare le risorse pubbliche in risultati concreti.

marco gheller

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